Curiosità referendarie

Curiosità anche divertenti dal mondo dei Referendum.

Qualcosa accadde di sicuro il 3 e il 4 giugno del 1990, quando per la prima volta nella storia della Repubblica nessuno dei Referendum indetti raggiunse il 50 per cento più uno degli aventi diritto, necessario per la sua validità.
Forse qualche insetto velenoso aveva attraversato indisturbato lo scarpone.

Non era mai successo infatti, che gli italiani chiamati a esprimersi non rispondessero in massa e con orgoglio, invece, in quei giorni di inizio estate del secolo scorso, ecco i primi segnali di un declino sempre più rapido che invertirà la rotta verso un astensionismo prevalente e un superamento del quorum relegato a fatto eccezionale.

Questa disaffezione non può essere scollegata dalle tematiche proposte e quando mi sono imbattuta nel grafico che mostra le materie maggiormente dibattute negli anni, ho pensato a un errore:
le regole della politica sono state al centro dell’attenzione referendaria più dei diritti civili e dell’ambiente.

Come può essere, ho esclamato! Un’assurdità, peraltro, che la dice lunga sulla capacità della politica di governare sé stessa con ragionevolezza e responsabilità, meglio coinvolgere i cittadini e dividere le colpe…

Beninteso, in campo ci sono anche le previsioni metereologiche e lo sanno bene gli addetti ai lavori: il sole fa belli più del voto.

QUI, IL GRAFICO SULLE MATERIE PREVALENTI

Diciamo subito che l’Italia non è tra i Paesi più referendari dell’Unione Europea.
A vincere la medaglia d’oro è la Svizzera con più di 600 consultazioni all’attivo contro i nostri miseri 77, 78 se consideriamo quello che istituiva la Repubblica e aboliva la Monarchia. Inoltre, ci piace abrogare, cioè cancellare una norma dopo averla approvata in parlamento.

Sul totale di 77 sono 72 i Referendum abrogativi e solo 1 è consultivo, cioè finalizzato a chiedere un parere ai cittadini prima di regolamentare. Gli altri 4 invece sono costituzionali e per il pericolo che si perdano di vista diritti fondamentali, per fortuna anche poco ricorrenti.

Se la scelta prevalente è tra un SI e un NO, nel mondo ci sono casi a più risposte.
In Australia, ad esempio, nel 1977 si sceglieva tra quattro inni nazionali dopo una diffusione radiotelefonica ampia e la pacifica partecipazione di tutti.

Un referendum a risposta multipla in Italia metterebbe in crisi la sicurezza nazionale, due soluzioni antitesi bastano e avanzano per produrre botte e risposte al limite della sopportazione umana.

Ma di curiosità se ne trovano tante altre.

La Svezia è andata alle urne per decidere il lato guida delle automobili: era stato votato di non cambiare, di rimanere a sinistra, ma la scelta non era vincolante e per rispettare il voto popolare si passò alla destra. Ecco quello che accadde il primo giorno…

QUI, LA FOTO DEL PRIMO GIORNO A DESTRA DEGLI AUTOMOBILISTI SVEDESI

Tornando a noi, quando chiedo all’intelligenza artificiale quali sono stati i Referendum più partecipati nella storia, mi risponde così:

  • 12 e 13 maggio 1974 in tema di divorzio, con una affluenza dell’87,7%;
  • 1978 sul finanziamento pubblico ai partiti, 81.2%;
  • 1981 sull’abrogazione della legge che aveva introdotto l’aborto, 79,4%;
    E quello meno partecipato?
  • 2022 sulla giustizia, solo il 20,9% degli aventi diritto si presentò alle urne;

Ma chi paga quando un Referendum fallisce?
Sono diversi i tentativi di imputare il costo ai promotori e ogni tanto qualcuno cerca di riaprire il discorso. Ma gli effetti sarebbero punitivi e antidemocratici, completamente distorsivi del valore costituzionalmente garantito dell’espressione popolare e quindi non si può fare.

Ma di che cifre parliamo? Le stime che trovo in rete sono da capogiro.

Usando ad esempio il menzionato Referendum sulla giustizia del 2022, il costo per il personale delle oltre 61.500 sezioni elettorali, tra seggi e dipendenti pubblici coinvolti, si aggirava intorno agli 85 milioni di euro, a cui aggiungere i seggi speciali come quelli allestiti negli ospedali e la sanificazione dei locali, essendo il Paese ancora in emergenza sanitaria. Poi tutto l’apparato di vigilanza e delle forze dell’ordine, le stampe di schede e cartellonistica varia, le attività divulgative. Insomma, per alcuni osservatori si sfiorarono i 200 milioni di euro.

Ovviamente, a seconda dell’appartenenza politica, quelle cifre subirono parecchie correzioni: la metà per chi aveva a cuore quei quesiti e il doppio per gli oppositori. In ogni caso a pagare ci ha pensato pantalone, cioè tutti noi. Visti i numeri, mi pare sia una gran fortuna non avere in circolo gli stessi geni svizzeri!

Al di là dell’ironia, la potenza di questo strumento nel dare voce al popolo è indiscutibile e per il nostro bene, lunga vita ai Referendum!

Sarà sempre un gradino alto della democrazia diretta, della libertà e del controllo, dell’uguaglianza. Quando la politica cerca di ridurlo a mero espediente elettorale fa sempre male ai cittadini, mai del bene.

Per chiudere, in Islanda alcuni Referendum hanno abrogato senza troppi scrupoli precedenti consultazioni. Facciamo attenzione, dunque, perché quello che abbiamo non sia mai dato per scontato.

Genni Piras.

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