Il tempo che ho
Non per confutare Einstein, che in fisica ha dimostrato come due soggetti stando nello stesso luogo e alle stesse condizioni percepiscano il tempo allo stesso modo, ma resta per me un mistero come ciò non sia vero per due soggetti di diversa età e lo constato con lo stesso intento di chi rovescia le sedie sul tavolo per vederci meglio sotto.
Gli stessi 60 minuti nell’infanzia sono un tempo atteso e lungo, nell’età adulta sono insufficienti e nell’anzianità è già tempo rimpianto.
Il tempo atteso, quello in cui tutto ciò che vorremmo fare potrà essere fatto, il tempo insufficiente quello che si insegue nel work-in-progress e il tempo rimpianto quello in cui si contempla ciò che si è fatto.
Cosa potrebbe essere la causa di questa discrepanza fra percezioni?
Da bambino non si ha l’esperienza né di rapporti umani né di progetti, ma si ha la libertà di pensiero.
Da adulti si è forti di un vissuto e liberi di fare, ma tutto questo potenziale fa apparire qualsiasi cosa o persona anagraficamente datata o troppo acerba, come fardelli rispetto al progetto di vita in corso di realizzazione.
Da anziani lo sguardo vede chiaramente compiuto ogni progetto e il tempo che resta appare poco e infruttuoso se rapportato alle fasi precedenti; le energie scarseggiano, la voce è fievole e sembra che non si possa più avere un ruolo sociale.
Noto luci e ombre fra le pieghe di ogni età e mi domando dove le relazioni fra soggetti che non condividono la stessa percezione del tempo, ma condividono lo stesso spazio, si possano incontrare e farsi comunità ACCESSIBILE, attenta alle esigenze reciproche, come parcheggi disabili adeguati ma anche marciapiedi da un metro privi di alberi al centro, bagni pubblici con wc, lavabo e specchio adatti a chi si muove in carrozzina ma anche asciugamani elettrici non installati ad altezza phon per qualsiasi soggetto al di sotto del metro e dieci, rampe per il superamento delle barriere architettoniche con la prescritta pendenza all’8% magari non occupate da un’auto in sosta.
E mentre ragiono su tempo e accessibilità una parola riecheggia nell’aria e mi segue nei miei spostamenti senza saper dire se lei c’era già prima del mio pensiero di oggi o se ne sia la causa: ANIMISMO.
In occasione del Festival “Radici” che si è svolto il 26/27 Luglio scorso al Casello a La Caletta, mi è capitato di sentire Claudia Zedda, antropologa esperta di miti sardi e etnobotanica, che, a proposito del mito delle Janas, ricordava l’approccio animistico della cultura sarda, e dunque della capacità di ascolto della voce di tutti gli elementi: piante, rocce, acqua, fuoco, animali, etc.
Un approccio che, riconoscendo un valore a ogni espressione, implicitamente predispone a vedere al di fuori di sé e dunque di più.
Ho pensato in primis che, se questa capacità di ascolto prima era possibile, si potrebbe recuperare attraverso l’esercizio e poi che vi sia una certa correlazione con il concetto della così detta “PROGETTAZIONE PARTECIPATA”; se ne parla spesso in fase di pianificazione delle opere pubbliche, ma con altrettanta frequenza ci si ferma a decantarne il potenziale e al proposito di attuarla, scoraggiati dal lavoro di sintesi delle tante visioni che compongono la realtà, pur nella consapevolezza che non serva avere una statistica sul buon esito di quest’approccio per ritenere che valga sempre la pena promuovere la cultura dell’ascolto come esercizio di astensione dal pregiudizio sul merito di un pensiero e sul soggetto che lo esprime.
Da progettista mi rendo conto che il coinvolgimento di tutti nella vita comunitaria, fatta di pluralità di usi, situazioni, individui, bisogni e comportamenti, neurodivergenze, stili di apprendimento, lingue, contesti culturali e sociali di provenienza, rappresenti la vera sfida per amministratori, progettisti alle varie scale e cittadini tutti, e che riuscire a guardare al contributo di ogni età senza pregiudizio, con sguardo integrativo piuttosto che inclusivo, orizzontale piuttosto che verticale, complementare e non gregario sia complesso, ma necessario.
Di recente mi è capitato di leggere un post su INSTAGRAM che suggeriva di immaginare il tempo che ci è dato come un bonifico sul conto in banca di ognuno che allo scoccare della mezzanotte, a prescindere della cifra utilizzata, si azzera: la cifra sarebbe la stessa a tutte le età e potrebbe essere spesa solo dall’intestatario del conto per il fine che meglio crede in relazione agli scopi di ognuno.
Ora, se ipotizziamo che uno di questi scopi sia il progetto di un auditorium su cui i componenti di una comunità, o più in generale gli utenti finali, decidono di investire quota parte del loro “budget”, ecco che si configurerebbe il presupposto per una progettazione partecipata. Ognuno a seconda delle esigenze sarebbe chiamato a portare le proprie istanze, che dovrebbero essere necessariamente ascoltate in quanto condizione necessaria per il finanziamento dell’opera e dunque per il suo compimento, e ad ascoltare le altre, addivenendo così ad una progettazione senza tempo perché per tutti i “tempi”.
L’auditorium si materializzerebbe come opera riconosciuta da tutti, alla stregua di un bicchiere da cui tutti possono bere, di medie dimensioni, leggero, di facile presa, infrangibile e impilabile all’occorrenza, licenziando il concetto di accessibilità funzionale a determinate categorie e trascurabile da altre, verso la presa di coscienza che la vita di ognuno è fatta di fasi a cui nessuno può sfuggire e che il passaggio da una categoria all’altra è veramente breve per cui tanto vale farci furbi e ascoltarsi.
Con l’opera “Terzo Paradiso”, Michelangelo Pistoletto, protagonista del panorama artistico mondiale fin dagli anni ’60, ha elaborato una sintesi efficace di questo concetto fondendo il simbolo matematico dell’infinito ad un terzo cerchio a rappresentare la formula 1+1=3.
L’opera nasce al culmine della sua riflessione artistica sulla dualità, concetto attuale più che mai se pensiamo alle criticità dei sistemi sociali polarizzanti di cui siamo testimoni, a cui risponde con la NECESSITA’ della tensione dei due componenti contrapposti verso la creazione di un terzo, non dunque un compromesso tra due parti ma una nuova idea che ne rappresenti il punto di contatto, l’equilibrio e l’armonia.
Secondo Pistoletto bisognerebbe arrivare a una democrazia attiva, che lui ribattezza “Demopraxia”, dove il termine pratica (in greco praxis) sostituisce il termine cratòs, potere, volendo intendere un sistema in cui tutti i cittadini contribuiscono al cambiamento, smettendo di essere passivi consumatori ma creatori attivi di nuove realtà.
Credo ora di poter riportare le sedie a terra, smettere di cercare la causa delle discrepanze di percezioni e passare a coltivarne la necessità per la creazione di nuove idee.
“vedrai che andrà bene andrà tutto bene
tu devi solo metterti a camminare
raggiungere la cima di montagne nuove”
Brunori Sas – Al di là dell’Amore
Miriam Cossu – Architetta







