Una fiaba di anime nere

“La pastora. Una fiaba di anime nere”.

Alberto Capitta è nella letteratura sarda voce affermata ed autorevole. Scrittore e drammaturgo, ha la sua vasta produzione pubblicata dai tipi de Il Maestrale, raffinato editore sardo, apprezzato da Goffredo Fofi, recentemente scomparso, riconosciuto di interesse da Fahrenheit, il programma di Radio 3 dedicato ai libri.

La Pastora. Una fiaba di anime nere” (Il Maestrale, 2025, p.89, € 13,00) è, a mio leggere, di massimo godimento: per continuità di raffinatezza stilistica ed immediatezza della scrittura, la maturità dello scrivere. Ha la forza della testimonianza con gli strumenti disponibili ad un intellettuale, di cui l’indignazione è il principale.

Un’opera di grande misura stilistica, dove la favola consente grandi e composte libertà: il paradosso, l’allegoria e la metafora a dettare il codice della narrazione mediante una scrittura perfetta. Per me un capolavoro.

Un libro breve.
Quasi una pièce, un monologo – dacché induce nel lettore l’idea di un palcoscenico per una voce narrante. A me, ad esempio, mi ha ricordato “La voce umana” di Citto Maselli con Ornella Muti nell’ impareggiabile monologo cinematografico.
Mi avvalgo, beninteso, dell’immaginazione nel patto tra autore e lettore, dove l’incredulità non trova spazio. E la suggerisco ai lettori.

Il libro.
Una “cappa depressiva” attanaglia il paese per la penuria di carne. Non che manchi, la carne, è semmai “la tendenza all’eccesso” a chiederne dosi crescenti perché “c’è un’idea di mattatoio in bocca che risale alla notte dei tempi e a cui nessuno vuole rinunciare” (p. 9). La paura è “che sia arrivato il tempo dei desideri insoddisfatti” (p.10).

Perciò chiamano lei – la Pastora – a governare un gregge. Al suo arrivo, l’odore di sangue dà una sferzata al Parlamento dove alcuni deputati si esaltano: “sparano alle pareti, ai soffitti, agli uccelli degli affreschi” (p.13).

Una linea narrativa del fare i conti con il passato.
Si pensi ad Antonio Scurati, ai suoi cinque volumi dedicati al ventennio, romanzi sui generis, ricerche d’archivio minuziose che evolvono in faction volendo agevolare una lettura della nostra storia recente con oltre 2000 pagine intense. Altrettanto forti sono le 86 pagine de La Pastora. Fare i conti con il passato – si dice. Ma non basta più: spaventiamoci del futuro, piuttosto, sulla forza dell’esperienza della tragedia sofferta.

Spaventa, leggendo Capitta, la percezione assente del presente, la fine dell’empatia, l’abituazione alla tragedia.
Leggibili i nomi e cognomi della politica italiana, attraversando gli stadi della Repubblica ma conservando una aberrante cultura d’origine e che ora Capitta restituisce con il paradosso, l’eccesso narrativo contro l’ordinario giornalistico, incurante dei sentori di mattatoio.

Parrebbe l’autunno del patriarca mentre la Pastora sente che “ora il disordine interiore della disfatta la annichilisce” (p.28), “non essendo stata capace di far tesoro dell’enorme credito di fiducia che le era stato concesso” (p.31). È un crescendo di violenza istituzionale che vorrebbe poter esercitare “E solo dopo si penserebbe alla carne” (p.35). Si deprime e ritorna all’ovile, ripensando alla sua “iniziazione”.

Nessuno spoiler: è fin troppo trasparente la trinità racchiusa nel vecchio mentore presso il quale trova conforto e rifugio: Mussolini, Almirante (“Era il Nuovo Manifesto della Razza, lui stesso lo aveva redatto”, p.47), Montanelli. La voce narrante racconta “di quanto fosse stato facile sottometterli e ricevere in dono le loro bambine” (p.46). Debrà Libanòs: quanti, da studenti, abbiamo saputo di questo massacro compiuto dal viceré Rodolfo Graziani, in Etiopia?

Le coup de thèatre – è tutto nella verità di chi nega l’aiuto ed il soccorso in mare.
Nelle salme raccolte sulle spiagge, la cui contabilità atterrisce, si individuano paradossali “nuove aree di reperimento per soddisfare la domanda! (p.77). Ecco: la carne e dove e a chi andare a prenderla: “Froci! Dateci froci!” (p.78).

Si accetti il paradosso di una scrittura abilissima, completa, illuminante nella sua immediata essenzialità.

Poi, diceva De Andrè, “Anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”.


Ruggero Roggio

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