Parole d’amore scritte a macchina, sembrano quelle che, parafrasando Paolo Conte, Giacomo Mameli – il grande vecchio del giornalismo sardo ed il ragazzo curioso, immenso, di 85 anni potenti – ci regala nel suo ultimo lavoro “Pedrito. Lamette a Caracas, fiori a Orgosolo” (Il Maestrale, 2025. p.207, € 20,00).
Romanzo, narrazione, reportage: racconto con sfumature autobiografiche, dedicato a Foghesu – ovvero Perdasdefogu.
Ne ho ascoltato la presentazione questo settembre a Sassari e l’ho letto tutto d’un fiato: Giacomo Mameli ha scrittura di malie e ci fa conoscere una Sardegna fuori dai luoghi comuni, lontana da ogni folclore.
Ne cerco i contatti, gli agganci con l’oggi.
Leggo il libro mentre ritaglio le note degli intellettuali che la Nuova Sardegna ospita, riferendo di un’indagine sul senso di appartenenza della Fondazione di Sardegna. Mi attira una sua prima pagina, titoli significativi: da un lato “Guerre Stellari a Trinità”, ci informa di un kolossal che sarà girato in Gallura; dall’altro “Scippo del Rally sindaci in campo, la Regione: pronti a rilanciare” sull’ipotesi che il rally Costa Smeralda sia svolto a Roma. Quante trasformazioni.
Ma leggiamo Mameli.
Foghesu è il centro narrativo:“Perdas de Fogu è uno dei villaggi più inaccessibili dell’isola, dato che neanche una strada praticabile porta lì” (p.103) così scrive Max Leopold Wagner (Su Tedescu) nel 1927 lì recandosi a studiare le varianti linguistiche della comunità dell’impervia Ogliastra.
Da qui parte Pietro, nato nel 1931, calzolaio ovvero sapateri, per cercare stabilità economica in Venezuela nella Zapatera Industria Mormino, un siciliano di Palermo scappato perché “non mi piace l’odore-puzza di nafta” (p. 34).
Pietro, in Venezuela Pedrito, scopre le nefandezze delle dittature feroci e i soldi facili del petrolio, rischiando la vita per avere violato il coprifuoco per un pacchetto di sigarette e finendo in un lager terrificante, graziato da una fuga regalata.
Non altrettanta fortuna avrà l’ingegner Davide Capra, titolare dell’impresa che costruisce la strada Orosei Dorgali, sequestrato da una banda i cui mandanti paiono fuori dalle logiche criminali locali – “quelli non parlavano in nuorese” (p.64): si ammanta il sospetto di una regia con interessi economici fuori dall’Isola.
Non solo una malavita ma anche un malvivere che spinge famiglie di allevatori fuori dall’Isola e l’oculista Bachisio Latte (aveva curato le figlie di Gheddafi) a segnalare la gravità della situazione sanitaria – “non c’era armadio farmaceutico e non c’erano né medici né medicine” (p. 111).

Con le forze dell’ordine sprovviste di adeguate logistiche e dotazioni, in un conflitto a fuoco l’ingegner Capra trova la morte assieme al suo custode Emiliano Succu, gregario di Pasquale Tandeddu.
Più avanti leggeremo della vedova Capra che andrà ad Orgosolo ad abbracciare la mamma del carceriere: “La Sardegna è ultima in Europa, del tutto priva della solidarietà nazionale”, dirà Emilio Lussu alla Camera, mentre il ministro Scelba blocca l’Inchiesta su Orgosolo di Franco Cagnetta. E mentre le donne cospargono di fiori la salma di Succu che arriva a Orgosolo, le lamette in Venezuela recidono le giugulari degli oppositori Adecos: da qui il titolo del libro.
Pietro-Pedrito rientra dal Venezuela; si sposerà e conoscerà l’emigrazione verso Torino.
Mameli invita a cercare un parallelo tra l’oggi ed il passato e nelle storie che racconta ed evoca la globalità in tempi di post-globalità, cercando noi il bandolo del filo che tesse una sua compaesana – Maria Elisa Carta ritratta da Wagner e pubblicata nel libro Viaggio in Sardegna 1925-1927.
Così Mameli intesse una narrazione dove le memorie dell’armata di Russia e del fascismo intersecano il presente di Pietro che va a Cabras per vedere la Festa degli scalzi e sente Tatano Mele parlare di Venezuela, dando vita ad una amicizia eterna che sarà lasciato di celebrarla come eredità ai figli.
Scopriamo di un imprenditore visionario, capace di impiantare risaie sull’Orinoco e ai venti politici contrari in Venezuela, guardare all’Albania con il senso visionario del businness man – molto dopo si dirà: non emigriamo, esportiamoci.
Per intanto Tatano restituisce la visita a Pietro per la festa di Sa Strangia, (così l’aveva battezzata don Giovanni Corona nel 1722 – p. 95) primo paese al mondo a festeggiare chi, per Foghesu, è di passaggio.
Un libro appassionante, dove appare Garibaldi come padrino in un battesimo per procura, a dirci di come il più recondito dei paesi sardi sia parte – direbbe Braudel, dei tempi del mondo.
Che belli i tempi del mondo “con il privilegio di essere paesani” (p. 180).
Che belli quando un figlio di questi paesi tributa tanto amore – come già aveva fatto in Hotel Nord America (2020), verso Perdasdefogu e qualora qualcuno degli editori leggesse queste mie note abbia contezza delle mie perplessità sull’editing, e i troppi errori purtroppo rinvenuti.
Ruggero Roggio






