Ero alla presentazione del libro di Marina Mariasch, Il Matrimonio, (Ischire nella collana Sillabari, 2023).
Lo presentava Emiliano Longobardi, autore di Rusty Dogs (un’autoproduzione che Andrea Toscani edita), della Libreria Azuni di Sassari, fumettoteca di riferimento degli appassionati sardi, manco a dire con la sua consueta gentile acutezza.
L’autrice, argentina, si è avvalsa della traduzione del direttore editoriale Alessi Schreiber ed ascoltarlo nel suo fluente spagnolo valeva – come si dice in gergo – il prezzo del biglietto: ci spiegava di lingue minoritarie e lingue minorizzate, di un’Argentina che non si ferma ai mostri sacri di Borges e Cortàzar, come – leggendo Il Matrimonio avremmo constatato.
Tanto da incuriosirmi a sapere di più di questo progetto editoriale mirato all’ascolto di “voci dissonanti”, ma anche “emporio di diversità e creatività”, annoverando nella proposta formazione e design.
Tutto qui, in Sardegna.
Borges ha radicalmente innovato la letteratura sudamericana: l’ultraismo argentino svecchia una tradizione linguistica e letteraria subalterna ad una “madre patria” lontana, geograficamente e nel tempo.
Cortazar ha insistito: maestro del racconto (mi resta memoria lontana di un suo romanzo – Il viaggio premio), sovverte le linearità temporali dedicandosi all’osservazione ed allo scavo psicologico.
Dire che tali tratti si ritrovino nel “Matrimonio” di Marina Mariasch è compito che mi sovrasta, potendo solo constatare le forti innovazioni della sua scrittura, costruita su differenti registri narrativi.
Leggerla è lavorare sulla stratigrafia di questi registri, dipanarli: sciogliere il garbuglio di poesia e prosa, filosofia e militanza femminista, ironia, corsivi e virgolette.
Leggerlo è guardare da un treno in corsa un paesaggio emozionale che ti assorbe nella autoanalisi in via di compimento, il cui esito non è dato sapere.
Leggerla è avvertire gli scambi di rotaia, gli scossoni che ti risvegliano, dicendoti ok, continuiamo il viaggio.

Le è stato chiesto se avesse chiaro ad inizio d’opera il plot narrativo: “no”, la sua risposta; studio e mi documento senza nessuno schema preordinato.
Un ritmo poetico imbizzarrito difficile da ricondurre alla doma, cui rinunci, lasciandoti coinvolgere e divenendone complice – ammicchi agli accenni.
Ricordi Bergonzoni i suoi pastiches linguistici, un gioco di tessere di un domino infinito dove ogni parola evoca un concetto e richiama un ulteriore termine e capisci di essere come un cane all’usta, fiutando le tracce olfattive.
Cambiano paesaggi e feromoni. O Savina Dolores Massa, le sue sequenze narrative come scosse di terremoto.
È l’anacoluto che la scrittura di Marina Mariasch padroneggia: la rottura della coesione sintattica mira alla esplosione dei concetti ed il lettore deve attivarsi per una loro ricomposizione.
Lo specchio ridotto in frantumi da ricomporre, vedervi la propria immagine riflessa: de te fabula narratur, verrebbe di dire, perché “…la paura più grande è quella di trovarsi soli di fronte allo specchio” (p.47).
Ti chiedi se scrivendo oggi in Argentina si sia liberi di espressione e poi pensi che sì, nell’era delle criptovalute che sarà mai il linguaggio criptato della ricerca femminista, dacché Marina Mariasch – docente universitaria – opera nel collettivo Ni Una Menos.
Che rimanda al 3 giugno del 2015 quando migliaia di donne chiamarono l’Argentina ed il mondo ad una presa di coscienza militante contro i femminicidi e la violenza di genere.
Perché questo è l’argomento del libro: una chiamata di correo al sesso forte. A partire dal titolo – Il matrimonio-, ma, come graficamente riportato: il “Matri – monio”, ci fa avvertiti dell’etimologia: mater e munus, cioè madre e compito. Dovere della madre.
Il mai contabilizzato costo del ruolo di riproduzione del capitale umano nel «dovere» delle donne. Una delle basi delle differenze di genere.
Il libro. Una donna, una madre, è chiamata a fare la lavatrice – il lavaggio come metafora della vita di coppia: “La moglie è una spugna che assorbe tutto” (p.07). “L’intimo sporco ricorda marcatamente il proprio passato” (p.06). Di più: la mozione dei sentimenti e il cappio del «doppio vincolo» (“il desiderio istintivo di piacere e l’ambizione d’amor proprio” p.44) e i ruoli nella/della famiglia: “Seppure destinassi ogni mio bene ad aiutare chi più ne ha bisogno e consegnassi il mio corpo alle fiamme, senza amore non saprei che fare” (p.39) – è uno dei vari corsivi che differenziano la narrazione, qua evidenziando il ruolo dei ricatti affettivi perché in fondo “L’amore perdona ogni cosa, crede a ogni cosa, spera e sopporta” (p.41-42).
Per la sua brevità parrebbe una lettura agevole, immediata: tutt’altro.
Potrebbe diventare un livre de chevet da tenere appresso e consultare casualmente, spiluccarne mezza pagina, coglierne un aforisma. “Ciò che gli uomini temono non è il dolore, né proprio né altrui; è l’idea di provare piacere nel sentirlo” (p.55). Trovarsi rivelato di fronte a sé stesso, mi verrebbe da aggiungere. Eppure “La rabbia si scatena contro i più deboli (…) Gli uomini cercano scuse per difendersi, motivi per attaccare: la ribellione delle minoranze, le vittime-carnefici, la depravazione, il disonore, la mancanza di documenti” (p.55). La dialettica dei ruoli: “Il marito perturba il ritmo della crescita naturale, ara e costringe a produrre con la forza ciò che non può produrre da solo. (…) Non contempla, cattura” (p.52).
Un itinerario fatto di metafore: il supermercato – “([dove] gli uomini cercano le prelibatezze, osservano la lista distrattamente, alla ricerca della stravaganza propria delle lettere di lingue straniere (p.34)” – anticipa in una apparente banalità la dialettica maschile/femminile, più oltre spiegata in una pagina che riecheggia Deleuze e Guattari (Rizoma, Pratiche editrice, 1977, p.73, £ 1.800! ), dove raffigura la coppia come “Metafore vegetali: un albero, i rami di un albero. Due rami dello stesso albero. (…) Uno è esposto verso il sole e cresce di foglie rigogliose, ma è destinato a seccarsi presto. Un altro più adombrato, tarda a rinverdire, ma lo fa di foglie spesse e succose. Uno sale l’altro si sposta di lato” (p. 22). O il cinema, che “è il regno delle menzogne” (p.66) dove l’uomo si rifugia e, “Quando dice che sta arrivando e poi arriva tardi, non sta nemmeno mentendo, convince invece sé stesso che si tratta di una verità tardiva” (p.66-67), perché “L’idea è convincere la moglie che sia lei a dominarlo, ad avere su di lui il controllo, ingannare la guardia carceraria, ribellione della mente superiore” (p.67).
Sarebbe riduttivo credere alla dialettica di coppia facendosi depistare dalla metafora di apertura del libro “Nei rapporti di coppia l’essenziale deve rimanere occulto. I panni sporchi sono lo strumento investigativo che consente di farsi largo tra i risvolti profondi della trama coniugale” (p.01) – leggiamolo noi, che in Italia abbiamo i detti «i panni sporchi si lavano in famiglia» e «tra moglie e marito non mettere il dito».
Ma, fuori dalle economie domestiche di convenienza, quasi buttato lì per caso, scopriamo che “La femminilizzazione delle episteme rivoluzionarie contemporanee esiste solo in opposizione a qualcos’altro (p.50)”.
Per cui l’esigenza di queste nuove letture si avvale di metafore semplici per il maschio da play station e curva sud che comunque lascia morire Maradona nel mito di sé stesso: “Lavo ancora i loro vestiti, perché lui li trovi puliti quando arriva. La settimana prossima, i vestiti avranno un altro profumo, il dolce e forte profumo delle lavanderie automatiche (p.62).
Bello. Leggiamolo pensando di unire i punti da 1 a 100 e scopriamo quale nostra figura maschile appare.
Ruggero Roggio






