Vindice Lecis è in libreria con Arbarèe. Le avventure del capitano Montonaro, Edizioni Condaghes o, come meglio specificato nel frontespizio, Le avventure del capitano Nicola Montonaro raccontate dal suo cronista. Amore e guerra dalla rivolta del marchese d’Alagòn alla battaglia di Macomer fino all’assedio turco di Rodi.
Vindice Lecis, giornalista di elevato profilo nel gruppo editoriale L’Espresso, è autore prolifico tanto sui temi del dibattito politico novecentesco quanto nel romanzo stoico di ambientazione sarda ricercando con passione attenta, nelle fonti storiche accreditate e nei documenti d’archivio, lo scheletro su cui appoggia le sue narrazioni che spaziano dall’alto medioevo alla sarda rivoluzione Angioyana. Potremmo dire che questo bel libro è in linea di continuità con La conquista (Edizioni Condaghes, 2020) e certo lo è dal punto di vista dell’evolversi storico quando la Corona di Aragona conquista la Sardegna giudicale sconfiggendo nella battaglia di Sanluri – nel 1323 – il sogno di unità della Sardegna; rivalsa che si sarebbe tentata oltre un secolo e mezzo dopo e di cui Arbarèe racconta.
In questo romanzo scopriamo la figura del capitano Nicola Montonaro: gigantesco e bellissimo, i capelli lunghi, gran tombeur de femmes, sposato con Donna Benedetta e una discendenza imprecisata da innumerevoli conquiste.
Fu figura storica, realmente esistito (figlio di Serafino II di Montanyans, feudatario di Sassari), descritto a ricalco sugli stilemi del romanzo di cappa e spada, fortunato filone che ha radici nella Chançon de geste e nel ciclo della Tavola rotonda (spogliato dei momenti fiabeschi), giostre e tornei medievali. Ecco, ricorda Dumas per i colori di un d’Artagnan guascone; o le figure dei capitani di ventura al soldo delle Signorie della penisola; un Samurai; Sandokan e il fido gigantesco Sambiglion (qui incontriamo “il colossale Potholull” p.25) ed anche il Salgari del ciclo corsaro; il David Crockett di Alamo e l’ira funesta di Achille e quella di Ulisse al rientro ad Itaca. C’è nella narrazione, verrebbe da dire, la proiezione di un bambino che giocava ai soldatini, leggeva Blek Macigno e Tex Willer – poi cresciuto e insoddisfatto dell’epopea western; conservandone ritmi e spazi, immaginati dall’immaginario consapevole, assestato e assetato di giustizia.
Nicola Montonaro è personaggio megalotimico (nel senso hegeliano). Stempera il suo ardore con consapevolezza del giuramento di fedeltà agli Arborea ed al disegno strategico di una Sardegna unificata sotto le insegne degli Alagòn di Oristano.

A narrarne gli ardori è Salvatore Gusay di Oristano, detto Poeta, il suo biografo pacifista, che farà la cronaca delle campagne di guerra per il Marchese d’Alagòn attento a testimoniare “che noi non ce l’abbiamo col nostro sovrano, al quale confermiamo obbedienza, ma col suo viceré” (p.14). E, negli intrighi e intrichi storici, non si esiterà a sacrificarlo, l’eroico capitano, accusato di codardia per aver evitato il sacrificio dei suoi uomini in un impari battaglia contro le truppe del viceré di Sardegna Niccolò Carroz.
Prevalendo la ragion di stato sarà mandato sulla galea di Charles Alleman, in attesa che le condizioni politiche ne consentano una sua presentabilità. Imbarcato, gli consegna la patente di corsaro per il marchesato di Oristano: “Turchi a levante e barbareschi a ponente. Gli infedeli musulmani erano i nemici principali della squadra corsara del cavaliere Charles Alleman. Ma non erano gli unici (…). La patente di corsa del marchese Alagòn consentiva di colpire quelli dell’Aragona” (p.89).
Sarà un periodo di vita corsara tra le coste provenzali e il fiordo di Bonifacio nella speranza che il re di Castiglia possa venire in aiuto del marchesato di Oristano, perchè – come precisa Montonaro ad Alleman – “Prima della sua esistenza c’era un ben più grande territorio, il Regno d’Arborea. Con una lingua, una moneta, un sovrano. Governato da uomini e persino donne che mettevano al primo posto l’interesse di noi sardi!” (p.112).
Sarà quell’ideale a farli correre in soccorso degli Alagòn impegnati nella battaglia di Macomer dove -… “il tempo di tornare a essere liberi di decidere il nostro futuro” (p.113) si infranse nella sconfitta che vide Montonaro ferito e salvato a stento dal suo fido biografo: “Era un corpo inerte che si ostinava a restare in vita” (p.123).
Una storia complessa, quella della Sardegna agli albori del rinascimento come giocoforza la cronologia ci ricorda: caduta di Costantinopoli, riunificazione della Spagna e cacciata dei mori, mancando poco alla scoperta delle Americhe.
Cambiamenti epocali di cui la Sardegna è partecipe: ne possiamo apprezzare l’arguzia nascosti in un castone narrativo – un casuale dono al Poeta di un libro del Petrarca – dei cui versi Salvatore Gusay si avvarrà con la fidanzata Ginevra Figus: l’amor cortese come prova di contemporaneità della Sardegna nelle complesse vicende del Mediterraneo.
Contemporaneità affidata metaforicamente a Nicola Montonaro, chiamato a farsi valere nella battaglia di Rodi, testimoniando così la presenza della stessa Sardegna. Sarà “Il capitano dai lunghi capelli” (p.146) baluardo per “La difesa della cristianità …” (p.110). I turchi si ritireranno, lasciandolo straziato nella vittoria conseguita dalla morte di Caterina (…un nuovo amore) uccisa dai tagliagole bashi-bazouk. (p.166). Rientreranno in Sardegna e qui finisce la mia lettura che mi auguro sia condivisa, dacché il libro merita ritenendolo il più maturo dei romanzi di Vindice Lecis: taccio sull’epilogo che chiude il romanzo.
Chi ne scorra la produzione vedrà le due direttrici della sua ricerca: quella politica, militante, contemporanea e l’altra di ricerca storica, attenta e minuziosa nello studio delle fonti per cercare risposte alle tematiche della Nazione sarda ed alle contraddizioni che questa utopia ha rappresentato.
Ravviso qua il limite delle classi dirigenti sarde nella storia: mai conseguenti all’idea di nazione (Angioy), idea di velleità minoritarie, incapace di mantenere i consensi momentanei.
La consapevolezza delle forze in campo, delle dialettiche politiche, vede i tentativi di rivolta scivolare nell’appeasement della Corona Aragonese o della Monarchia Sabauda. Considerazione in fondo suggeritami dall’esergo del libro “La conquista” dove leggo, a firma di Umberto Cardia “…in quei secoli oscuri di rude e sanguigna vita autoctona, son poste le radici della nostra aspirazione autonomistica…”.
Manca, in tanta produzione di livello elevato sulla storia sarda, un riassunto agevole – braudeliano – che la renda spendibile per una consapevolezza non ideologica o politica. Che restituisca le storie alla Storia.
I libri di Lecis suppliscono in parte a questa esigenza: letti a livello scolastico piaceranno a studenti e studentesse aiutando i docenti a calare la Sardegna nel Mediterraneo.
Ruggero Roggio






