No, non sempre ha ragione Guccini – gli eroi non sono sempre giovani e belli.
Lo deduco da quanto dice (forse contraddicendosi, vedremo oltre), Monica Pareschi: Inverness, Polidoro, (p.174, 2025, € 15,00). Indubbiamente un libro coraggioso, che le è valso la candidatura della Selezione Giuria dei Letterati al Premio Campiello, dove si è classificata terza. Un libro di racconti, e Inverness dà titolo alla raccolta.
Ci sono modi di interpretare la scrittura.
Scrivere sperando che una sceneggiatura sia nella tua penna, nei polpastrelli che battono sulla tastiera: didascalizzare immagini evocate, insomma. Un altro, sicuro, è nel debito alla quantità di immagini che social, Tv, cinema ci fanno vedere proiettandoci in mondi particolari. Dei quali siamo osservatori, distratti, inconsapevoli. Che restano nell’inconscio. E la narrazione – inconsciamente – è sceneggiatura di spezzoni di questi film.
Scrivere saccheggiando la realtà affidando – a figure di contorno, minori, di quotidianità stente, ruoli preminenti. Una serie di fermo immagine, particolari – brevi frame. Indizi. Scrittura come angolatura della macchina da presa. Bisturi, chirurgia. Una scrittura di osservazione e studio, senza prendere le distanze da nulla, senza alcun giudizio. Leggi e ti senti spettatore. Doppiamente spettatore.
Qui un microscopio potentissimo ci sottrae ogni alibi. Vedi tempi di vita di persone aggrappate ad uno sforzo di costruzione della normalità.
Invidio Kevin Costner (un esempio fra mille) che passeggia lungo l’oceano mentre io – che il mare l’ho a due passi, stento a concedermi quel momento di riappropriazione dei miei tempi di vita che delego ad un film. E come un criceto continuo a far ruotare il giocattolo che è la mia prigione. Questo il potere evocativo suscitatomi da Inverness.

Nel racconto un Bacio ancora “Sono quasi vecchia. Prima che corpo e cuore si seccassero c’è stata questa bambina” (p. 113): qui leggiamo di un sociogramma scolastico, di personalità in costruzione: chi racconta sé stessa vittima di bullismo fugge dal ruolo di vittima ma, “Abbandonata dalla mia aguzzina mi sentii improvvisamente sola”. Perciò si avvicina ad un’altra compagna: “Stella era uno di quegli esseri beati che nel dimenticarsi di sé trovano la propria felicità” (p.122). E di sé stessa dirà “Più avanti avrei capito che il talento che mi mancava era quello di entrare nel flusso delle cose con la naturalezza di un nuotatore…” (p.123).
Parliamo di una donna che vive un mimetismo sociale nascondendo a sé stessa la vita triste che conduce – si accetta: insegnante, promiscuità saltuarie – “Addormentarmi non mi fa paura. Prendo una pastiglia che non mi fa sognare” (p.128).
L’inutilità di sé stessi rispetto al tempo che passa.
Suskind ci aveva raccontato del potere del piccione, qui invece, ne – I gabbiani – la lotta si fa accettazione di ruoli ed il gabbiano diventa metafora dell’accoglimento di un destino tra i tanti: rassegnazione, si direbbe, non riuscendo a cacciare via l’uccello. Poi un gabbiano sopravvissuto ad una tempesta, forse lo stesso ma a distanza di anni “sarebbe tornato a regnare su quel regno sconquassato” quando “Elena Cavalieri aveva settantasette anni” (p.74).
Mors tua vita mea racconta i fraintendimenti e lo slabbrarsi di una relazione di cortesia – la ricerca di una casa sulla sua costa, il renderla funzionale ed abitabile per una scrittrice in cerca dei silenzi necessari, con la disponibilità di un manutentore curiosamente noto Gheri.
Come Gerardo? gli chiede lei, no come Gary Cooper risponde tronfio da maschio alfa, millantando rassomiglianze. Che ha i suoi dispiaceri: per le condizioni della compagna (un’isterectomia, parrebbe), le astinenze conseguenti – ma anche il suo quadro clinico gli suggerisce di mantenere un contegno di vita sobrio laddove al suo certificato di morte manca solo la data.
E durante un intervento di manutenzione – la casa è aperta, vi si reca per sistemare la porta del bagno, la ispezione con attenzione morbosa: “Tutto fuorché una donna ordinata … batuffoli di cotone usati nel cestino … un rasoio abbandonato sulla mensola con una traccia nera di peli impigliata nella lama – pensa alle ascelle glabre che ha visto occhieggiare di recente dalla blusa senza maniche – un reggiseno color carne … un paio di mutandine nere attorcigliate che lo fanno sobbalzare come la vista di un animale morto” (p.99): insomma un film, che lo induce a vagheggiare un approccio facile “Allunga una mano, e lei non si muove. La lascia ricadere” (p.103).
Poi c’è Inverness, un racconto di iniziazione alla vita, di ragazze: “È la guerra, e noi siamo tutti giovani e belli” (p.138): toh! Guccini, sembrava ci fossimo dati appuntamento. Qui è il rimbalzare di una tripla accettazione: del mondo “dove il corpo urbano slabbrandosi si dilata, aggredisce i campi” (p.142), di sé stessi, e di sé stessi al mondo.
Una serie di capitomboli, dove crescendo inciampi – politica e altro, sino ad andare in analisi ed il medico “… prescrive delle pastiglie che dopo due settimane sigillano il dolore in una teca di vetro” (p.149).
Un racconto on the road dove la strada è l’identità individuale pavimentata da un nichilismo struggente durante il quale “Ho fatto perdere le mie tracce, ho cancellato la vergogna. Sono un’altra e nessuno mi cerca più. Ho abbracciato il mio niente” (p.151).
Ma adesso mi taccio, a voi dire.
Ruggero Roggio






