L’asilo a Siniscola. Parte I

Mi pervade uno strano sentimento, mentre mi approccio a questo nuovo viaggio nel passato; è bastato sfogliare i primi documenti messi a disposizione dalla Direzione della scuola per capire da subito che non si trattava di ricostruire avvenimenti o elencare cronologicamente i fatti ma che avevo il dovere di osservare con attenzione il profondo valore umano che li aveva provocati e che trabocca dalle righe che ho il privilegio di leggere.

Senza quel valore umano, oggi non avremmo in eredità il lascito spirituale e materiale che rappresenta per tutti noi l’Asilo di Sant’Antonio.

Chiusi in un archivio ordinato e ben catalogati, scopro ottant’anni di storia che entrano nel vivo delle nostre famiglie e che nei primi decenni sono segnati da una povertà oppressiva e diffusa, documentata con dettagli che mi stringono il cuore più di una volta.

E’ proprio dietro le quinte di questa sofferenza, quando il tempo scorreva con il ritmo lento dei sacrifici e delle privazioni, che accadeva silenzioso il miracolo dell’amore verso gli altri, non come un fatto religioso ma come la scelta precisa di aiutare concretamente chi aveva bisogno di tutto.

Dalla carta velina e dalla scrittura con la macchina da scrivere, fermandomi a gustare le imperfezioni dell’inchiostro e gli errori di battitura, riconosco i documenti più datati. Sono fragili, li maneggio con cura, col timore di danneggiarli.

Uno di questi mi porta nel 1946 e anticipa una pagina straordinaria di educazione affettiva e di scolarizzazione che attraverserà il cuore di molti siniscolesi: l’arrivo delle suore di N.S. della Mercede.

Sono solo tre fogli pinzati insieme che racchiudono però un mondo intero, il loro mondo, misterioso, isolato, scandito di orari e di preghiere. Un regolamento in 15 punti emanati dalla Congregazione che descrive con rigore i comportamenti che le suore dovevano rispettare, dentro e fuori la comunità, cosa era concesso fare e cosa no.

Si legge nel titolo “Direttive 28 marzo – 1 aprile 1946”.
Mi stupisce la semplicità delle disposizioni, dai contenuti essenziali, ma anche il tono impositivo, l’obbligo alla riservatezza generale, fino alla pubblica sanzione in caso di inosservanza. Si fa riferimento a una Costituzione interna che limitava la corrispondenza tra le Madri Superiore ma anche tra i membri delle varie case e soprattutto con le famiglie delle suore; il divieto di prendere cibo fuori dai pasti programmati, anche nelle case private, e di non tenere conversazioni troppo animate; il raccoglimento anche durante la merenda e il silenzio, sempre raccomandato: “in caso di necessità si parlerà a voce bassa“.

Nel registro degli arrivi e delle partenze delle suore, da trasmettere alle case superiori nel caso di variazioni, una nota scritta con poca cura, come fosse solo un promemoria, rivela la data dell’istituzione a Siniscola della casa religiosa: era il 14 agosto 1949.


Sento una forte emozione nel conoscere i nomi delle suore fondatrici, quattro precisamente, secondo le regole dell’Ordine: la Madre Suor Maria di Cervellon (ispiratasi alla prima suora Mercedaria), le suore Ersilia, Eleonora e Melania.

Le immagino arrivare in paese provate dal viaggio e accaldate del sole agostano, dentro le lunghe tuniche, mentre sistemano i pochi bagagli in un luogo ancora sconosciuto, armate di coraggio per ciò che le aspetta.
Tanto lavoro da fare e locali fatiscenti, privi di qualsiasi agio, un cortile polveroso.
“L’economa di ogni casa invierà ogni 3 mesi i conti firmati dalla Superiora e da lei stessa, all’economa provinciale che, a sua volta, li trasmetterà, ogni 6 mesi, all’economa generale” si stabiliva perentoriamente nelle Direttive che portarono con sé, ma viste le condizioni di estrema povertà e disoccupazione che trovarono tutto intorno, siamo nel primo dopoguerra, è facile immaginare quanto poco avessero da rendicontare e quanto invece da donare.


La presenza a Siniscola delle suore Mercedarie prima del 1949 non è confermata da documenti ufficiali, benché siano diverse le testimonianze di una partecipazione sporadica, legata a particolari eventi parrocchiali.

Suore alla inaugurazione del pulpito della Parrocchia San Giovanni Battista.


Dalla fondazione della casa religiosa, si presume abbiano sempre dimorato nei fabbricati intorno alla Chiesa di Sant’Antonio.
Un’ipotesi avvallata dagli atti progettuali che certificano l’edificazione della struttura in data anteriore al 1942.

Sappiamo inoltre, che nel 1926, ad opera del vescovo Mons. Maurilio Fossati, la Chiesa fu completamente ristrutturata e assegnata a un comitato di volontari che si sarebbe adoperato per riconsegnarla al culto, avendone benefici anche i locali annessi.

La “ex chiesetta”, come veniva chiamata prima del suo recupero e utilizzata fino agli inizi del 1800 principalmente per la sepoltura dei bambini, era passata alla Parrocchia per testamento, alla morte nel 1658 del Rev.do Pietro Francesco Carta; è a lui che viene attribuita l’edificazione a proprie spese della Chiesa, subito dedicata a Sant’Antonio di Padova e dove fu sepolto per diritto di patronato.

Nel suo cospicuo testamento, sono elencati anche terreni e bestiame, 12 alveari, valori monetari, arredi di vario tipo tra cui cito l’antico baule rivestito di pelle rossa che attira fortemente la mia curiosità; ma soprattutto, sono presenti alcuni fabbricati: “una casa confinante con un’altra casa del detto patrimonio” come riporta testualmente Don Pasquale Grecu nel suo preziosissimo testo “Siniscola dal 1600 al 1900”, “e l’altra usata dal testatore come cucina.”

Prende forma in questo modo la storia dell’Asilo Parrocchiale di Sant’Antonio, secondo la denominazione assunta poco più tardi. Una storia di persone che hanno coltivato il frutto di una donazione e l’hanno fatto diventare grande come grande era la loro generosità e determinazione.

Genni Piras

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