Soffro a scrivere qualcosa sulla Giornata della Memoria: il senso di inadeguatezza è insormontabile.
Immagino le vetrine delle librerie e gli scaffali delle biblioteche inondati da titoli che ricordano l’Olocausto.
Soffro perché la memoria circoscrive nel tempo e nella Storia la pagina più drammatica che l’umanità abbia vissuto.
Guardare alla Storia stando attenti alla coscienza interiore di ognuno di noi.
Perché non può essere lasciato ai libri, alla loro lettura, il compito del ricordo: fare memoria.
La mia memoria è quella che offro a me stesso e a voi.
Perché osservando il mio presente vedo proteiforme manifestarsi “la belva umana” come Francesco Guccini scrisse nella ballata su Auschwitz. E ne ritrovo le braci sotto ceneri che spesso sbagliamo a credere ormai combuste: “Definisca bambino” si sente dire Enzo Iachetti in una trasmissione tv. “Era irriguardosa”: così Donald Trump giustifica gli spari assassini con i quali l’ICE giustizia una madre innocente ad un posto di blocco a Minneapolis.
Inorridisco, vedendo l’abusato di ieri diventare l’abusante di oggi – di Gaza sto parlando e sorrido ai giochi di prestigio politici di una destra che ha un chiaro DNA d’orrore (il Manifesto degli scienziati razzisti firmato da Almirante), ed oggi vorrebbe una legge rigida sull’antisemitismo. Ah, l’eterogenesi dei fini…
Torniamo a noi: io altro non so fare che leggere libri e dirne.
Sterminata è bibliografia sull’Olocausto – “Se questo è un uomo” di Primo Levi, andrebbe acquisito di default, assieme al battesimo.
Di mio, vi cerco un filo conduttore per condividerlo.
Premetto: la Giornata della Memoria non è delega rituale, contemplativa del tempo storico, ma supporto alla costruzione strategica di democrazie. Democrazia come scelta organizzativa delle differenze:
“Quando perdiamo il diritto di essere differenti – ci ricorda il nostro Presidente Mattarella – perdiamo il privilegio di essere liberi”.
Faccio uno sforzo a immaginare il fascismo come “regime reazionario di massa”, secondo la definizione di Togliatti, e più ancora l’organizzazione del totalitarismo nazista – i Gauleiter a capo di Reichsgau, (suddivisioni amministrative dello stato che amministrano la quotidianità del dispiegarsi dell’orrore. Il pachidermico Mandelbrod, la cui assistente “ha un dottorato in di filologia latina e germanica” p.653), esemplifica le articolazioni statali che conosco grazie alla lettura di un romanzo a me particolarmente caro: Jonathan Littel, “Le Benevole”, Einaudi, 2007.
Qui la quotidianità del male si articola nel delirio assoluto (ab solutus: sciolto da ogni regola morale) del dottor Aue, il protagonista, la cui perfidia va a sommarsi al male storico del nazismo ed alle atrocità della guerra.
Il suo itinerario di vita si compenetra alla genesi dei campi di sterminio, alla gratuita ferocia militare delle armate che invadono l’URSS e seminano il martirio in Ucraina ed Ungheria. Ci sono pagine descrittive, analitiche, sulle origini delle etnie che incontrano durante l’avanzata militare delle quali discettano timidi antropologi; chiedendosi se, nella loro storia, abbiano avuto ibridazioni con l’ebraismo.
Convalescente, il dottor Aue si sente dire: “Altrimenti se ti mandano da qualche parte, sarà in Bulgaria. Si sta tranquilli, d’accordo, ma il vino non è granché” (p.489): è la banalità del male nella sua quotidianità.
E il dibattito – istituiti i campi di concentramento – verterà sulle calorie necessarie a quei corpi per spremere i residui di aiuto allo sforzo bellico, giustificazione utilitaristica degli stessi campi di sterminio. Ancora ci chiediamo come sia stato possibile.
L’ebreo “è un essere inferiore, non è nemmeno umano, quindi è del tutto legittimo picchiarlo”, leggiamo, ma la guardia delle SS trasforma la sua rabbia in sadismo “quando si accorge che il detenuto, lungi dall’essere una creatura inferiore come gli hanno insegnato, dopotutto è proprio un uomo, come lui in fondo, ed è questa resistenza (…) che la guardia trova insopportabile (…), e quindi (…) lo picchia per tentare di far scomparire la loro comune umanità” (p.602).
Ho scoperto che i campi di sterminio hanno antenati e sperimentazioni forti.
Pensiamo alla Libia durante l’occupazione italiana. Leggiamo Angelo Del Boca, “A un passo dalla forca. Atrocità e infamie dell’occupazione italiana della Libia nelle memorie del patriota Mohamed Fekini“, Baldini Castoldi Dalai, 2007. O Antonio Scurati, “M. L’ora del destino”. Bompiani, 2024, dove abbiamo triste descrizione dei campi di concentramento Cirenaici.
No, non li hanno inventati i nazisti i campi di concentramento.
Sarebbe scontato quanto sbagliato non farlo, ricordare le Riserve Indiane e l’amato Tex Willer. E neppure al nazismo appartiene la cultura dell’eugenetica, della costruzione di una razza come scopriamo leggendo un bellissimo libro di Lulu Miller, “I pesci non esistono”. Una storia d’amore, di perdita e dell’ordine segreto della vita, add Editore, 2020. Un libro biografico con tratti di giallo e squarci di inchiesta dove appare lo scienziato David Starr Jordan (1851-1931) autorevole tassonomista di livello mondiale ed il suo sostegno, imbarazzante, alle teorie eugenetiche che negli USA hanno avuto la responsabilità della “sterilizzazione forzata di migliaia di individui ritenuti inadatti alla vita”.

La banalità del male, la sua quotidianità. Suggerisco di Martin Amis, “La zona di interesse”, Einaudi 2015 e il film omonimo di Jonathan Glazer, premio speciale al Festival di Cannes nel 2024.
Il libro è un assoluto capolavoro, il film ne è lettura acuta, capace di cogliere tutta la banalità del male e renderla in immagini. Vi invito a guardarlo. Vedrete due quotidianità che parallelamente convivono: il campo di concentramento e, esterno, il compound dei tedeschi – il Kat Zet, la zona di interesse.
Un centro residenziale dove tutto è possibile, anche un amore questa volta impossibile di un ufficiale verso la moglie del comandante. Lo sguardo filmico si sofferma su di alcuni aspetti paradossali: quando il comandante del campo è promosso ad altro incarico la moglie lo implora di adoperarsi per rifiutare il trasferimento: stiamo bene qui, quasi piange, i bambini sono felici; e poche scene prima vanta la fertilità dell’orto mentre le immagini vedono le ceneri dei forni crematori concimare le aiuole.
Ignoranza? No di certo.
Ovvio, le forme della consapevolezza passano attraverso un’istruzione maggiore, che «produrrebbe una quantità maggiore di persone “capaci di sollevare dubbi” piuttosto che di individui capaci di risolverli» (p.198) come scrive Peter Burke, “Ignoranza. Una storia globale”, Raffaello Cortina Editore, 2023, dove cita Foucault “Le persone sanno quello che fanno; spesso sanno perché fanno quello che fanno; ma quello che non sanno è cosa fa quello che fanno“. (p.198).
È con questa frase che ripenso a Edoardo Albinati mentre scrive “La scuola Cattolica“, Rizzoli, 2016 (Premio Strega) dove leggo “La follia è a un passo, ma non vi è piacere se alla follia non ci si avvicina almeno un po’, rischiando di caderci dentro”. Il libro, è noto, parla dei delitti del Circeo a opera di neonazisti romani. Lo scavo di ricerca cerca di evidenziarne gli ambiti sociali e culturali che hanno consentito che simili efferatezze accadessero.
Ed è qui che voglio soffermarmi, sulla Banalità del male, per usare le parole di Hannah Arendt di come il processo ad Eichmann ci restituisca non solamente l’immagine di un criminale nazista quanto la figura di snodo – intercambiabile – nella filiera ben oliata dell’Olocausto.
Chiudo.
Forse il titolo del capolavoro di Roberto Benigni “La vita è bella” ha ingannato una ministra del governo Meloni biasimando le visite di istruzione ai campi di sterminio come gite fuoriporta.
“Ma forse la domanda importante non è cosa significhino ieri e domani, ma cosa significa il presente, perché è questo che determina i ricordi degli eventi passati e le fantasie e le strategie per i progetti a venire” (Veronica O’Keane, “Il bazar della memoria, Come costruiamo i ricordi e come i ricordi ci costruiscono, 2022, p.153).
Ruggero Roggio






