“La donna che uccideva le fate” di Gesuino Nemus
Dopo sei anni, Gesuino Nemus ci riporta a Telévras un immaginario paesino al centro dell’Ogliastra dove la vita di tutti i giorni sembra essere una rappresentazione teatrale che mette in scena un microcosmo sardo di figure eccentriche e che ruota intorno al bar Cannonau & Basta.
C’è Samuele Baccanti (il proprietario del bar), la moglie Bonaria (che avrà un ruolo importante in questa narrazione), Malugòru, Tranàga, Pisilenzia, Lollòi, Perdusèmini, il maresciallo Ettore Tigàssu e il brigadiere Bizer, Tonino Geniosu, il pastore bulgaro Dimitar ai quali si aggiunge, direttamente dalla Svizzera lo psichiatra milanese dottor professor Marco Vantini.
Quest’ultimo giunge in Sardegna con l’intento di acquistare una delle famose “case a un euro” e arrivato a Telévras (anche se case a un euro non ce ne sono!) viene affascinato dall’accoglienza che gli riserva il paese e decide di fermarsi prendendo in affitto la casa di uno scrittore sparito da anni: Gesuino Nemus (!), che aveva promesso di dare notorietà a Telévras con i suoi scritti ma poi era misteriosamente scomparso senza mantenere il proposito e per questa ragione era odiato da tutti.
La comunione del dottor Vantini e la comunità del paese viene sancita ufficialmente quando, pochi giorni dopo il suo arrivo, viene messa ai voti, in uno dei tanti referendum che si svolgono al bar Cannonau & Basta, la sua proposta di fare diventare la Sardegna il Cantone Marittimo della Svizzera.
Un successo assoluto! Da quel momento, per tutti, era come se il dottor Vantini fosse un abitante di Telévras da sempre.
La vicenda parte dall’omicidio dell’allevatore Gioacchino Dicciòsu, ex leader delle lotte dei pastori per il prezzo del latte che viene trovato morto, ucciso da una fucilata alla schiena.
Apparentemente il delitto, ovviamente senza nessun testimone, pare si possa ricondurre alle solite beghe non rare nel mondo agropastorale.
Ben presto però, il maresciallo Ettore Tigàssu e il brigadiere Bizer, che conducono le indagini, scontrandosi con l’ostruzionismo del procuratore Arcànu, non tardano a scoprire che tutto è meno ovvio di quello che sembra, il caso di omicidio si intreccia rapidamente con un cold case del passato, ambiguo e misterioso, e con la storia di Elvira Dicciòsu (detta Dulchèsa Durèsa), figura enigmatica, sorella e unica erede della vittima.
Elvira è “la donna che uccide le fate”, vive, sola, in un rudere lontano dal paese e ai margini della civiltà (se così si può definire l’abitato di Telévras!) campando da quanto gli offrono il piccolo orto che coltiva, a fianco della sua dimora, e quelle poche galline che alleva.
È una figura tragicamente segnata dal manicomio e dalla perdita di una figlia, portatagli via da un tragico destino quando era ancora bambina, circostanza di cui lei incolpa “le fate” che per questo odia e combatte.
Sembra possedere facoltà paranormali, legate alla morte che si manifestano con precise premonizioni relative a diversi casi di omicidio, circostanza, questa, che non può lasciare indifferente il maresciallo Tigàssu che con l’aiuto di Bonaria (l’unica persona al mondo di cui Elvira si fidi!) inizia ad avvicinarla e interrogarla.
Coadiuvato nelle indagini dal dottor Vantini che venuto a conoscenza della storia di Dulchèsa Durèsa ne viene professionalmente incuriosito e si prodigherà per dare il suo contributo.
Nonostante il procuratore dottor Arcànu (uno dei diversi nomen-omen) lo emargini e lo tenga lontano dalle indagini, Tigàssu riesce comunque, dopo tantissime vicissitudini ad arrivare a scoprire quanto, troppo a lungo, è rimasto celato.
Il libro emerge come un’opera potente e ambigua, capace di mescolare un lato “scanzonato e irriverente”, ricco di citazioni erudite e giochi linguistici (come l’uso dei nomina omina e gli ossimori), al giallo investigativo (raffinatissimo, avvincente e coinvolgente), la riflessione metaletteraria (il gioco dell’autore che con la sua identità e la sua personalità, entra nel suo stesso libro) e il dramma mitologico che racconta la violenza come un destino inevitabile e la “morte delle fate” come la fine definitiva di ogni illusione infantile e soprannaturale.
Alla fine può essere visto come il ritratto di un mondo che, per sopravvivere è costretto, forse, a rinunciare alla propria magia.
O forse, no…
Gigi Patteri






