Sandro Veronesi ha vinto il Premio Deledda 2025 con il romanzo “Settembre Nero” (La Nave di Teseo, 2024).
Queste le motivazioni che Aldo Maria Morace dà durante la cerimonia di premiazione:
“perché è la fotografia di una stagione di conflitti politici, nell’Italia ancora dentro il boom economico, ma già in odore di disintegrarsi nella lotta sociale, quella degli “autunni caldi” nelle fabbriche”.
Io ho un debito di riconoscenza con il professor Morace da quando, in una premiazione del Romangia, mi disse che nelle sue conferenze portava ad esempio la biblioteca “Salvatore Farina” come modello di funzionamento (per una settimana e più, ho camminato a qualche metro da terra): eppure, devo dirlo, la motivazione del premio riferita in apertura di commento non combacia con la mia lettura del libro. Che – sia detto, non è lettura tecnica, critica, ma emozionale, di lettore curioso attento più al “cosa dice l’autore” che al “come lo dice”. Perché, altrettanti lettori, curiosi di emozioni, di emozioni vogliono sentir dire.

Certo i premi letterari hanno logiche proprie e più che gli autori sembrano premiare i territori che li promuovo, accaparrandosi nomi di richiamo che possano innescare attenzione e visibilità su giornali e tv.
Non a caso, a presiedere il Deledda era il professor Gustavo Zagrebelski, presidente emerito della Corte Costituzionale, già docente a Sassari di Diritto costituzionale e attualmente fine notista politico di cui ricordo il tocco della mano sulla mia spalla mentre sostenevamo un preesame seminariale di Storia Contemporanea con il professor Gallerano, quasi a scusarsi di interrompere per una frazione di secondo la prova, solo per chiedere all’assistente (Piero Sanna) “Allora Piero, stasera suoniamo?” Scoprivo, e da poco sul web ne ho avuto conferma vedendolo al pianoforte, che era “anche” violoncellista.
A me Veronesi piace: ho apprezzato la lettura di “Caos calmo” in parallelo al film diretto da Antonello Grimaldi, confermando poi il giudizio positivo su “Colibrì”.
Che dire di Settembre Nero.
Due osservazioni.
Una “finta autobiografia”, a prima lettura, e l’esperimento di un “romanzo per ragazzi”.
Al riguardo – spero di non appesantire la riflessione, cito il recente romanzo di Nicoletta Verna “L’inverno delle stelle” (Einaudi), appunto scritto con l’intento di ravvivare, con tematiche forti – la Resistenza – il romanzo per ragazzi, facendo dei giovani lettori i protagonisti primi delle storie che stanno leggendo.
Come interessare alla lettura gli adolescenti “distratti” dalle tempeste ormonali?
Nicoletta Verna, che aveva già richiamato la critica con il bellissimo “I giorni di Vetro” (Einaudi), scrive questo suo romanzo dove gli adolescenti crescono vivendo in prima persona i drammi epocali – il nazifascismo, la Resistenza (ma ne parleremo a tempo debito), cioè attori primi delle narrazioni che leggono.
Ecco: due indizi – Verna e Veronesi, fanno una prova.
Poi, con la letteratura appassionarli alla democrazia. Interrogarsi sul passato recente, provocare domande.
La chiave di lettura della finta autobiografia in Settembre Nero.
Che tanto mi ha sorpreso da cercare conferme sul web, leggendo interviste a Veronesi che escludono l’autobiografia, solo di aver studiato le reazioni di suo figlio dodicenne sulla spiaggia.
Parla in prima persona l’adolescente Gigio Bellandi – famiglia medio borghese, babbo avvocato, mamma irlandese bellissima e inconfondibile per il rosso dei capelli, una sorellina di cinque anni più piccola. Molti sono gli elementi di contestualizzazione della narrazione. Già dal titolo, che richiama (contemporaneamente alla tragedia Gazawa odierna) il drammatico episodio del commando dei terroristi feddayn ed il sequestro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972, vissuto tramite il bianco e nero della televisione.
Le sfide di Merckx e Gimondi e la torbida vicenda di Ermanno Lavorini il ragazzo trovato morto nelle pinete della Versilia ed un seguito di cronache morbose.
Inoltre grazie alle visite dello “zio” Giotti, il successo della sfida mondiale tra gli scacchisti Spasskij e Fischer, che inizierà l’Italia al gioco degli scacchi: lui ne segue le partite sulla sua scacchiera sintonizzato sulle radiocronache di Capodistria. Dice lo zio Giotti: “Tra guardare la televisione e ascoltare la radio”, disse, “ci corre quanto tra mangiare e parlare di mangiare” (p.79)».
Lo “zio”, un amico di famiglia che vive nelle campagne di Vinci, regala la sua povertà semplice al romanzo: è un anarchico confinato durante il ventennio, fuggito negli Usa e lì incarcerato perché sovversivo. Risponderà alle punizioni – privato delle razioni del vitto, lasciando sempre nel piatto qualche boccone. E a Gigio, che gli confessa la stranezza del suo gioco di ripetere parole sino a vedere materializzarsi l’immagine così evocata – la parete che sbadiglia o il muflone che gli appare – lo zio Giotti chiederà senza alcuna meraviglia “funziona anche in inglese?”.
È un romanzo di iniziazione e le vacanze nella casa affittata a Fiumetto consentirà alla famiglia di prendere i bagni in Versilia come di consueto e al padre di rilassarsi con week end di vela.
Gigio Bellandi oltre agli amici ed i giochi di spiaggia ha spazi interiori forti, e la sua solitudine sembra un gesto di cortese riservatezza mentre osserva i tempi di vita.
Appassionato di Linus fa percepire la formazione esercitata dai media. Siamo all’alba della rivoluzione nelle comunicazioni: la tv in bianco e nero, a colori la vedrà a casa di Astel Raimondi, figlia di un industriale viareggino e di una donna etiope affascinante.

Il razzismo, dirà Veronesi in un’intervista, allora non era contro le persone di colore, semmai verso i meridionali. E Gigio si innamorerà di Astel e Astel di lui. Mentre lei è in Inghilterra a studiare l’inglese Gigio capisce “la sua assenza era stata l’abisso che mi aveva permesso di misurare la profondità del mio amore” (p.169).
Lui, madrelingua, le traduce i testi delle canzoni dei dischi che lei ha portato dalla vacanza studio. Un po’ come Troisi, che canta ad Amanda Sandrelli le canzoni dei Beatles nel film “Non ci resta che piangere”, dirà “E ci eravamo innamorati separatamente, ognuno per conto suo, quasi senza accorgercene” (p.168). È la storia di tumulto adolescenziale, che ti cambia la vita e te la fa scoprire.
Un ragazzo ed una ragazza crescono alfabetizzandosi alla vita tramite la tv ed altri media, vivendo in diretta gli eventi senza coglierne il peso specifico.
Mi ritorna una frase di Joshua Meyrovitz (un sociologo americano della scuola di Marshall McLuhan, che studia il ruolo sociale esercitato dai media quali ambienti in cui si formano le esperienze): un bambino di tre anni, guardando la tv, ha imparato a conoscere gli adulti, e già girato il mondo prima ancora di aver attraversato la strada di casa.
Gigio e Astel guardano il mondo e osservano gli adulti: sarà la morte violenta del babbo di Astel a far precipitare la narrazione.
Di quel delitto è accusata la moglie, ed il babbo di Gigio, avvocato, ne assumerà il patrocinio. Di rilievo le pagine in cui Gigio che origlia sua mamma mentre suggerisce al babbo le strategie difensive, la ricerca di un alibi.
La scrittura diventa stenografica, tamburellante, essenziale: Gigio ascolta sapendo che nelle risposte del padre oltre alla spiegazione del delitto ed dell’alibi c’è molto di più.
Lo scoprirete solo leggendo.
Ruggero Roggio






