Davide Piras pubblica Femmenella, (PIEMME, 2026) e scrive nei ringraziamenti che “la meraviglia della Sardegna è la gente. Qui, ogni persona è mille storie. E io queste storie le ascolto da quando ero bambino, ed è un privilegio poterle raccontare” (p.303).
Protagonista è Modesto Emanuele Minnai: mantiene l’onomastica generazionale di famiglia, un’araldica costante nei tempi che si tramanda di padre in figlio: sarà Manu per tutto il romanzo, figlio del babbo omonimo ed Anna, la madre. Dice subito, a invogliarci alle sue avventure – “Gesù però era risorto una sola volta, io invece sono morto e risuscitato tre volte più una. La prima nel 1919, quando sopravvissi all’influenza spagnola” (p.9).
È un libro che suscita immediate suggestioni: le citazioni rinvenibili, la scelta linguistica, i tempi del giallo.
I ringraziamenti e i debiti sono numerosi.
Scontati, mentre si parla della Sardegna che esce dalla Prima guerra mondiale con nuovi cori delle stesse prefiche ad accompagnare i nuovi lutti, alcuni da elaborare.
Il contesto è quasi magico, mediato da una antropologia utilizzata nella narrazione per descrivere la fase di passaggio e i conflitti che la tradizione e la quotidianità drammatica delle comunità post feudale vivono nella fase del fascismo incombente.
Ritroviamo forse – lo cito io, non trovandolo tra i ringraziamenti – le riflessioni di Giuseppe Fiori con “Baroni in laguna. La società del malessere” (Laterza, 2001) – con le gesta del brigante Graziano Mesina ad imperversare nell’oristanese.
Poi è forte l’eredità di Michela Murgia e dell’Accabbadora.
È un romanzo nel quale morte e vita sfumano nella sopravvivenza, dove la pietas per il fine vita ha radici culturali e consolidato rituale.
Ma, sebbene dolore e lutto convergano, non pongono fine all’espiazione: che nel libro è descritta nel mancato perdono di Manu allo zio e padrino Priamo, l’usurpatore della casa, che – alla sua richiesta di perdono in punto di morte, avrà il suo no ed una scottatura di candela sul braccio, tale che si abitui alle fiamme dell’inferno.

Il libro.
Manu e la sua famiglia fanno un disagevole viaggio a dorso di mulo verso l’oristanese dove il padre diventerà compare d’acqua di San Giovanni (e di fuggaroni) con Gavino, commilitone cui aveva salvato la vita.
Sarà folgorato dal figlio Andrea, bellissimo, scoprendosi adolescente innamorato di un coetaneo.
Nel viaggio di rientro una frana impone la ricerca di un percorso alternativo e cercandolo, il padre muore in un dirupo.
Lui e la madre non hanno tempo delle esequie che il cognato e zio e padrino (avendo a suo tempo falsificato il testamento), fratello del defunto, dà un ultimatum: tre giorni per lasciare la casa.
Gavino offre ospitalità: lui è vedovo, benestante, commercia il pescato della laguna. Inizialmente rifiutano ma le angherie sono tali che salgono sul carro destinato ad un trasloco vivendo una fuga precipitosa.
Qui inizia la narrazione dove l’attrazione di Manu per Andrea si conferma e trapela, innescando problemi alle ambizioni di Gavino: diventare podestà, forte di un programma “sociale”: levare i balzelli dei Castoldi dal pescato degli stagni.
Cerca prima di rintuzzare le voci che si propalano – Femmenella diventa il nomignolo – sull’identità di Manu. Altri mormorii: la presenza in casa di Anna, una vedova, cui rimedierà chiedendola in matrimonio.
È un canovaccio schakesperiano: la vedova che sposa il vedovo e entrambi negano al figlio/figliastro, omosessuale, ogni protezione (l’uno per mire politiche, l’altra per quieto vivere e accondiscendenza).
Manu sentirà rafforzarsi l’essere e/o il non essere in cui vive. A rintuzzare le voci che prendono piede andrà a servire messa dal parroco ottenendo le garanzie che sembrano scongiurare brutte pieghe.
Ma ai sentimenti non si comanda e l’evidenza vedrà una squadraccia fascista intervenire – “Per il Duce gli omosessuali sono un’invenzione dei comunisti. Sono stato chiaro?” (p.97), dice perentorio il seniore Esposito, dopo avere estorto una denuncia a Pietro, un coetaneo problematico di Manu e Andrea, manipolabile e ricattabile con facilità: sarà il traditore.
Manu, con l’accondiscendenza codarda e interessata di Gavino e Anna, sarà brutalizzato per essere “rieducato”. Non potrà restare in famiglia: deve essere nascosto.
Il patrigno lo affida a Su Poeta, il poeta del mare, un vecchio considerato mentalmente instabile (“Folle è l’uomo che parla alla luna, stolto chi non le presta ascolto”, pare che dicesse Shakespeare) che rivelerà una grande forza empatica – forse perché piange il figlio disperso in mare – e si farà carico di consolare Manu e di farne un pescatore.
A me – attento alle citazioni – il “poeta del mare” ricorda “L’uomo che comprò la luna” nel film di Paolo Zucca: pescatore e poeta rispettoso dell’ecosistema e della complessità delle persone stesse, cui nulla può sfuggire dacché “aveva occhi anche dietro alla testa e ascoltava il linguaggio dei pesci” (p.131).
È un fascismo allegorico quello che appare a ridosso della società feudale. Gavino – il patrigno – è il podestà in pectore e vorrebbe togliere le tasse dei Castoldi – i “baroni” in laguna” – ed i taglieggiamenti e le ruberie delle guardie sguinzagliate tra i canneti.
Qui sono evidenti gli stilemi linguistici del romanzo ottocentesco – un amore osteggiato, e l’innovazione di un amore omosessuale vietato con brutalità; un ragazzo problematico pronto a tradire, usato nella sua speranza di ricerca del padre convinto che sia in un Luna Park in America.
Gli interessi contrapposti tra la tassa sul pescato che Gavino Cherchi avrebbe voluto abolire e chi da quella situazione di disparità guadagnava. Per cui leggeremo degli incontri che Manu e Andrea riusciranno a consentirsi e dichiararsi il loro amore, a viverlo in modo casto.
Riusciranno a sventare il rapimento del padre di Andrea, sequestrato da una banda intuibile mentre i due ragazzi nascosti vedono compiere.
Il tradimento di Pietro ed il perdono di Manu: “Non sarei mai stato capace di augurargli brutte cose neanche dopo ciò che mi aveva fatto. Condividevamo la stessa miseria, io e lui, gli stessi soprusi subiti da chi ci guardava come morti di fame da scansare, la stessa assenza di un padre. Mi aveva sempre fatto pena, e mi rivedevo in lui: entrambi covavamo una rabbia che in Pietro esplodeva e in me implodeva, per questo sarei stato ipocrita se lo avessi condannato senza concedergli attenuanti” (p.244).
È la pietas che domina la narrazione, sia che si neghi il perdono, sia che il perdono emerga funzionale ad una alleanza tra Pietro e Manu per smascherare gli intrecci che piaceranno al lettore ancorato a stilemi di sardità magica.
Forse il tentativo di innovazione del romanzo di Davide Piras, è in queste polarità: introducendo i temi dell’omosessualità e del fine vita (cioè la dignità di scelta e di condizione, l’affermazione delle diversità), ed il perdono.
Basteranno a segnare un tentativo di uscire da cliché narrativi forti?
Superati, mi verrebbe da dire, pensando che – comunque, l’esotismo da paradiso oceaniano di Mircea Eliade è un’invenzione del cinema USA anni ‘60.
Ruggero Roggio






