Penso che Andrea Deiana con “Strappami alla notte” (Il Maestrale, 2026, ) ci abbia fatto dono di un bellissimo libro, un capolavoro, intenso per livello di scrittura, per fluire narrativo e temi trattati, per la profonda spiritualità che le pagine ci regalano.
Un romanzo che procede per didascalie poetiche, dribblando le rigidità di regole sintattiche e dando a chi legge i sapori nuovi della parola – parlata e scritta, nella messa a sistema di osservazioni e pensieri.
Quasi un diario, forse; anzi, un collage scritto con i ritagli dei giornali comprati dal prete alle svendite mensili: notizie scadute, senza più rispondenza alla realtà che la bambina legge alla nonna cieca.
Una bambina sceglie parole da incollare, le ritaglia dai giornali: UNA SOLA È LA PAROLA DI DIO – leggiamo – UNA SOLA È LA LINGUA (p.9-10) scrive, per farci avvertiti, come sarà più avanti, che “uno solo è il signore” (p. 41).
È la voce di una bambina mentre impara “che per conoscere i fatti bisogna essere capaci di captare e interpretare frammenti di frasi, ricostruire discorsi e, quando tutto ciò non basta, immaginare cosa c’è nei vuoti” (p.61).
L’ascolto attento la contraddistingue: “m’impadronivo delle parole sentite – dirà – e con cura da mosaicista rimettevo insieme ogni frammento per ricostruire le storie (p.101).
Ad analogo compito Andrea Deiana invita noi lettori.
La storia parrebbe avere i contorni di un giallo, per l’identificazione del cadavere di un uomo rinvenuto presso “il paese [che] si era formato a mezzacosta sul fianco di una collina appesantita da alberi e massi enormi e insicuri, legati alla terra solamente dall’abbraccio ostinato di rovi” (p.23).
Al momento, “Nessuno era riuscito a identificarlo”, ma “Un nome ci vuole per pregare per lui disse” la nonna cieca (p.16), che volle comunque “vederlo”: “Mancava solo la cieca, sentii dire al piantone quando arrivò il nostro turno (p.19).
Quindi l’interrogativo: “In quale modo poteva una cieca capire chi fosse quell’uomo venuto dal nulla a rivoltare la coscienza del paese? Quale l’oscura ragione a spingerla là?” (p.16) Nessuno lo identificherà, neanche la nonna dopo aver ascoltato la descrizione che la nipote fa della salma.
Parla la voce di una bambina; senza un nome a distinguerla. Della madre avrà solo l’intuizione di un ricordo: la foto strappata, della nonna e della zia, dove manca una terza figura: i lembi non combaciano.
La madre “Lasciò il paese, correndo dietro i carri armati e ai soldati dalle uniformi sbiadite e usurate in partenza dall’isola” (p.59). Tornerà con la bambina, per affidarla alla nonna con ruolo “da sostegno, poco più di un bastone” (p.46).
È gli occhi che la nonna non ha: la sua voce ha obbligo di descrivere giornate, leggerle notizie datate. Crescendo, badare alla zia malata.
Crescerà con questa stimmate: “Era mamma l’origine del peccato, la causa di qualsiasi sciagura si abbattesse sull’intero paese o su noi” (p.50). La seguiamo dentro le bellissime spirali narrative mentre cresce ingabbiata in rigidi ruoli parentali.
Oltre alla nonna, il nonno – assente, dedito alla campagna; la zia ritardata.
Racconta di famiglie disfunzionali – vite dove forte è la presenza della malattia.

Il medico – che le curerà una ferita sulla fonte, arrivato in paese per lenire le sofferenze di un padre minatore silicotico.
La maestra – che insisterà con la nonna perché la nipote riceva un’istruzione, e frequenterà, avendo come compagno di banco il figlio della maestra, in una classe interamente femminile, (secondo i tempi), segnato dal forte ritardo psichico, in un rispetto di forti empatie – “Uniti nella casualità dei destini sbagliati trascorremmo cinque anni a cercarci le mani sotto il banco nelle mattine di scuola: era un gesto dettato dall’istinto di entrambi per non sentirci mai soli, io credo”. (p.133).
L’orco – il loro dirimpettaio, un taglialegna malmostoso ai margini della comunità, capace di brutali violenze: la moglie vittima prima. Morirà di infarto: “Fammi un figlio, fu invece l’ultima fase pronunciata qualche ora prima di morire” (p. 40), lasciandola agli appetiti dei maschi che profittavano dell’indigenza di vedova.
La bambina vedrà farle visita anche il nonno ed anche la nonna assaggerà le sue cinghiate, scandendo – lo schiocco -, il linguaggio violento che si riverbera per le case, ne segna le sere, definendo ruoli e poteri.
Le punizioni corporali sono violenza dovuta per chi la esercita, subita quasi come necessaria da chi la riceve: una via crucis del vivere, dagli equilibri consolidati e poco conta curare le lesioni.
Violenza che perdura negli incubi del marito della maestra – che ne lenisce le crisi con abbracci e gravidanze – a tacitare la memoria dei bombardanti quando “D’essere anima senza più corpo, sperarono alcuni. Corpo senza anima, si ritrovarono a essere altri” (p.105).
Violenza sarà l’incendio che devasterà i boschi limitrofi – “Un roseto appassito su cui uno alla volta incominciano a spegnersi fiori rossi di fuoco, dissi a mia nonna” (p.147), restituendo alle figure maschili un minimo di dignità: neppure il prete si salva dalla grettezza dominante, frustrato dai mancati successi di carriera ecclesiastica, accontentandosi di una vita materiale quanto più materialmente soddisfacente: “l’avidità sembrava essere la sola e unica fede del prete da cui acquistavamo i vecchi giornali” (p.69).
E visita di cordoglio renderanno alla vedova dell’orco, e la bambina capirà dai loro discorsi come il male, per loro, non fosse l’orco: il male “non si manifestava nella prepotenza, nel soggiogare una persona, nell’annichilire con la violenza, ma impalpabile e immateriale era ciò che allontanava dalla loro rappresentazione di Dio” (p.48).
La narrazione porta ad emersione la matrilinearità complice della violenza familiare. Una costante, nei tempi sfalsati della narrazione, delle frizionalità nell’universo femminile nel suo relazionarsi all’uomo.
È la domanda mia, che sopravvive alla lettura: una constatazione di sofferenza e subalternità, gerarchie ferree subite ed accettate, le bramosie sessuali impudenti – neppure il medico sarà esente da atteggiamenti impropri e molesti. La violenza – brutale. Linguaggio.
La nonna la frusterà a sangue per averle descritto rassomiglianze inesistenti tra sé stessa e il morto, forse ad appropriarsi di una paternità, forse per risponder alla gente “Sembra che somigli a qualcuno ma non si capisce chi è” (p.177). Il medico, curandole le ferite la ragguaglierà circa l’identità della salma.
Il romanzo procede per ondate di memoria, strappi, vampe e fiammate: l’incendio, potrebbe essere allegoria e citazione di quello sofferto da Tempio nel 1983, dove l’autore è libraio.
Scopriremo che la bambina è cresciuta: “settant’anni dall’estate del millenovecentocinquatotto” (p.177) ci spiega qualcosa. Noi fascinati dalla ricchezza narrativa di un grande romanzo continuiamo a cercarne gli esiti a tentoni, nel rispetto di una cecità borgesiana.
Ruggero Roggio






