Quando la Sardegna scriveva a Sciascia
C’è un’ombra lunga che unisce le parrocchie di Racalmuto ai tribunali di Sassari.
È un’ombra fatta di inchiostro e codici penali che, negli anni d’oro del giallo d’autore italiano, ha visto incrociarsi i destini di due uomini rari: Leonardo Sciascia, l’eretico della ragione, e Salvatore Mannuzzu, il magistrato sardo che scelse la narrativa per raccontare ciò che le sentenze non potevano contenere.
Non fu solo un incontro tra colleghi di penna, ma un vero e proprio cortocircuito tra due “isole difficili”.
Mentre Sciascia smontava i meccanismi del potere siciliano, Mannuzzu, dal cuore di una Sardegna sabauda e silenziosa, rispondeva con la stessa precisione chirurgica.
Insieme, hanno trasformato l’indagine poliziesca in una forma di resistenza morale, dimostrando che per capire l’Italia bisognava guardarla dal centro del Mediterraneo, dove la giustizia è spesso un enigma più complesso del delitto stesso.
Per anni, nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Sassari, Salvatore Mannuzzu è stato “solo” un magistrato schivo e rigoroso.
Ma di notte, o nei rari momenti di tregua dai faldoni, la sua penna correva su sentieri diversi.
Firmava come Giuseppe Dessì (omaggio a un altro grande sardo), quasi a voler proteggere la sacralità della legge dalla libertà della letteratura.
Sciascia, che dei magistrati diffidava per vocazione filosofica ma ne cercava ossessivamente l’integrità, rimase folgorato dalla prosa di Mannuzzu. Vi trovò la stessa sostanza di cui erano fatti i suoi sogni: la consapevolezza che il processo non è mai la verità, ma solo una sua rappresentazione parziale, spesso tragica.



Quando nel 1988 uscì “Procedura”, il mondo letterario capì che il giallo aveva trovato una nuova casa in Sardegna.
Sciascia ne riconobbe immediatamente la grandezza.
Non c’erano inseguimenti o colpi di scena; c’era invece l’indagine di un giudice istruttore sulla morte di un avvocato, Valerio Garau, avvenuta per avvelenamento in un caffè del centro.
Attraverso gli occhi del protagonista, Mannuzzu ci conduce in una Sassari fatta di silenzi, di “non detti” e di una borghesia che si protegge dietro lo scudo delle apparenze.
È lo stesso respiro della “Corda pazza” sciasciana: quella logica isolana che preferisce l’omertà del decoro alla luce della giustizia.
Il legame tra i due capolavori, “Procedura” e “Il contesto”, si fa quasi metafisico. In entrambi i romanzi, l’indagine smette di essere la ricerca di un colpevole per diventare la misurazione della temperatura morale di una nazione.
Se in “Il contesto” l’ispettore Rogas soccombe a uno Stato dove i giudici si credono infallibili come “braccia di Dio”, in “Procedura” la giustizia è invece polverosa, burocratica, stanca.
Mannuzzu, con la precisione di chi ha redatto migliaia di atti, descrive il dramma del verbale.
Per lui, il verbale non è la fotografia della realtà, ma il suo sudario: “Ogni testimonianza è un tradimento, ogni ricordo un’approssimazione che la penna del cancelliere trasforma in un dogma immobile”.
Qui il magistrato sardo si ricongiunge a Sciascia: se la verità non è “verbalizzabile” secondo i codici, per la legge essa semplicemente non esiste.
Il punto di contatto più profondo risiede nell’umanità dei protagonisti.
Rogas è l’eroe della logica che muore perché la sua ragione non può nulla contro la follia del potere.
Il Giudice Istruttore di Mannuzzu subisce invece una sconfitta esistenziale: finisce per archiviare il caso, non perché manchino i colpevoli, ma perché la “procedura” ha consumato ogni energia, rendendo il verdetto irrilevante rispetto alla complessità del male incontrato.
La scomparsa di Sciascia nel 1989 lasciò Mannuzzu senza il suo interlocutore più lucido, ma quel dialogo ha lasciato un’eredità indelebile.
Ci hanno insegnato che scrivere è, in fondo, un atto di giustizia tardiva: un modo per dare voce a ciò che nei tribunali resta, per procedura, inesorabilmente muto.
Cristina Oggiano






