Chissà se il presidente del Senato tra un mecenatesco festival costiero ed un rendez-vous con la famiglia del bosco e il conseguente elogio del disagio abitativo dei suoi compagni di scuola, abbia pensato di trovare il tempo per un’occhiata al libro di Maria Grazia Nilson, “Sinnada“, (Feltrinelli, 2026).
Avrebbe fiancheggiato il disagio abitativo e il perdersi nel bosco, le famiglie disfunzionali e bambini che crescono assoldati alla guerra quotidiana alla miseria.
Ognuno a cercare di divincolarsi dalle spire terribili della povertà ed una consapevolezza: per uscirne bisognava studiare.
È un libro particolare questo di Maria Spissu Nilson, di cui ho avuto notizia dopo la bella intervista di Paolo Ardovino alla autrice, sulla Nuova Sardegna: “Il mio primo libro a 82 anni. Questo romanzo l’ho sognato”, così il titolo.
Leggendo scopriamo una insegnante di scuola primaria, con la passione per la lettura e la scrittura, che ha pubblicato racconti, ha tentato il self publishing e in età matura ha coronato il sogno: Feltrinelli le pubblica il suo romanzo. Chapeau!
Forse il grande Fois lo ascriverebbe per tematiche a quella vague che ha visto buone vendite di autori (Offeddu e Cau) che hanno puntato su di un’Isola mitizzata, stimolando l’editoria ad insistere su storie fedeli a cliché narrativi consolidati se non luoghi comuni: “è il mercato, bellezza”.
Sentiamo lei: “La mia idea è di unire tre storie che creino un panorama del cambiamento culturale e storico della Sardegna (…) Sinnada riguarda il periodo post seconda guerra mondiale, e poi una terza sull’isola attuale”, così nell’intervista – scoprendo che l’ispirazione le arriva durante un viaggio, quando si rivela una “bambina derelitta” e un “capitano di marina che vuole salvarla perché la trova in stato di selvatichezza”.
Sempre nell’intervista leggo la passione, condivisa, per la letteratura sudamericana, Borges e José Saramago il suo preferito, del quale vanta di avere tutti i libri. E, per questa indicazione, mi sento autorizzato ad un parallelo tra Lellena, Sinnada il suo soprannone: marchiata, capace di guarigioni miracolistiche e Blimunda, la protagonista di Memoriale del Convento del grande scrittore portoghese, capace – se a digiuno, di leggere il pensiero di chi incontra.
Mi dirà se ci azzecco, spero.
Un’ultima riflessione. Libro-fiches editoriale, puntando la Feltrinelli sull’immaginario del lettore che aspetta il luogo comune della Sardegna? lo si può leggere così; oppure come romanzo per ragazzi; o come una favola, nell’attesa che la sua morale si riveli.
E come tutte le favole richiedono, per leggerlo serve complicità tra autore e lettore, con una sospensione dell’incredulità. Questa la mia chiave: una favola tragica con Lellena cenerentola e Ro, il comandante, un principe sfortunato, Bastiana la strega che impazzirà di gelosie immotivate.
Il libro.
Elena o Lellena o Sinnada, nasce per “errore di luna”, temuta dalla madre Raffaellicca “dato che dalle profondità del ventre l’aveva sentita lagnarsi più volte e dire frasi incomprensibili; discorreva con qualcuno facendola rabbrividire, con chi parlava? Con i vivi o con i morti?” (p.11). Crescerà e sarà “bella con gli occhi di cielo e i capelli di sole” (p.17).
Si marchierà la fronte col fuoco volendo imitare un cavallo per la stella disegnata sul muso: sarà perciò Sinnada; che sia croce o stella poco importa: basterà ad attribuirle capacità miracolistiche nella Sardegna del dopoguerra.

Un’infanzia difficile, in una famiglia numerosa, senza padre e là una storia di un fratellino neonato buttato nel caminetto.
Gualtiero De Simone la prenderà sotto tutela: è un capitano di marina venuto in Sardegna per la convalescenza: coltellate, a bordo. Vivrà a pensione da Bastiana (una donna sola della “nobiltà decaduta dell’ulivo” (p.62) e si prenderà cura di questa bambina, muta, nel suo riserbo selvaggio cui guadagnerà la fiducia regalandole un libro presupposto per un’istruzione da costruire, vestiario, igiene personale nella vasca da bagno di Bastiana.
Lellena non rinuncia alla sua selvatichezza “continua nel suo peregrinare, specialmente in notti chiare quando la luna la osserva, così le sembra” (p.94). Prenderà un cucciolo di cane da una figliata randagia e lo salverà Nenna, di cui sarà la figlia d’anima nella cui casa troverà sempre il profumo del pane appena sfornato, sballottata tra i suoi vagabondaggi, l’attesa di Gualtiero che ritorni da Napoli scrutando la finestra della sua stanza da Bastiana.
Pressata da richieste di guarigioni miracolistiche da una corte di disperati, coglie “le percosse, la fame tenuta a bada con le ghiande bollite, le gravidanze interrotte, la malattia nascosta per paura dell’esclusione” (p.99).
Farà amicizia con Elias Araolla, un bambino servo pastore che governa il piccolo gregge lontano dal centro abitato che la incanterà con il suono di uno zufolo di canna e lei gli insegnerà a leggere e scrivere sulla polvere dell’ovile con un bastoncino, avvalendosi dei libri che in paese arrivano con una biblioteca itinerante.
La bambina cresce e si ingentilisce: Gualtiero la porterà con sé a Napoli e le si aprirà un mondo. Ciò basta perché le aspettative di Bastiana invaghita di Gualtiero deflagrino nella furia omicida: l’uomo muore e Lellena avrà un crollo nervoso perché la comunità ritiene colpevole lei e non Bastiana pur nella flagranza evidente.
Sarà ricoverata in manicomio: allora così erano definiti. Vi vivrà dodici anni subendo soprusi e molestie: i capelli rasati lasceranno la testa pronta agli elettroshock.
L’infermiera Agnese ed il dottor Fanni le dimostreranno umanità e grazie a loro riuscirà a costruire contatti epistolari con il fratello Gonario, Elias e Nenna. Alla quale preannuncia il ritorno.
Non è facile il rientro in società, scoprire un mondo nuovo, i cambiamenti. Non è facile per lei, ingiustamente internata, figlia della sua selvatichezza.
Incontrandosi con Elias “Si guardano in viso dopo anni, due estranei che cercano di ritrovarsi il cuore bambino”.
Ho detto troppo ma nulla è in confronto alle emozioni provate sino alla commozione sincera che la lettura mi ha procurato dopo aver accettato di sospendere l’incredulità e leggere la favola di Lellena cercandone la morale.
E da vecchio bibliotecario l’ho trovata nella parola biblioteca, finalmente operativa in quella comunità dove Lellena, dopo il ritorno, potrà coltivare il suo amore per la lettura e i libri.
Presidente La Russa, lei che ha battezzato suoi figli con i nomi dell’epopea dei nativi americani, lo legga, la prego: converrà che la selvatichezza del buon Robinson non è quello che prospetta per Venerdì.
Ruggero Roggio







