Sembra il momento perfetto per recensire il romanzo di Giuliano da Empoli, “Il mago del Cremlino“, (Mondadori 2026): la “pirotecnica” congiuntura internazionale, l’uscita del film omonimo, la cui sceneggiatura è curata da Emmanuel Carrère, un grande scrittore, molto attento alle vicende russe – le sue genealogie raccontano origini non troppo distanti nel tempo (i nonni materni erano russi emigrati in Francia), cui dedica il suo ultimo romanzo “Kolkhoze”, in corso di traduzione in Italia.
Chi leggerà “Il Mago”, converrà che a Carrère la sceneggiatura spettasse: annovera nella sua bibliografia “Limonov”, dedicato alla meteora del fondatore del Partito nazional-bolscevico, uno dei personaggi citati nel Mago del Cremlino. Ed è di questi giorni la programmazione sul Nove dell’opera “Io, Vladimir” di Stefano Massini che racconta Putin.
Il romanzo è la biografia – romanzata – di Putin
La racconta Vadim Baranov – ghost writer, spin doctor, creatore dell’immagine pubblica dello Zar – “Partito dal teatro ero passato alla messa in scena della realtà” (p.190).

Una biografia in parallelo: Putin sotto i riflettori del potere e della visibilità; sfuggente, nell’ombra, Baranov.
Lui è un artista delle avanguardie, produttore di reality show esasperati, alle dipendenze dell’oligarca Boris Berezovkij.
Serviva qualcuno per sostituire Eltsin: scelgono un oscuro funzionario del KGB: Putin.
Gli va costruita l’immagine come, nella realtà politica, fece Vladislav Surkov, ideatore della “Fake Democracy” (p.11). “Baranov avanzava nella vita circondato di enigmi.
L’unica cosa più o meno certa era la sua influenza sullo Zar. Nei tre lustri che aveva trascorso al suo servizio, aveva dato un contributo decisivo all’edificazione del suo potere. Il mago del Cremlino, lo chiamavano, il nuovo Rasputin” (p.8).
Enigma, scrive Da Empoli, enigma gli fa eco Carrère, di cui raccolgo la citazione dalla sua intervista “Sulla Russia tutti cliché sono veri” (La Repubblica del 23.01.26): “Non ricordo più la frase esatta ma Churchill diceva, in sostanza, che la Russia era un mistero avvolto in un segreto nascosto a sua volta in un enigma”.
Le due biografie parallele – Putin/Baranov – sono binari che contornano l’implosione dell’URSS e il prendere forma della Russia, una nazione che scopre i soldi facili e le dissolutezze della ricchezza improvvisa: “Qui tutti si ricordano la vita di prima, i sacrifici, L’élite russa è unita dalla base comune della miseria” (p.36).
E possedere il telefono era primazia – “Il punto era lo status, non il cash” (p.37): sapevano tutti che le telefonate erano controllate. Il romanzo si avvale dell’artificio dell’intervista, a Baranov il fascino della narrazione che fa emergere una aneddotica acuta. Ad esempio gli insegnamenti del nonno: “L’unica cosa che puoi controllare è la tua reazione, il modo in cui interpreti gli eventi. Se parti dal presupposto che non sono gli eventi a farci soffrire, ma solo il giudizio che diamo su di essi, allora puoi aspirare a prendere il controllo della tua vita”. (p.31).
Un’intervista estesa, nella dacia di Baranov, che va dal Re Sole (Versailles era la prigione dorata dove la nobiltà era reclusa), al bicchiere di latte sul leggio che accompagna i discorsi di Gorbacev – “Poi quello va e raddoppia il prezzo della vodka…In Russia, si rende conto?” (p.40).
Baranov parla di Putin e della Russia senza trascurarsi, anzi ci spiega mode e vita del nuovo mondo. Lo fa raccontando del suo amore per Ksenia, bellissima – “standole vicino, un uomo poteva provare il senso della vittoria e la consapevolezza dell’impossibilità della vittoria” (p.158).
Figura snodo, emblematica: interprete del “carpe diem”, l’opportunità di un mondo impensato. E se lei è convinta “… che parlare del futuro rendeva automaticamente gli uomini noiosi” (p.46) a lui piace essere impegnato “a ricostruire l’immaginario collettivo del paese”, dacché “potevamo permetterci tutto fuorché la monotonia” (p.60).
A lui, attore e produttore di finzioni televisive, viene così proposto di sostenere Putin: “Che ne diresti di smettere di creare finzioni e di iniziare a creare la realtà?” (p.67), sino ad allora stagnante in questa atrocità: la “…Lubjanska ai tempi dell’URSS (…) era il palazzo più alto della città, perché dagli scantinati si vedeva la Siberia” (p.70).
Se “L’eccesso di orizzontalità ha portato al caos” i dati “ci dicono che i russi nutrono oggi un nuovo desiderio di verticalità, cioè di autorità” (p.74) e, “se la gente non si interessa più alla politica, noi le offriremo una mitologia” (p.69).
Post democrazia? Democratura? Uno spaccato del nuovo mondo, laboratorio sperimentale della guerra ibrida, tutto è condensato in questa filosofia: “Noi non dobbiamo convertire nessuno, Evgenij. Solo scoprire in cosa credono e convincerli di più, capisci? Dargli notizie, argomenti, veri, falsi, non ha importanza. Farli incazzare. Tutti. Sempre di più” (p.179).
Per capire la Russia e il tempo presente propongo di accompagnare la lettura del “Mago del Cremlino” ad un altro recente libro di Giuliano Da Empoli, “L’ora dei predatori“, (Einaudi 2025). È la testimonianza di un addetto ai lavori che ha osservato – come dice il sottotitolo di copertina – Il nuovo potere mondiale visto da vicino.

Lui – ricordiamolo, ha un curriculum di alto profilo: collabora al Sole 24 ore e Corriere della Sera, docente di Politica comparata a Parigi; nel passato consulente di Maccanico e assessore alla Cultura del Comune di Firenze con Matteo Renzi. Troviamo una descrizione delle forme del potere, perfetta e paradossale, dei sovvertimenti che le democrazie delle società liberali stanno sperimentando. Un mondo governato dalle leggi dell’entropia, dove l’unico modo per gestire il caos interno agli stati è esportarlo.
Pensare a Trump e Netanyahu fa vera questa osservazione: “E il leader, chiunque egli sia, è sempre un capro espiatorio in attesa” (p.21). Su questi due presupposti “Negli ultimi anni, l’illusione che la supremazia tecnologica possa sostituirsi a una analisi approfondita delle diverse situazioni locali ha trasformato il ricorso alle armi, fisiche e digitali (…), in una delle principali molle della politica estera” (p. 29).
Ce n’è per tutti, ma per Trump di più: “Il nuovo presidente americano si è messo alla testa (…) di autocrati disinibiti, di conquistadores tecnologici, di reazionati e di complottisti impazienti di costituire un mondo nuovo” (p.36).
Ci racconta di Mohammad bin Salman e del colpo di stato sui generis quando, radunata l’oligarchia all’hotel Ritz Carlton di Ryad, la priva di ogni potere e la taglieggia per “più di cento miliardi per finanziare i progetti faraonici del giovane principe” (p.43): l’azione che sorprende nemici ed alleati.
Ci racconta anche di Bukele presidente del Salvador che imprigiona ottantamila persone in una guerra ai pandilleros, la malavita locale, sulla base dei tatuaggi come segno particolare che ne motiva gli arresti.
Sono i “Borgiani”, gli ispiratori di Trump, e Cambridge Analytica gestisce le politiche di information warfare, dove tutto è permesso e “il caos non è più l’arma dei ribelli, ma il sigillo dei potenti”. (p.57).
Ne descrive così il magnate: “I modi di un aristocratico di South Kensington e il codice morale di un teppista di Brixton” (p.70).
Perciò “Gli ingegneri della Silicon Valley (…) si sono trasformati in programmatori di comportamenti umani” (p.72), dove vale la massima “Noi creiamo il futuro che l’umanità sogna” (p.77) – tutto il mondo è paese! e questo potere lo hanno in mano i Baranov e l’IA che, fuori dal controllo di qualsiasi governo, “si dispiega in maniera incontrollata nelle mani di aziende private che assurgono al rango di Stati-nazione” e – passando per le fake news di Baranov – “la convergenza tra signori del digitale e predatori è strutturale” (p.93).
Si avvalgono degli studi cognitivisti: “Non c’è nulla di più saggio che puntare sulla follia degli uomini” (p.175) leggiamo nel Mago, dove si spiega: le persone “che vincono sono più prudenti, nelle loro scelte, mentre i perdenti si giocano tutto per tutto” (p.176).
Ruggero Roggio






