Parliamo del 25 aprile.
Usciamo dalla ricorrenza celebrativa – “divisiva”, vogliono far credere – e diamo una breve occhiata a qualche titolo sull’argomento.
Impossibile essere esaustivi: selezionare alcuni titoli per notare le linee di tendenza che si strutturano ultimamente. Paghiamo pegno ed evitiamo l’accusa d’oblio citando, a mo’ di cornice. lo studio di Claudio Pavone, “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza”, (Bollati Boringhieri, 1991).
Chiedeva un ripensamento storico, sul periodo, sottraendo i fatti alla retorica celebrativa. Titolo provocatorio – guerra civile, pensa tu. Dando cioè alla Resistenza la triplice connotazione di guerra patriottica, guerra civile, guerra di classe, che per sommatoria consentirono all’Italia di riconquistare autonomia di ruolo al cospetto delle nazioni vincitrici.
Poi l’enciclopedico romanzo di Antonio Scurati, di cui citiamo il quinto ed ultimo volume “M. La fine e il principio”, (Bompiani, 2025) – Milano e non la macchia ne è l’epicentro.

Poi un romanzo di un politico, Dario Franceschini “Aqua e tera” (La Nave di Teseo, 2024), bellissimo – una storia d’amore omosessuale tra due ragazze, figlia l’una di esponenti del fascismo agrario ferrarese e l’altra figlia di una famiglia delle leghe bracciantili e contadine. Come a dirci che c’è altro oltre alla brutalità e violenza di quegli anni, altri punti prospettici ad indicarci – già da allora – le tematiche del diritto alle differenze come spazio di una democrazia compiuta.
Ne consiglio la lettura, soprattutto l’ultima pagina. Ci dice di valori sempre nuovi, arricchiti di nuova linfa, di come ognuno intende organizzare sé stesso in relazione agli altri.
Colgo, nelle mie letture, l’esigenza di rappresentare non tanto il fatto politico, l’asperità della battaglia, quanto di raccontare la battaglia e il fatto politico a ragazzi e ragazze ignari (per lo iato generazionale, per i programmi scolastici imbarazzati, ma tanto si fa con le visite ai campi di sterminio nazisti).
In questo senso vedo il tentativo di dare risposte al problema di come parlare della Resistenza ai ragazzi, costruire empatie. Farlo attraverso la letteratura.
Un tentativo lo colgo in Elisabetta Pilia, “La bambina del vetro”, (Il Maestrale, 2024) la storia di una bambina ebrea in fuga dagli orrori dell’olocausto tra la Francia e la Spagna.
Poi, salendo di livello il libro di Nicoletta Verna, “I giorni di Vetro”, (Einaudi, 2024), bello e importante, che sposta l’attenzione sul contributo femminile nella Resistenza, qui dominante.
Come parlarne ai ragazzi ed alle ragazze? dunque.
Ci prova Michela Ponzani, con “Giovani liberi partigiani” (De Agostini, 2026) nel quale, “senza nessuna retorica e senza fare della Resistenza un monumento imbalsamato – offre una riflessione – con storie … che parlano del nostro presente, piene di speranze per il futuro”.
Ovvio che il futuro appartenga ai giovani.
Ma un libro è sempre scritto da adulti che, pur sempre cercando di uscire dalla retorica e dalle mitologizzazioni, di un’epopea necessitano.
Ci prova Nicoletta Verna nel suo ultimo libro “L’inverno delle stelle”, (Rizzoli, 2025). I protagonisti della Resistenza, qui sono ragazzi: non la studiano dai libri di storia, non la sentono raccontare dai nonni ma la vivono in prima persona, la fanno.
Il libro.

È il 10 settembre del 1943 e un gruppo di ragazzi gioca, forse ignaro dell’armistizio che spariglia gli schieramenti e della guerra che continua.
Sono a Fiesole e costituiranno una banda che scorrazzerà per i boschi sopra Firenze. A capeggiarla sarà Sirio, una bambina. La compongono Giovacchino, il più piccolo – l’occhio guercio per le botte del babbo, che viveva di elemosine. Taglieggiato da Sandro e Gianni, lo proteggerà Sirio “Questa non è una femmina normale” (p.18) perché in precedenza aveva già difeso Cesco, il figlio del fornaio, da altre angherie con colpo di sua specialità: il morso alla nuca.
Simpaticamente bugiarda, compulsivamente bugiarda: il padre che la allenerebbe per la corsa di sfida per la salvezza delle elemosine di Giovacchino non esiste: lei non lo conosce – “Meglio un marito malmesso che niente” sente dire alla madre “(che intanto, però, il marito non ce l’aveva) e io non l’avevo mai capita, questa cosa. Perché un marito era così importante? Le donne lavoravano come gli uomini, anche di più, e sapevano ragionare, e insomma non gli mancava niente.
Un padre era importante, questo sì. Ma un marito?” (p.26).
Sarà la capo banda di un gruppo di bambini che nello spazio di mesi dovranno maturare scelte di vita – è un romanzo di formazione.
Lo faranno giocando e fiancheggiando la guerra che si avvicina e si appalesa con il ritrovamento di un soldato ferito in un castello (è quello di Vincigliata) – il mostro, così inizialmente definito per le condizioni fisiche.
È un nemico o un essere umano da salvare, questo il dilemma che i ragazzi si porranno. Scegliendo per aiutarlo dandosi i turni, con il vantaggio che quella costruzione diroccata ha una dispensa ben fornita di scatolette.
Più avanti – staffetta partigiana a Firenze, Sirio, forse in onore al suo nome, riesce a visitare l’osservatorio astronomico accompagnata da una ricercatrice cui vorrà regalare una scatoletta di carne sentendosi rispondere che non poteva perché vegetariana.
Le darà una lettera per la madre che la autorizzi ad una visita successiva. “Si chiamava Margherita, e aveva un cognome che non capii” (p. 227) – facile dai: Margherita Hack.
Intanto un’altra madre “In un campo vide una gamba sbucare da un mucchio di pietre, ed era quella di suo figlio” (p. 228). C’è anche l’amore per Dante, un ragazzo enigmatico ed una intensa corrispondenza con alcuni della banda e il convitato di pietra della censura, che nelle lettere veniva coinvolto nei P.S. “Per il signor Censore: va bene, lo so che cancellerai quello che ho scritto sulla banda Carità, ché qua non si può più dire niente. Questa cosa della censura mi ha stufata. Con rispetto per il tuo lavoro, eh, ché a te la censura fa comodo, sennò saresti disoccupato” (p.209).
Il romanzo, di formazione, così potrebbe essere detto, ha una parte epistolare che alla fine – con garbata ironia – farà parlare anche il Signor Censore che confesserà “Adesso che la guerra è finita, so che non era così”: cioè controllare la corrispondenza è violenza e chiederà a Sirio “come va con quel suo amico Dante che si capiva benissimo che era innamorata cotta” (p.386).

Concludo ricordando una “ovvia, scontata banalità”: la Resistenza ci ha regalato la Costituzione ed è cronaca recente il voto che ha evitato di sovvertirne l’equilibrio dei poteri.
Per questo voglio suggerire la lettura di un libro molto bello di Antonio Cabras “La Costituzione spiegata ai fascisti. Corso di recupero al vivere civile per camerati, finti compagni e diversamente democratici” (Associazione Culturale Altrainformazione, 2023).
È un fumetto: molto curato, fine, acuto, garbatamente ironico dove si prova a dimostrare “che vivere secondo i precetti della Costituzione conviene anche ai fascisti”.
Buon 25 Aprile 2026, ed ovviamente, da parte mia, Ora e Sempre Resistenza.
Ruggero Roggio






