Bel libro, questo di Roberto Alajmo e Marco Carapezza “Avventure postume di personaggi illustri” (Sellerio Editore Palermo,) che ci racconta i dieci destini delle salme di personaggi storici che in vita ed in diversi periodi e contesti, hanno svolto ruoli significativi e che ora, dopo questa indagine, restituiscono le bizzarrie delle rispettive epoche e la singolarità delle scelte che hanno accompagnato i loro fine vita.
Sapremo di Evita Peron, L’odissea della santa laica; Pirandello, Tre funerali e mezzo; Vladimir Il’ic Lenin, L’imbalsamazione di Stato; Giuseppe Mazzini, Il corpo di legno; Jeremy Bentham, Poiché sono statua; Francisco Goya, La congiura della decapitazione; Molière, La controversia della sepoltura; Cartesio, Due teste e tre funerali; Papa Formoso, Processo al cadavere; Sant’Agata, Tranci di devozione.
Sorprende come il fine vita appassioni e trovi tanti – da differenti angolature – a parlarne in un ossequio mai dichiarato alle culture che storicamente hanno creduto alla esigenza di garantire una “perduranza” corporea a chi è andato via.
Gli egiziani ed i loro faraoni su tutti, ma anche gli etruschi e i corredi funerari, noi e le nostre Domus, quelle culture che hanno percorso la via della mummificazione dei corpi dei defunti. Penso agli scrittori che hanno colto queste suggestioni: Tokarckzuk, Colonnelli, Todde, Tribujani, io stesso che ne ho scritto in L’ultima parola l’hanno scritta prima rubando qualcosa alla disciplina della plastinazione.

In queste “Avventure postume” leggiamo gustosi aneddoti, mai fini a sé stessi, e biografismi di illustri personaggi che nulla aggiungono alle vicende storiche, come ad esempio di Napoleone Bonaparte, il cui “pene [fu] amputato sul tavolo autoptico da un medico…” (p.13), vendetta postuma contro il maschio alfa delle rivoluzioni – ma ci conducono sul crinale del fine vita da cui godere della visuale dei particolari sociali che molto raccontano del costume, di un dietro le quinte della storia nel quale operano fazioni ed interessi contraddittori.
“Il culto delle reliquie è nato col cristianesimo e da principio ha riguardato gli oggetti correlati al martirio”, leggiamo.
L’esempio di Elena, madre di Costantino, “il cui pellegrinaggio a Gerusalemme rappresenta l’archetipo del turismo religioso” (p.15).
E così a scoprire i momenti del seppellimento della salma di Evita Peròn, che in vita lanciava banconote lungo il percorso e diceva «Io sono il ponte che collega Peròn con il popolo. Attraversatemi» (p.21) e sulla metafora del percorso arriva a Milano seppellita come Maria Maggi de Magistris.
Per scoprire che anche Pirandello, le cui disposizioni testamentarie – forse troppo poetiche, vennero interpretate a vantaggio della ragion di stato e delle convenienze politiche, con le ceneri dentro un vaso greco del quinto secolo avanti Cristo, sballottato tra ripetuti funerali, negato del trasporto aereo per scaramanzia di passeggeri avventizi e in treno vede la scomparsa la cassa funebre, perché a qualcuno serviva un ripiano per giocare a carte.
Così per Lenin, un dibattito serrato tra Politburo e Presidium del Soviet Supremo per convenire sull’ “ipotesi che sembrava voler rimpiazzare i santi della Chiesa ortodossa con una nuova stirpe di santi socialisti” (p.56), dando vita ad una problematica imbalsamazione.
Poi Mazzini, la cui salma venne affidata al luminare Gorini, le cui credenziali erano “un roseo piede di neonato duro come la pietra” (p.81) in tasca, esibito come campionario. L’ipotesi era di una statua; poi scartata dai vertici del partito repubblicano, perplessi perché la “componente morbosa e voyeristica si sarebbe sempre e sempre di più sovrapposta alla passione politica “(p.84).
Molto rivela l’osservazione a commento delle disposizioni testamentarie di Bentham dalle quali traspare “il timore e l’oblio dei posteri, ciò che capita ai ritratti commissionati con l’intento di ricordare alle future generazioni nome e prestigio” (p.88-89). Al punto che avrebbe gradito che la sua salma presenziasse ai convegni; del resto “se le statue e le reliquie dei santi partecipano alle processioni religiose, perché le vestigia dei filosofi non dovrebbero partecipare ai convegni?” (p. 94).
Ecco, una lettura piacevole, capace di arricchire la comprensione della Storia di particolari e sfumature ininfluenti ma necessari per capire la nostra psicologia di eredi di uno sterminato patrimonio culturale ed intellettuale, capace di occultare aspetti rilevanti delle vicissitudini umane.
Ruggero Roggio






