Il 4 e 5 ottobre 2025, presso l’isola dell’Asinara, l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha promosso un intenso omaggio a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Francesca Laura Morvillo, rievocando la cruciale estate del 1985.
Quarant’anni fa, la minaccia di un attentato mafioso costrinse i magistrati a un trasferimento segretissimo nella foresteria di Cala d’Oliva, dove, sotto massima sicurezza, diedero forma all’istruttoria che avrebbe portato al Maxiprocesso.
La manifestazione ha volutamente voluto superare la cronaca giudiziaria per concentrarsi sul lato intimo e familiare di quel mese.
Al centro della commozione e della riflessione, si sono stagliati gli interventi del dottor Manfredi Borsellino e della dottoressa Lucia Borsellino, figli del giudice Paolo, che hanno condiviso i ricordi di una vita blindata ma ricca di umanità e legami profondi.
L’arrivo improvviso sull’isola fu gestito in condizioni eccezionali.
Il dott. Franco Massidda, l’allora direttore del carcere dell’Asinara, fu costretto a interrompere le ferie e a organizzare in fretta e furia la logistica per accogliere e proteggere i magistrati. Il suo ruolo istituzionale garantì l’efficacia delle misure di sicurezza.
Fondamentale, nel quotidiano, fu però l’aiuto di Gianmaria Deriu, l’agente penitenziario che all’epoca fu incaricato dell’assistenza quotidiana alle famiglie.
La figura di Gianmaria, presente all’omaggio, è stata ricordata dai figli di Borsellino come un caro amico, un punto di riferimento umano che offrì sostegno in un momento di estrema tensione. Deriu, pur nel rigore del suo ruolo, seppe stabilire un legame autentico, trasformando l’isolamento in un’esperienza meno dura. Manfredi Borsellino, oggi Dirigente della Polizia di Stato, ha rievocato l’atmosfera con l’occhio del ragazzino che fu.
In particolare, ha ricordato la profonda amicizia e la complicità che legò lui a Giovanni Falcone (il quale, lo ricordiamo, non aveva figli). Falcone, pur lavorando senza sosta, instaurò con Manfredi un legame quasi paterno, partecipando ai suoi scherzi e alle sue marachelle. L’episodio del motorino sgangherato, usato per disturbare il riposino del giudice, è diventato il simbolo di come la vicinanza forzata unì i due magistrati anche nella sfera più privata.
Questo scambio affettuoso ha mostrato come, in quel contesto blindato, si creassero momenti di straordinaria normalità. L’intervento della dottoressa Lucia Borsellino è stato un momento di grande intensità e catarsi. Tornando sull’isola per la prima volta dopo quarant’anni, Lucia ha parlato della “riconciliazione” con un luogo che all’epoca rappresentò per lei un trauma adolescenziale. Lucia ha descritto la crisi emotiva che l’aveva portata al rifiuto del cibo, causata dall’improvvisa reclusione e dal peso del pericolo.
Quella fragilità spinse Paolo Borsellino a prendere la difficile decisione di rompere il protocollo di sicurezza per accompagnarla a Palermo.
Quella scelta, ha sottolineato Lucia, dimostra che la lotta per la legalità non era un’astrazione, ma una scelta quotidiana e sofferta, in cui il dovere verso lo Stato si scontrava con l’amore per i propri cari.
La sua testimonianza ha ribadito che, per le famiglie, l’Asinara fu un luogo di salvezza, ma anche il simbolo di un sacrificio emotivo imposto.
L’Asinara, dove Falcone e Borsellino lavorarono giorno e notte per produrre l’ordinanza-sentenza di 8.000 pagine, è un monito sul prezzo della dedizione.
Il loro sacrificio, culminato nelle stragi del 1992, fu preceduto da quell’agosto di lavoro indefesso.
L’omaggio dell’ANM ha celebrato l’amicizia e la sinergia professionale tra Falcone e Borsellino, e la resilienza di Francesca Laura Morvillo (moglie di Falcone e anch’ella magistrato).
L’Asinara resta il simbolo della resilienza e dell’esempio “più alto di servizio alla Repubblica,” un luogo che, grazie ai ricordi di Manfredi, Lucia e Gianmaria Deriu, custodisce la straordinaria normalità di chi ha messo la propria vita al servizio della giustizia.
Cristina Oggiano







