Al tempo dei matti

Molto ben costruito, così mi viene da dire a caldo, il secondo libro di Marco Atzeni, Nina e Tonino, (Il Maestrale, 2026).

Una storia che ha il sentore dei radiodrammi e il bianco e nero degli sceneggiati televisivi, ma i colori dell’alba dei giorni buoni delle favole, lasciando le sfumature del giallo alla discrezione del lettore.

Romanzo “toponomastico”, vista la scelta fors’anche affettiva, di rendere nuovamente protagonista Sassari, la dimensione del centro storico quale contesto fisico dove incontriamo un lumpenproletariat cui Atzeni dà voce e sentimenti, empatie.

Ricordo le passeggiate nel centro storico di Sassari organizzate da una associazione culturale che recuperava la storia di palazzi o fatti accaduti: una città ricca di umanità, ed è di questi incontri, in linea di continuità, la cifra del romanzo di Marco Atzeni, il suo amore per Sassari.

Si badi, siamo fuori dai clichè del romanzo ottocentesco intessuto di socialismo romantico – Dickens o il più consapevole Hugo: i protagonisti sono due fratelli – Nina e Tonino – parte di una famiglia disfunzionale che abitano un malsano tugurio nei vicoli di Sassari.

Nina e Tonino

La madre, che non ha nome ma il rimpianto di Gavina, un’altra figlia morta di malattia; il padre – un carraioru d’eba, alcolizzato e violento finanche nei confronti dell’asino.
Poi Tonino, un gigante di ventisette anni, circa due metri di statura, autistico, confinato in una branda che la sorella Nina gli consente, scegliendo di dormire lei per terra.

Accudisce questo fratello svantaggiato, il cui passatempo è contare con un colpo d’occhio i bottoni dentro una scatola, azzeccandone il numero (… ricordate Rain Man?). Vive nell’attesa della sorella – l’unica ad accudirlo, totalmente trascurato dalla madre: aspetta Nina che rientri dal lavoro o da via Decimario dove si rifornisce di erbe illudendosi di poterlo curare, chiedendosi “Chissà com’è affacciarsi da quei balconi alla sera”, (p.139).

Eppure la madre rimpiange Gavina, morta di malattia, e la accusa di mandrunia: “Io un lavoro ce l’ho. Sono sposata” (p.124) le rinfaccia.

Nina è ziracca presso il vecchio professor Battilana, vedovo e attratto da questa piccola ragazza, di diciott’anni e appena centocinquanta centimetri di statura.

Ragazza di cui intenderebbe abusare, facendosi accompagnare al mulino di famiglia nelle campagne di Sassari: molestie brutte, miseria umana che abusa della miseria.

Sassari vecchia si tinge di giallo: Battilana viene trovato morto. E l’indagine porterà il lettore a scoprire che la famiglia si chiama Mundula e Nina sarà indagata.

Con un escamotage Tonino finirà ricoverato a Rizzeddu e Nina manterrà fede alla promessa di non lasciarlo solo e lo accompagnerà condividendone il ricovero: “Su una fila di panchine in pietra sedevano degli uomini spettinati che fissavano il vuoto” (p.141) e anche: “Una ragazza le sorrideva senza sbattere le palpebre” (p. 159).

Ecco la prosa essenziale, frasi brevi che colgono il risultato di disegnare una condizione di vita estrema dove il sogno si manifesta in forme di disagio cliniche: “Tu sei dissociata. Confondi la realtà. Hai sentito la storia di questa Olimpia quando eri piccola e l’hai interiorizzata” (p.225) le dirà il direttore del manicomio di Rizzeddu, dottor Russu.

Emerge un processo di socializzazione casuale: i carabinieri, il dottor Russu e l’équipe di supporto: suore e infermiere e tutto il corollario della letteratura delle istituzioni totali, le politiche di sopraffazione e spersonalizzazione subite da persone inermi.

Il percorso di tutela del singolo è lasciato alla casualità di angeli custodi che forse esistono al di là delle diagnosi di dissociazione: chi legge coglierà la scelta narrativa di un intervento irrituale di tutela a latere di un omicidio.

A Nina che minaccia “Mi impiccherò lassù” indicando un ramo, Russu non si scompone “Guardò quel ramo e tirò dalla sigaretta. – È troppo sottile, – disse riprendendo a passeggiare” (p. 196).

Di Rizzeddu ho il ricordo di uno sterrato che si vedeva dalle finestre del Liceo scientifico Spano e di averci giocato a calcio, in quel campo in terra battuta, una partita improvvisata e mancando un portiere abbiamo messo in porta uno dei degenti.

Poi la legge Basaglia e più recentemente le ricerche di Lorena Piras, il suo “Nero d’archivio”, i suoi studi: la corrispondenza dei malati di mente, esposti in una conferenza alla Biblioteca di Sassari, quando le scatole che custodivano i ricordi dei degenti vennero aperte restituendoci la grafia ordinata di persone i cui destini appaiono oggi una forzatura casuale e malevola.

“Che ne sarà di me e di Tonino” – chiede Nina alla fantasmatica Olimpia in uno dei dialoghi più intensi del libro.
Il futuro si vive, non si racconta” (p.243), sarà la risposta.

Ma qui entriamo nella letteratura e di approfittarne consiglio veramente di farlo aumentando il successo di pubblico già acquisito.

Ruggero Roggio

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