A leggere Emanuele Trevi, “Mia nonna e il Conte” (Solferino, 2025) mi ha spinto la recensione di Alessandro Marongiu, il critico letterario della Nuova Sardegna sempre prodigo di buoni suggerimenti.
Questo libro lo indicava – lui che ha una agenzia di editing – come manuale di scrittura per chi (come me, del resto) abbia pruriti di penna.
In effetti è di una pulizia narrativa immediata e di una eleganza di scrittura che non rinuncia alla ricercatezza.
Due i piani narrativi del racconto: il presente storico che vive nella figura della nonna e del Conte, e la memoria di un bambino che cresce e vive il ricordo dettagliato di una metamorfosi: la nonna che invecchia e diventa bellissima.

A parlare è il nipote – “unico e viziatissimo suddito maschio del Regno di Peppinella” (p.45) – interamente assorbito dalla lettura che cercava nei recessi della casa della nonna, spazi che gli consentissero l’isolamento, per di più affascinato dai racconti dall’idea maturata che discendesse da un brigante calabrese; il quale, pare, avesse vendicato una bisnonna della sua vedovanza violenta, ottenendo di sposarla.
Alla sua corte zia Delia (in perenne ed inutile dieta) e Carmelina “l’ombra di mia nonna, o meglio un’appendice del suo corpo” (…) che dormiva “su una brandina ai piedi del letto dell’adorata padrona” (…) “e attribuiva … un anima non solo a ogni specie di animali, ma anche alle macchine da cucire, ai rubinetti, alle fiammelle del gas, alle lampadine, e naturalmente alla televisione che salutava, ogni volta che veniva accesa, con un rapido segno della croce accompagnato da un buffo e grazioso inchino” (p.51).
Il ruolo femminile che evolve nel matriarcale, con la donna che regna sulla casa e pertinenze, che includono le dame di compagnia e la servitù, la cui semplicità (in senso gramsciano) culturale ha capacità dialettica di reciproca protezione.
È la Calabria costiera e montuosa, dove la storia di Peppinella e del Conte si svolge: “Era stata proprio una curiosità erudita a condurre la prima volte il Conte al paese di mia nonna, allo scopo di visitare una torre di guardia costiera su una scogliera ai tempi di Carlo V” (p.62) e tanto gli piacque che comprò casa.
È un gentiluomo di altri tempi e chiede – presentando il suo biglietto da visita di ricca araldica – di attraversare il giardino di Peppinella per risparmiarsi le salite dei vicoli che lo portano alla casa dove ha deciso di vivere la sua pensione dedicata interamente alla storia borbonica.
Il mondo di ieri che sopravvive nell’eleganza dei modi di questo nobile che, “Con tutti i suoi anni, era un chiodo ancora ben piantato nel muro della vita” (p.65).
Permesso concesso, lui sempre sdebitante della cortesia con “qualche pastarella fresca che andava apposta a comprare a Scalea” (p.67), sino essere sollevato dal tributo quando Carmelina gli dirà «siete di famiglia» (p.68).
Le visite diventano appuntamento atteso e pur se lui parla dei Borboni, la nonna aveva capito che “il Conte, la cui bontà d’animo traluceva dagli occhi grigi, si occupava di barboni” (p.75).
Un coup de foudre senile che li aiutava a “rallentare il tempo” (p.83) tanto che – Beautiful imperante – “anche il Conte prese l’abitudine” (p.92) di condividerne la visione ed entrare nei meccanismi delle soap opera.
L’aria del Gattopardo è quasi evocata da un invito ad una cena di gala dove il Conte invita Peppinella accompagnati dal fido chauffer Orlando.
Forse una lieve contraddizione dell’autore – “Così come non mangiavano mai assieme, il Conte e mia nonna morirono lontani, all’insaputa l’uno dell’altro” … “come due fior appassiti, finirono per avvizzire completamente” (p.106).
Nessun Leonard Cohen a cantare lo struggente dolore per la perdita della amata Marianne.
È il silenzio a vincere.
Esempio di ottima scrittura: una narrazione colta, lineare, capace di tessere una storia restituita dalla memoria di un ragazzo che cresce e due esistenze – un mondo, sarebbe corretto dire, perché lo si legge bene – che lasciano con dignitosa serenità la nicchia nella quale il tempo di vita li aveva collocati.
Ruggero Roggio






