Non tutti vogliono combattere

“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui il padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”,

L’avete riconosciuto? Garcia Marquez.

Ecco invece quest’altra citazione: “Le emozioni che provò Pio quando Filippo Pastrengo e i suoi due amici lo lasciarono da solo all’ingresso del grande stand della fiera campionaria di Bologna, furono le stesse che aveva provato mezzo secolo prima, quando suo padre, il primo giorno di scuola, lo aveva lasciato davanti all’istituto elementare De Amicis, di fronte al porto” (p.73).

Chi scrive con questa forza evocativa ed un paragone stilistico da inzupparci la brioche, è Ilario Carta, “L’apoteosi di Pio Pacifico” (Arkadia, 2026) al quarto romanzo pubblicato, il penultimo dei quali ho avuto il piacere di presentare a Sassari nel 2024.

Leggo – in una sua intervista – che il nome di Pio Pacifico è quello di un energumeno che mise a soqquadro un bar, e per la legge del contrappasso viene a battezzare un ragazzo accidioso, buono e remissivo a dispetto della sua possanza fisica:
“Piisceddu, come era conosciuto da tutti, era invece cresciuto all’ombra della propria ombra, proprio perché era il più tranquillo del quartiere” (p.12).

Ciò basta ad indicare ai lettori della capacità di Ilario Carta di gestire un linguaggio metaforico complesso e completo, forte di un uso della lingua in presa diretta, ricca di gergalità tipica dei quartieri popolari – quello della Marina -, di Cagliari che mai viene nominata né caricata di accenni tradizionalistici.

“Sono come cani con la rabbia gli amichetti di Pio: Sono più piccoli di lui ma lo comandano a bacchetta. Lo fanno giocare solo quando ammanca un giocatore” si lamenta la madre Cesarina con il marito Tarcisio.

Ovvio che il matrimonio con Nives – due i figli: Katiuscia e Fabietto – sarà fortemente asimmetrico, lei dominatrice che lo fustiga con imperativi categorici, concludendo ogni concetto con lo schiocco di un “Mi segui?” perentorio, cui replica non può più opporre.

Non che il dialogo familiare a Pio interessi, assorbito com’è dalla passione che lo accompagna dall’infanzia; quella della raccolta delle figurine, dei calciatori in particolare, capace di riconoscerli da un minimo dettaglio, quando veniva sollecitato al riguardo.

La separazione con Nives è il logico sviluppo di una unione disfunzionale.

Sarà Don Felice a spiegargli i motivi di questo fatto, nella differenza di obiettivi della coppia: “Per te era un ritiro prematuro in un eremitaggio laico, in cui della vita … non ti importava niente. Lei… al matrimonio dava il senso dell’inizio di una vita vera, diversa da quella che aveva vissuto sino ad allora” (p.131).

Un welfare assente – fortunatamente Pio disporrà della casa di famiglia, ma il pensiero va alle politiche di social housing attivate da municipalità attente al fenomeno dei mariti separati – lo affida al sostegno della Chiesa e dell’amico Pastrengo (ha il nome di una delle battaglie della I Guerra di Indipendenza, forse non per caso).

Forse ho detto troppo, ma questo è lo scenario di contesto di Pio Pacifico, collezionista di figurine dei calciatori degli album della Panini. Gli dirà Pastrengo spiegandogli le sottigliezze del collezionismo: “Hai il candore dei bambini e l’ingenuità dei buoni. Al giorno d’oggi però, messi insieme, non aiutano a vivere bene…” (p.74). Le cui dinamiche, con fiere dedicate e interessi milionari a contorno, glie li chiarirà Madeddu, un grosso collezionista del settore: “Da allora non ho fatto altro che comprare quello che la gente non vuole più avere, per rivenderlo a quelli che invece sognano di averlo nelle proprie stanze” (p.115).

Perché Pio, nella sua ingenuità riteneva il collezionismo, la sua mania, come un rifugio – il suo regno era la sua cantina – dai disagi familiari, anzi un gesto egoistico, punendosi.

Scoprirà invece che – stanti separazione e licenziamento dal lavoro – potrebbe essere l’occasione di riscatto, il suo futuro.

Don Felice lo raccomanderà a Don Murgioni, un vecchio affarista in cerca di un badante. Che al colloquio attitudinale gli chiederà “Quale è l’ultimo libro che hai letto” e commenterà così il suo silenzio “Di sicuro non sei comunista se non hai mai letto un libro” (p.137): assunto e standing ovation a Ilario per la forza della frase.

Il libro, scritto con sapienza di tempi e attento dosaggio del susseguirsi concatenato dei quadri narrativi, ha nella leggibilità la sua forza e va apprezzato per il coraggio dell’analisi di un contesto minimalista di una quotidianità vera, dove la favola a lieto fine nasconde più di una morale: la facilità di adeguarsi, di accettare il mondo sino a soccombere sono declinazioni di forme estreme di coerenza.

Perché in questo mondo competitivo non tutti vogliono combattere.
Lettore “mi hai seguito?”, direbbe Nives: leggi l’Apoteosi di Pio Pacifico.

Ruggero Roggio

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