La riffa della morte

Giocato sul paradosso casuale, con gli stilemi della commedia noir, umoristica, dove la competizione irrituale (ma non solo) si incarica di risolvere una sfida paradossale, in apparenza casuale – Michele Mari, con “I convitati di pietra“, (Einaudi, 2026) va all’assalto del premio Strega.

Il 22 luglio 1975, trascorso un anno dall’esame di maturità, i trenta alunni della Terza A decisero durante una cena di “tenersi tutti in contatto per monitorare … lo stato delle sopravvivenze e dei decessi” (pp. 4-5) rendicontando malattie e decorsi negli incontri successivi, a cadenza annuale, pari data.

Nessuno ricorderà come idearono di versare un contributo in denaro: trenta quote – tanti i componenti della classe IIIA del Liceo Berchet di Milano – investiti in banca e stabilendo che la cifra finale “cadesse in possesso, in parti uguali, dei tre ultimi sopravvissuti” (p.7).

Prende il via una macabra competizione – “riffa della morte” è la definizione che leggiamo a più riprese, scoprendo che la competizione avrà l’appeal di ogni qualsiasi gara.

Innanzitutto bocciando la proposta che la vincita venisse devoluta in beneficienza (p.18) leggendo a corredo dei no alla proposta frasi come “Mors tua vita mea”, “salare il senso della vita” (ivi) mentre taluni – Brodo ad esempio, bullizzato da lanci di dadi Knorr, pensava a macumbe di vendetta.

Antipatie e simpatie saranno il filo conduttore della narrazione che – attraverso uno stile da verbale burocratico più da assemblea condominiale che da rimpatriata, con frasi mirate al dettaglio, ripercorre amori e antipatie che taluni si proporranno di completare (le seduzioni) o definire traumaticamente.

Nel tempo si terrà la teoria della rendicontazione delle malattie, delle quali si prenderà puntigliosa nota, ipotizzandone interessati decorsi – chiedendosi, l’ideatore occulto della riffa, “se nei loro confronti prevalesse l’affetto o il fastidio”, ambivalenza di sentimenti che perdurava “come qualcosa di radioattivo che continuava a rilasciare nel tempo (e sempre meno con il passare degli anni) un po’ dell’energia originaria” (pp.46-47).

Il romanzo procede reiterando la data del 22 luglio negli anni che si susseguono nella contabilità di malattie e decessi dei partecipanti, rendicontando il lievitare della cifra – consistente, senza peraltro dare al lettore quantificazione alcuna.

Cercando di mantenere l’attrattiva della gara con possibili variazioni del regolamento: l’uscita dalla competizione con una “buonuscita, s’intende, pari a meno di un diciottesimo, a occhio e croce, di quello che sarebbe stata la loro vincita in caso di sopravvivenza” (p.63).

E se la cifra resta indefinita, altrettanto impossibile era definire le combinazioni del policentrico sociogramma costruito tra le relazioni dei trenta studenti.
Qui – chapeau – sta la maestria di Michele Mari, quasi da associare alla corrente letteraria dell’Oulipo: “Bastava che fino all’ultimo l’adrenalina scorresse impetuosa e per questo si doveva alzare l’asticella”, perché “Era nello spirito del gioco, che i vincitori o il vincitore non godessero nulla” (p.66).

Una narrazione che costruisce una quotidianità differita negli anni, dove i cambiamenti sono evidenti ma secondari, dove tutto è consuetudine indecifrabile, dove nessuna amicizia è leggibile ma abitudini che si proiettano negli anni, tali da cambiare – invecchiandole in processo di cristallizzazione dei difetti – gli scenari di contesto all’ambizione costruita.

Il romanzo è un interrogarsi sulla morte vivendone l’idea; averne consapevolezza e costruire un incentivo alla vita per un premio al traguardo finale: consapevolezza che una qualsiasi graduatoria o ordine di arrivo non ha senso alcuno.

Quanto alla graduatoria – fatti salvi i sopravvissuti cui compete la contabilità dei partecipanti, causa di decesso saranno: 9 per malattia, 3 per incidente, 1 per droga, 3 suicidi, 4 omicidi, 2 buonuscite, 1 espulso per 23 totali e 7 in gara. “C’era un fascino speciale nel fatto che ogni concorrente ignorasse i progetti degli altri in caso di vittoria” (p.125) di una gara che “Ricordava il paradosso di Zenone e la tartaruga, perché più ci si avvicinava al traguardo più le cose si facevano lunghe” (p.138).

Degustandolo come un vino ne cerco le immediatezze, le complessità ed i retrogusti: a me – di un anno più grande di Mari e che vanto nel curriculum i festeggiamenti del cinquantennio del Liceo Scientifico Marconi e del primo esame di maturità sostenuto nella scuola, questa “riffa della morte” mi sconvolge e affascina.

Per non averci mai pensato (gelosia, insomma) e per la memoria che mi evoca di Snuff o l’arte di Morire di Salvatore Mannuzzu. Poi i riferimenti al cinema di Sergio Leone e Gene Hackman – l’intera filmografia; cui aggiungo il film di Sidney Pollack Non si uccidono così anche i cavalli. Brodo – uno dei personaggi – ha una competenza assoluta sull’intera filmografia di Gene Hackman: perché, mi chiedo.

La moglie Arakawa sarebbe morta per hantavirus, lasciando così solo il marito, debilitato dall’alzheimer e da problemi cardiaci, sprovvisto di assistenza, a morire dopo alcuni giorni. Paradossale fine di un attore premiato che aveva vissuto le luci della ribalta. Poi il processo di mummificazione dei corpi sarà misura della solitudine e l’effimero della celebrità.

Ecco, dicevamo dei trenta studenti. E il titolo? I convitati di pietra – perché convitati? Ognuno pare ospite inaspettato dell’altro, una presenza che incombe ed incombe in un gioco che scatena una competizione che chi legge amerà.


Ma i convitati non sono trenta: diventano trentuno dopo la scivolata maschilista dell’autore ai danni di Michela Murgia (Ciabatti spia! Scherzo…), quasi che l’effetto Van si trascini le scorie delle chat sessiste di qualche pattuglia di ferrotranvieri di Milano: eh, noi maschietti!

Sì, anche i maestri della parola hanno qualche ripostiglio di bassezze verbali, capace di rigurgito machista nelle scorciatoie di back stage occasionali: percolano sulle cronache come da uno scuolabus in gita scolastica, rectius: a diffondere lo spettacolo dello Strega in periferia, ultima tappa il Campidoglio.

Perché meravigliarsi?


Sì: Michele Mari merita il premio perché il suo libro in gara è bello e descrive il paradosso della competizione per una vittoria inutile: – sopravvivere per godere di una somma impossibile da spendere, laddove il premio è vivere la vita.

L’offesa gratuita alla memoria di una collega, lasciamola stare: fermiamo questo boomerang.


Ruggero Roggio

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