Ho da sempre conosciuto la famiglia di Albino, sorelle e fratelli di una numerosa nidiata che operavano nel nostro paese in svariati campi.
Albino l’ho conosciuto abbastanza tardi, dopo averne sentito parlare per tanti anni e averne intravisto l’opera in quel magistrale sceneggiato televisivo ispirato al suo indimenticabile “Un anno a Pietralata”.
Ebbi l’occasione, suggerita anche da lui stesso, svariati anni dopo, di incontrarlo in casa di un suo amico, maestro come lui e, come lui, guida di varie generazioni.
La figura longilinea di un uomo che i capelli bianchi e radi rendevano più accattivante, un sorriso limpido e innocente, uno sguardo aperto eppure profondamente indagatore fu la prima immagine di quell’incontro con maestro Bernardini.
Poi la sua parola e la sua voce, tintinnanti e cristalline come ruscelli lungo le rocce calcaree del nostro Mont’Albo, mi conquistarono, tanto più che volle farmi i complimenti per qualche paginetta di introduzione che avevo scritto a un libro di un nostro compaesano e suo antico collega, dedicato agli usi e costumi del nostro paese. Lo ringraziai veramente di cuore, soprattutto perché quelle parole venivano da una cattedra che aveva, con la testimonianza e l’impegno di una vita, acquistato autorevolezza, dignità e forza.
Per alcuni anni e per varie ragioni gli incontri divennero più saltuari, pur informandomi spesso della sua salute dal nostro amico comune e continuando a seguire gli scritti che apparivano nei giornali e le testimonianze della sua attività nella guida dei maestri e degli alunni in svariate nostre scuole.
Cresceva però in queste occasioni la stima e l’ammirazione per questo uomo che, pur nella fragilità del suo fisico, coltivava una grandissima forza di volontà e soprattutto la certezza delle sue convinzioni, la forza dei suoi ideali nel desiderio di cambiare una scuola, che molto spesso si allontanava dalla realtà in cui operava e dalla missione che avrebbe dovuto svolgere.
Mi colpiva ogni volta la semplicità del suo linguaggio, la mitezza del suo argomentare e del suo raccontare, il porgersi agli altri con grande umiltà, l’attaccamento al suo ruolo di maestro e soprattutto la gioia di operare e lavorare con tutti quei piccoli che incontravano per le prime volte la scuola come istituzione.Ogni volta che lo incontravo cresceva la mia curiosità sul suo percorso intellettuale da Siniscola, Lula, Bitti e paesi confinanti fino alla sua partenza per il Continente, al suo inserimento in un contesto diverso, alla crescita e sviluppo di una pedagogia più aperta al mondo che circondava la scuola, al contesto in cui essa si inseriva, ai bambini che in quell’ambiente esterno si erano forgiati e talvolta maldestramente formati.
Perciò in un momento che vuole essere ed è un omaggio al nostro grande compaesano a dieci anni dalla sua scomparsa non posso, da compaesano, esimermi dall’esprimere il profondo affetto e la nostra sincera e commossa gratitudine ed ammirazione a chi ha portato alto il nome del nostro paese, a chi, pur vivendo lontano dal nostro contesto, ha saputo conservare con noi tutti e con la nostra terra una comunanza di affetti e un profondo legame alle radici comuni.
Albino Bernardini ha trascorso qui a Siniscola, la Sinilandia di molti suoi racconti, la sua infanzia e la sua prima giovinezza e, quando cedendo ai ricordi, mi parlava di quel mondo semplice lo faceva in modo sereno e tranquillo.
Un paese sicuramente molto diverso da quello al tempo dei nostri incontri, un paese sicuramente più povero, di povere cose e di povere vie, eppure ricco di molta umanità, di quell’umanità che lui, e tanti altri andati lontano come lui, avevano conservato dentro di sé come un fantastico e preziosissimo tesoro.
Ma, al di là delle dolci memorie, trasferite nei suoi racconti dedicati ai più piccoli (ma spesso anche ai grandi), era molto interessato allo sviluppo del paese e ai suoi cambiamenti, derivati da nuove influenze turistiche ed anche industriali.
Talvolta nelle sue meditazioni colloquiali, ricordava le atrocità di una guerra percepita nella sua inutilità e nella sua ferocia, la percezione della stupidità di un “Potere Codificato”, la violenza di una “Autorità fine a sé stessa”, che avevano portato la sua vita e il suo agire ad una visione diversa, ad un nuovo modo di rapportarsi agli altri, ad un nuovo modo di coinvolgere i propri pari e soprattutto un nuovo modo di coinvolgere i più deboli e in questo caso particolare “i più piccoli”, ai quali, come maestro di scuola, aveva deciso di dedicare la propria vita.



Forse dovrei fermarmi qui, perché le opere e le idee di Maestro Bernardini sono state molto ben illustrate da chi mi ha preceduto e di sicuro saranno ancora valutate e sviscerate da altri con capacità di scienza e di critica ben superiori alle mie.
Però non voglio esimermi da alcune semplici considerazioni che ho maturato con i suoi colloqui diretti e ascoltando molte altre testimonianze di chi lo ha conosciuto.
In questa nostra terra, al di là della dolcezza dei ricordi, aspra e dolorosa iniziò a percepire la contraddizione dei metodi educativi allora imperanti, la negatività della istituzione “Scuola” e dei suoi “insegnanti”, l’imposizione dall’alto di un sapere lontano ed alieno, dispensatore di precetti che contraddicevano la vita che ogni giorno i ragazzi dovevano affrontare e che respingeva ed annullava le loro esperienze come un inutile peso, anziché come un bagaglio da valorizzare sulla strada di una maturazione diversa e più responsabile.
Albino iniziò a percepire allora questa contraddizione tremenda tra una scuola che doveva essere via di progresso e di riscatto e una scuola che si dimostrava troppo funzionale all’ordine costituito, al perpetuare una divisione di classi e di censo, che emarginava non solo le periferie fisiche del mondo, come potevano essere i nostri poveri paesi, ma anche chi, all’interno di quelle periferie, viveva una miseria più ampia e più oppressiva.
E di questa realtà erano simbolo quelle “bacchette” che i poveri alunni erano costretti a portare a scuola per poi subirne gli schiocchi ed i colpi in quelle mani già incallite dai lavori nelle campagne.
Dalla percezione di questa realtà iniziò la ribellione di Maestro Bernardini fra incomprensioni, intolleranze, inchieste e cattiverie.
Eppure egli proseguì con grande coraggio e con grande determinazione quella battaglia per una scuola nuova, per una istituzione dove le persone dovevano stare con gioia e, se il termine non è eccessivo, anche con felicità.
E questo spirito di giustizia e di progresso Maestro Bernardini lo portava non solo a scuola ma in ogni sua attività: e spesso di questo ne ha pagato le conseguenze.
E allora partì da questa terra per superare il mare, per misurarsi in realtà diverse, per scoprire se la realtà di altri posti e località aveva connotazioni nuove e più confacenti alle sue idee e alle sue aspirazioni.


Ma anche lì esistevano le periferie, anche lì esistevano le scuole “sorde e cieche”, anche lì l’emarginazione di un proletariato suburbano era una realtà triste e disadorna, con cui Maestro Bernardini doveva, ancora una volta, fare i conti.
In quelle periferie disperate che il grande e tormentato Pierpaolo Pasolini aveva descritto magistralmente e in cui aveva voluto vedere la volontà e la forza di riscatto di un sottoproletariato meridionale da poco inurbato, Maestro Bernardini scopriva ancora una volta una tragica realtà, relegata ai margini di una città luminosa e raffinata, una realtà composta da ragazzi senza speranza e senza coscienza di se stessi e a cui mancavano valori e riferimenti a cui ancorarsi.
Le sue opere nascono da questa esperienza viva, dal rapporto con quei ragazzi che Pasolini aveva prima immaginato come forza e motore di un nuovo corso della Storia e poi aveva abbandonato deluso perché quella forza primigenia che aveva intravisto si era appiattita ed amalgamata nella società consumistica che tutto travolge ed assorbe.
Ma Maestro Bernardini disdegnava le alte filosofie, preferiva operare, preferiva agire, preferiva convincere e conquistare, preferiva ancora una volta prendere per mano quei passeri spaventati e presuntuosi che pensavano di poter volare con quelle ali spezzate e bruciacchiate, e li riportava piano piano a prendere coscienza con amore del loro vissuto, a farne tesoro, a farne materia di approfondimento e di crescita.
Il nostro Albino ha lanciato un messaggio fondamentale di una scuola nuova e coinvolgente:
l’insegnante che rinuncia alla sua cattedra, si fa piccolo fra i piccoli, condivide con loro le esperienze e lentamente, in un piano completo di condivisione, li porta ad affrontare nuove realtà, nuovi saperi in una crescita completa del bambino che deve prepararsi a diventare uomo, a diventare cittadino, a diventare protagonista.
E allora in questo spirito diventa facile perdersi in quei bellissimi racconti che maestro Albino improvvisava e scriveva, in quei racconti che illuminano i ricordi della nostra infanzia e che, volutamente tronchi ed interrotti, ci spingono a diventare anche noi protagonisti delle nostre storie in un interscambio continuo che rappresenta il miglioramento di tutti: degli insegnanti e degli alunni in un clima di festa e di affetto.
E questo ritengo ancora oggi il messaggio più vivo, il messaggio che Albino lancia a tutti noi, a padri e figli, a insegnanti e ad alunni: condividere “insieme” la nostra crescita, le nostre scoperte, il nostro progresso nella via della conoscenza e del rispetto reciproco.
E allora forse riusciremo a capire perché Albino non ci sgridava mai e sempre voleva prenderci per mano, perché in tutta la sua vita non ha mai rinunciato al suo ruolo fondamentale di maestro, a quel ruolo cui noi oggi rendiamo deferente ed affettuoso omaggio.
Non c’è sicuramente miglior titolo per salutare e per onorare ancora oggi Albino Bernardini se non il nobile, dolce ed entusiasmante titolo di “MAESTRO”: Mastru de sos pitzinnos, Mastru de sos mannos.
Antonio Murru – 13/12/2025
Questo ricordo di Albino Bernardini è stato originariamente pensato e pubblicamente condiviso in occasione del Convegno “Parole che crescono” tenutosi il 13 dicembre 2025, finanziato dalla Regione Sardegna su iniziativa del Comune di Siniscola – Assessorato alla Cultura e alla Pubblica Istruzione col supporto organizzativo del Sistema Bibliotecario Urbano e della Società Cooperativa per i Servizi Bibliotecari.









