Parrebbe, e forsanche lo è, un noir dalle forti venature antropologiche.
Parrebbe anche – vista la datazione delle vicende al 1968-69, un riflettere sul confronto tra la vita di una comunità sarda negli anni in cui il mondo deflagrava per l’emergere di soggettività nuove.
Il personale è politico, si diceva allora – slogan del ’68.
E qui? in Sardegna, il personale com’era? Ecco, questi i primi spunti di riflessione dalla lettura del bellissimo libro di Raffaela Ulgheri, Minerva, “Il giudizio dei viventi” (Effequ, 2026).
Il libro era tra i finalisti del premio Calvino e come consuetudine, dove – un po’ come al Palio di Siena – scrittrici e scrittori sardi si fanno valere.
Un libro da leggere con attenzione: labirintico, carsico, colto, intrigante, di cui nessuna pagina va trascurata ad iniziare dai personaggi in commedia che compaiono in sagoma nelle prime pagine.
Poi le ultime, dove leggiamo di Villanova Monteleone – un po’ il protagonista della storia (il convitato di pietra, per essere alla moda con i premi estivi) – è il paese della madre dell’autrice. Che sappiamo giornalista a Milano.
Dieci capitoli dividono il libro, ognuno con il nome di un/a protagonista: Bachisio Riu, Eustachio Masala, Maria Pasqua Tavera, Maria Antonia Riu, Duilio Mameli, Caterina Dore, Vindice Sanna, Elio Piras, Giovanni Corda, Aurelio Mura. E un epilogo.
Ognuno indaga i fatti da un angolo prospettico, tali che – ognuno – potrebbe avere l’autonomia del racconto. Assieme costruiscono la storia il cui senso è negli accenni, mentre la narrazione ci dice delle culture del quotidiano e l’ordinarietà di vita della comunità ha il fascino della riservatezza e della consapevolezza diffuse: tutti sanno tutto dei fatti sui quali lo Stato indaga.
Frammenti narrativi, tessere di un mosaico che il lettore dovrà ricomporre: un puzzle, i cui incastri sono difficili e le immagini sfocate. Gli anni e i giorni e i mesi sono indicati ad inizio capitolo: 1968 e 1969, la più parte.
Un po’ come nelle “Intermittenze della morte” di Josè Saramago, dove si stenta a morire – mandando a puttane le elaborazioni del lutto pensate ineluttabili e mettendosi nelle mani della Maphia, qui la comunità si incammina verso una elaborazione del dubbio del venire al mondo, dove le donne perdono la facoltà di dare alla luce nelle proprie case, mentre le nascite sono inspiegabilmente affidate al cesareo, ospedaliero.

Ma comunque: “Se i bambini non volevano nascere tra quelle quattro case maledette, qualcosa di molto grave dovevano aver fatto” (p.121: altro che peccato originale!
Un mondo periferico – Villanova Monteleone, rispetto alla città grande, Sassari, dove lo Stato è nelle indagini del Tribunale.
Ritorna via Roma – il Tribunale, come per Salvatore Mannuzzu in “Procedura” o in Cosimo Filigheddu nel suo “L’odore della città”.
Una comunità che ha forti culture sapienziali, le donne in prima persona depositarie: i dolci ed il loro ciclo rituale (la Pasqua e la festa dei morti – momenti comunque di resurrezione); poi le cure con le erbe e sentori di magia bianca.
Superstizioni come chi “aveva anche indossato le mutande alla rovescia, e aveva fatto le fiche sino alla porta della chiesa” (p.113). recandosi a rendere “atto di fede a una religione parallela. Recitavano il rosario ma la grazia la chiedevano a Santa Lucia” (p.116).
L’ambìto uomo della vita, amori non dichiarati. Ma anche le scorciatoie generose di “Annalena Coro, detta Culimanna”, pronta alle esigenze (p.42).
Una cultura che ha una forte dimensione antropologica ed etnologica e maledetta memoria che mi ricorda Giulio Angioni ed il suo “Oro di Fraus” ma senza farmi andare oltre. Ed anche un film: “Cadaveri eccellenti” di Francesco Rosi, dove tutto inizia con una morte inspiegata.
Villanova, dicevamo: “Mille cuori che battevano allo stesso ritmo, oltre cento pulsazioni al minuto: una tachicardia popolare” (p.125). Muore il sindaco, scompare il vice, muoiono i due commissari prefettizi inviati dalla prefettura a gestire la vacanza di potere.
Partono le indagini ed il dottor Aurelio Mura convocherà Bachisio Ruiu, un ragazzo “quasi bello nonostante il difetto di una palpebra che gli serrava l’occhio sinistro” (p.14).
Già si capisce, dai modi cortesi del magistrato – e le autopsie suggeriscono, che si stenta a credere a fatti delittuosi.
Così il sindaco Eustachio Masala – colpivano, i suoi occhi celestini e un po’ acquosi, “per la totale assenza di sguardo” (p. 51) – sarà vittima di “singolo episodio di ictus ischemico” (p.40); Duilio Mameli morirà per “Apoplessia completa della pineale” (p.112); più complesso il quadro di Vindice Sanna, della cui autopsia estrapoliamo una “Ipertrofia del miocardio” (p.167), sufficiente a spiegarne il decesso.
Ai quali si aggiungeranno una scomparsa ed un suicidio ad allertare le indagini del maresciallo Elio Piras che sconvolgono gli equilibri della caserma dei Carabinieri, ben più delle episodiche intemperanze di Sitzia il matto, un reduce mutilato che nelle celle trovava rifugio nei giorni freddi.
Le indagini formali, il delicato interrogatorio di Maria Pasqua Tavera – la moglie dello scomparso – mentre il presidente “Saragat la guardava da una cornice scura” (p.73), assieme agli immancabili calendari dell’Arma.
Morti e presunti omicidi, sequestro di persona ipotizzato, un suicidio, i cambiamenti nelle nascite e i cambiamenti del parto – “Terina Abba era di nove mesi. La rivoluzione delle pance aveva la sua prima martire” (p.133).
Tutto parrebbe costringere all’esame di coscienza, ad un riposizionamento della comunità rispetto ai fatti – vederne la contabilità.
Mentre però “Ciascuno passava in rassegna i propri peccati, per determinarne il peso specifico e la giusta proporzione da assegnare alla reazione del divino” (p.121), tutto continua ad essere avvolto nell’”odore intenso delle arance cotte, dello zucchero sciolto, della saba rappresa come sangue, dell’abbamele, usciva dalle case, invadeva le strade, agitava i piccoli e i cani.
Anche le gestanti, che aspettavano il momento col rosario intorno al collo, erano ubriache di miele.” (p.149). Maiora premunt, verrebbe di dire. E sorridere, dacché è la millenaria cultura matrilineare a dettare i tempi al tempo, le ritualità.
Una narrazione speculare – la storia non è nei fatti presunti delittuosi (ché il giudizio dei viventi già sa bene tutti i perché); questi, al limite, sono l’innesco della storia, non la storia perché nessun magistrato potrà andare oltre la condanna o il non luogo a procedere: dell’universo circostante nulla sa.
Qui se ne parla. Capace, pur periferia, di capire la differenza tra Stato e Nazione e la distinzione è nella alterità della nazione sarda rispetto allo stato e sue articolazioni: carabinieri e giudici; di lato la Chiesa, il dottor Meloni, medico del paese, e le sue idee indipendentiste.
Bello, veramente bello. Realismo magico e Oulipo a gogò. Chapeau.
Ruggero Roggio






