Sociologia di un omicidio

Chi pensasse di cavarsela con la lettura di un noir estivo in salsa barbaricina – padrone di farlo, non coglierebbe la profondità della storia che Flavio Soriga, “Omicidio a Villapedrosa” (Bompiani, 2026) ci regala.

Anni di attività alle spalle (autore, commentatore televisivo, interprete di reading), smaliziato quanto basta, insomma e con capacità di immaginare un futuro di trasformazioni dell’Isola, di cui sembra ci voglia tenere informati e che noi sardi stiamo vivendo.

Ne accenna, nell’intervista che rilascia a Paolo Ardovino “Non siamo un’isola di criminali ma ci sono armi e troppi omicidi” (La Nuova del 25.07.2026) – questo il titolo.

Si interroga sulla Sardegna, da scrittore autentico, distratto dal ruolo di padre, dai due cetrioli che ha coltivato, dai reading e dai festival letterari che organizza.

E si spaventa – anzi: lo ha terrorizzato – “di usare il punto di vista di una donna” – la giornalista, mezzo sarda, Alessandra Lombardi voce narrante del romazo. Per sfiorare i clichés folklorici di una Sardegna estiva.

Questa è il backstage di un’indagine del maggiore dei carabinieri Martino Crissanti: meglio, un non luogo come Marc Augè ci ha insegnato a guardare gli spazi della nostra modernità.

Un’Isola che persiste nella volontà di Alessandra Lombardi di evocare le sue origini sarde per parte di madre e dove una matrilinearità ne sfuma i contorni mentre Soriga sottolinea con le anastrofi – “capito mi hai?” – a richiamare i costrutti verbali delle nostre parlate.

Non luoghi per i finti nomi dei paesi – Villapedrosa (con record di suicidi giovanili) e Nurei dove “c’è una faida tra due famiglie …che va avanti da decenni” (p.73). Che dire dei processi di omologazione: “Ce ne sono tanti di posti così in Sardegna, da Villasimius a Palau… posti che hanno cambiato faccia completamente in poche decine d’anni e dove d’estate scorrono fiumi di soldi, di vino, di mirto e di tante altre cose, posti che d’estate sembrano Miami e d’inverno no” (p,16).

Qui l’indagine, per dirci della “storia di un uomo che viene trovato morto ammazzato a metà aprile in una stradina di campagna” (p.11). È Antonio Maria Monni, la vittima – un uomo che dipende dalle proprietà della moglie, un bar in primo luogo.

Il corpo è da presunto morto di faida, o passionale?
La foto di una ragazza è nel suo portafoglio. Di cui nessuno sa nulla.

L’indagine ha un percorso parallelo: quello ufficiale, di Martino Crissanti, e di Alessandra Lombardi, da giornalista, sul campo a raccogliere interviste criptate, ritrattabili, del detto e non detto e comunque senza garanzia di poter essere messe in onda: servizi a riempire gli archivi per paura di spazi vuoti nei palinsesti.

Don Dario, il parroco di Villapedrosa, aggiunge un tassello agli scenari dell’indagine – il coté antropologico: “La vita familiare dei miei parrocchiani d’estate viene messa tra parentesi, viene congelata, parcheggiata. E non parliamo di quella spirituale. L’unica cosa che conta sono i turisti” (p.118).

Il romanzo ha due parti: la prima e la seconda.

In questa, Martino Crissanti, maggiore dei Carabinieri, amante dei film in lingua originale e colto antropologo (al punto di sorprendere Alessandra Lombardi con l‘utilizzo della parola archetipo durante una chiacchierata mentre le spiega i risvolti dell’indagine) esprime l’apice delle metafore di cui è ricco il romanzo. Ad esempio l’evoluzione antropologica dell’Arma, tutta investigativa e nessuno scontro a fuoco in una Barbagia qualunque.

Piuttosto – ed è cronaca, l’assalto ai furgoni porta valori.
Le modalità d’intervento, la logica militare che le sostiene. “Si mettono assieme apposta per un colpo e solo per quello, poi magari se hanno bisogno di un uomo in più per l’impresa successiva chiamano qualcuno nuovo ma di cui si fidano” dice sulla Nuova Sardegna del 30 luglio scorso, con tanto di endorsement del procuratore generale di Cagliari, Patronaggio.

A cucire le due parti del romanzo c’è anche l’intimità tra il carabiniere e la giornalista, lasciata a momenti casuali, roba da adulti; lei a Cagliari o lui a Roma.

Momenti di affetto maturi, forse perchè Crissanti ha una figlia dodicenne di cui è innamoratissimo.

Ovvio che di un noir, come accennato, nessuno spoiler sarebbe ammissibile. Posso dire che tra la vittima e la moglie fosse un matrimonio freddo. Posso dire che gli affetti della donna sorprenderanno. Posso dire che del delitto saremmo via via meno interessati a scoprirne gli autori, perché forte è il magnetismo del contesto magistralmente descritto.

Va letto – ed è lettura godibile, affinando una fisica della percezione dei cambiamenti della Sardegna e completando il tutto con una sociologia della constatazione del presente.

Leggendo, oltre al romanzo i giornali. Anzi constatando come e quanto la cronaca di questi giorni sia binario parallelo del romanzo, il quale ha il pregio di coglierla nella sua interezza. Addirittura anticipandola.

Ricorderete la polemica sulle dichiarazioni di Saviano relative alla distinzione tra mafia e criminalità, come successive agli assalti ai portavalori in Centro Italia?

Ecco: qui è il romanzo. “La Sardegna divorata da mafie e riciclaggio” titola la Nuova Sardegna l’intervista a Roberto Saviano che spiega lo sventato recente assalto al carico di lingotti come esito di “filiera criminale”.

Ecco ancora mettere in sequenza snodi terribili: boss mafiosi al 41 bis nelle carceri isolane, camorra ad Alghero, piantagioni di marijuana, cocaina, speculazione turistica ed ambientale, anche come riciclaggio di soldi sporchi. Dove, dice Saviano, e questo spaventa “la soglia di ingresso non è la devianza, è l’opportunità”.

Ecco il pregio maggiore del romanzo di Flavio Soriga: la sua contemporaneità con il fenomeno criminale sardo.
Il cui esame attento porta il racconto ad anticipare i fatti delinquenziali di questa estate torrida. Tutti sotto l’ombrellone assieme a Crissanti ed Alessandra.

Ruggero Roggio

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