Non limitatevi a leggerlo: ascoltatelo.
Ascoltatevi leggerne brani.
Leggetene a voce alta.
Immaginate lei – Savina, leggerne.
Anzi figuratela su di un palco, le luci di scena che coronano la medusa dei suoi capelli agitarsi come dita di un virtuosismo pianistico, la bacchetta dei tempi severi di una direzione orchestrale, ad accompagnarne la voce mentre grida o sussurra, seduce la platea.
Vi parlo dell’ultimo lavoro di Savina Dolores Massa, “Negli occhi grigi del mio paese“, (Il Maestrale, 2026).
Una cavalcata ebbra di bizzarrie, le metriche del Teatro dei Pupi, il piglio epico di un Orlando Furioso, Anna Maria Ortese, Alberto Savinio, Queneau, Calvino, Bergonzoni – sono alcuni dei riferimenti immediati che mi vengono in mente.
Sarà poi lei a indirizzarci verso altre suggestioni: Yeats, Shakespeare, Rilke, Artaud: “Un’allucinazione più che un romanzo” (p.237) confesserà.
Un romanzo di speleologia dell’inconscio e di archeologia della Sardegna.
Una coralità di personaggi improbabili costruisce una distopia narrativa mettendo in sequenza l’allegoria della fuga verso il futuro, di chi ha dimenticato una cultura forte, nobile e millenaria per l’insofferenza di un presente troppo stretto.
Una diaspora, la cultura dell’esilio.
Stretto ad Antonangelo – tanto indesiderato quanto rifiutato “dalla comunità giudicante con occhi trasformati in sorci grigi in esplicito squittio disapprovante” (p.18).

Vi colgo, in molte pagine, l’allegoria della subalternità, il cedere di una costante resistenziale – da ravvivare, forse, in un paese ridotto ad appena quaranta abitanti; dove la regola è “del morire suicidi superati i cinquant’anni” (p.20).
Rimane una cultura negletta, dove “Le vecchie tradizioni dovranno essere esposte al pubblico, superando la ritrosia cronica a tale modalità della narrazione identitaria di sé, tipica delle popolazioni del sud, così come ogni forma culturale appartenente con la propria unicità al paese specifico” (p. 96).
C’è un coinvolgimento del lettore nel tentativo di mettere al centro una memoria emotiva dell’emigrazione: dalla fuga dal microcosmo degli occhi grigi del paese dei suicidi – grigio e gelsomino sono i colori che punteggiano la narrazione – al macrocosmo della fuga – dei cervelli? verso una Londra impietosa.
Ad ospitare Antonangelo sarà Mario, “un professionista della latitanza” (p.25) nel cui motel constaterà “occhi identici ai propri nel colore di un preciso torrente di inverno (p.35).
Lo indirizzerà verso Peter Paper, la sua maison sartoriale, dove sarà garzone di bottega – “Ti manda Mario. A quegli occhi grigi del suo paese Antonangelo dedicò un assolo con fiato corto di basso tuba, e nessuna parola” (p.42)”.
Allegorie e metafore in questo atelier, dove “Ogni movimento di mani dei lavoranti smuoveva l’aria pungendola e argentandola d’aghi” (p.41); e tanta poesia.
Da cogliere con godimento: tesse e ricuce la narrazione, regalando frammenti di letteratura che vanno a ricomporre il romanzo a forza di anacoluti nel delirio del racconto: il dono di una polena, il ritrovamento di un corvo imperiale – Romeo e Giulietta, dalle ali rotte, comunque prezioso nelle sue sponde logiche alla evoluzione della narrazione.
Che sbatte tra gli spigoli del Governo Reale Unico, alla cui emissaria – che chiede ad Antonangelo perché “Non hai capito il cambiamento del mondo” (p.120), sceglie una condotta d’attesa perché sa che “nessuno è indispensabile al potere di questi dittatori” (p.121).
Sarà il ritorno alla sua isola – Antonangelo con Romeo e Giulietta, il corvo imperiale, ad innescare una memoria ricorsiva che di quanto già si è a conoscenza non sia rimpianto, ma “il voler amare una terra dissennata, il salvarsi da chi quella terra la pretendeva a proprio uso esclusivo. E lo dimostrarono senza algoritmi, affidandosi soltanto agli astri, all’acqua, alla pietra” (pp.137-138).
Il romanzo annulla tempo e spazio, vive il linguaggio delle profezie; ecco: Tiresia, Nostradamus, Sibilla Cumana, le streghe? … le janas! “Siamo nella Domus ‘e su Fiùdu” (p.175) rifugiati nelle stanze che si susseguono, avendo la guida delle sciarade dello sciamano: il taccuino che reca i “primordi della scrittura nuragica” (p.183) -, ritrovato dall’analfabeta del gruppo dei quaranta sopravvissuti, in fuga dal Governo Reale Unico, inseguiti dai droni.
La pluralità delle parti in commedia – Antonangelo, Mario, Peter Paper, il Corvo Imperiale Romeo e Giulietta – sono tutte voci segmentali che confluiscono nella pluralità della scrittrice, nel suo inconscio eruttivo, in dialogo con l’A.I. (l’intelligenza artificiale, vero alter ego della scrittrice), emissaria di SPOSA (Sia Potere Onnipotente Soluzione Artificiale), espressioni di un fantasmatico Governo Reale Unico.
Noto la singolarità del coincidere della presa d’atto della memoria di Antonangelo e il giudizio della A.I. “Non so capacitarmi dell’esistenza di un popolo con una con una così alta propensione alla vergogna del proprio passato” (pp.150-151).
O forse è uno sberleffo alla Intelligenza artificiale “Dobbiamo concludere il lavoro, ricorda d’averlo scelto tu” (p.153), dice alla scrittrice.
Perché questo è un romanzo militante che spazia nell’inconscio, nella storia e nella politica: usa metafore amplificando una parodia metacomunicativa dissacrante del dibattito culturale e dei compiti dell’intellettuale e dell’editoria.
Coraggioso Il Maestrale, a sostenere Savina Dolores Massa in questa provocazione: “AI, sostituiscimi se ci riesci”.
Firmato Savina.
Ruggero Roggio
PS. Mi sarebbe piaciuto scrivere come un arabo, da destra a sinistra. Così…






