È un libro originale quello scritto da Maria Attanasio,”La Rosa inversa“, (Sellerio, 2026). L’editore accompagna il volume con una bandella dove fa riferimento a Marguerite Yourcenar, affermazione che non trovo adeguata consentendomi un raffronto con Anna Maria Ortese del Cardillo addolorato dacché i due libri condividono la cultura dell’epoca – l’illuminismo – qui a cavallo della Rivoluzione francese.
Di grande raffinatezza stilistica, si avvale di una prosa stentorea, che ha il piglio deciso delle epigrafi sulle lapidi ed una ricercata lingua d’epoca ricca di influssi regionali.
A partire dal centro delle vicende – Calacte, una cittadina della Sicilia orientale, che nella Appendice si rivelerà la Caltagirone di fine Settecento. Dove – siamo nei primi del Novecento – arriva alla biblioteca un opuscolo “La Relazione dell’enorme delitto e della seguita giustizia” della cui autenticità il direttore si vuole accertare, proponendolo all’esame del cavaliere Giacomo Flerez, un erudito locale impegnato nella scrittura della storia della patria, così lui “intendendo il perimetro di Calacte” (p.16).
“Profondamente convinto che la verità non consistesse nel mero accadimento di un fatto, ma nel senso morale da dare a tale accadimento nel divino disegno, scritto da sempre e per sempre” (p.19), incontriamo un intellettuale permeato di spirito anti sabaudo che “voleva dimostrare la superiorità del passato rispetto all’anarchico presente” (p.20), interessato a far valere le sue ragioni nel “procedimento giudiziario per la ripartizione ereditaria del Palazzo Henares” (p.22) di cui riuscirà ad entrare in possesso.
Scoprendovi una stanza segreta dove è custodita una biblioteca dei classici all’Indice dell’illuminismo – Voltaire, Diderot, Montesqiueu e d’Alembert, assieme a simboli e insegne della massoneria.
Ci aiuta la lezione di Emmanuel Carrère in Ucronia, (Adelphi, 2024) dove spiega che “il peso di una memoria illusoria non è minore di quello di una memoria autentica”, definedo l’ucronista chi, “Anziché concludere che la storia non esiste, preferisce (…) convincersi che sia falsificata e ingannevole, e che sia possibile convincere gli altri di questo inganno, rimpiazzandolo con il suo” (p.41).

Ciò detto troviamo l’appassionato bibliofilo, erudito e storico locale, cui capitano due documenti opposti, la Relazione – in cui legge dell’omicidio di un padre domenicano dalle mani di un nobile e, assieme ai testi illuministi, un corposo volume in pelle chiuso da un lucchetto intitolato la Rosa Inversa.
Il titolo allude al nome di una loggia massonica, una delle tante dell’epoca, la cui finalità era nell’ “arte di rendere superflui principi e stati per fondare una società che nella repubblica trovava il modello istituzionale, e nell’egalitarismo comunitario l’organizzazione sociale” (p.219).
Tutto ciò, si badi, da un nobile mentre in questa Sicilia settecentesca troviamo una contemporaneità culturale assoluta con il pensiero dell’epoca.
Dove logge massoniche e congregazione gesuitiche condividono una sorprendente alternanza di fortune: il padre gesuita Saverio Crisafulli, direttore del collegio di Calacte incrocerà i suoi destini con Ruggero Hernanes e Giuseppe Balsamo, esoterista ed alchimista, assurto a celebrità come Cagliostro, divenuti amici, e da lui cacciati dal collegio chiamato a dirigere perché tra “i sacerdoti più intransigenti affinché la caccia ai libri proibiti fosse più fruttuosa” (p.66).
Ironia della sorte sarà Ruggero Hernanes, fatta fortuna come giovane ufficiale nell’esercito, a restituirgli la cortesia, eseguendo l’ordine reale di espulsione verso i gesuiti, sollecitandoli a “portare soltanto breviario e biancheria” (p.65).
Sarà un inseguirsi nelle reciproche congiunture storiche e forti opposizioni ideologiche attratti dalla forza magnetica di Calacte in una coazione al ritorno sulla scena iniziale.
Il libro è molto bello e si presta a disparati livelli di lettura.
Quello immediato è immedesimarsi nello stupore di Giacomo Flerez (l’etimologia del nome la voglio trovare in fleur) a cogliere i profumi della Rosa Inversa come deodorante di una stanza chiusa quanto delle sue retrive convinzioni.
L’altro – suggerito dall’autrice – è nella genesi del romanzo che prende origine da una “mediatica fake news del 1790” (p. 355) ad ammonirci di quanto la post verità non sia un discusso momento delle nostre democrazie, quanto abbia nella storia una sua ragion d’essere.
Facendoci avvertiti, che a parte Cagliostro, tutti gli attori della sua affascinate narrazione sono personaggi di finzione.
Ruggero Roggio






