Sopravvivere alle torture

Mi accorgo di concludere con Leila Guerriero, “La Chiamata“, SUR 2026, vincitrice del Premio Strega Europeo 2026.

Storia di una donna argentina.
Una quadrilogia del ricordo, ovvero di come la memoria assuma forme particolari nelle narrazioni di un romanziere (Carrére per Kolchoz); di una filosofa politica (Lea Ypi per Dignità); di una giornalista (Janet Malcom, per Il giornalista e l’assassino).

Tutte recensioni pubblicate, facendomi felice, chi legge, di averne serbato memoria.
Grato io a Silvia Labaryu, la protagonista di questa frase: “Il ricordo di può raccontare, ma la cosa più difficile è raccontare l’emozione legata al ricordo” (p.79).

La sua storia ha una particolarità stilistica: le vicissitudini di Silvia Labayru, sequestrata dalle squadracce del dittatore Videla nel 1976, viene riportata nell’immediatezza della forma dell’intervista – lunghissima, oltre due anni di incontri – del suo costruirsi a latere di un processo per violenze sessuali (l’unica delle rapite ad averlo denunciato) ad opera degli aguzzini che collezionavano ergastoli in ulteriori processi per atrocità inenarrabili.

Non un’intervista classica né un reportage: ma la storia dell’intervista stessa.
Le domande che vengono poste a Silvia sono le stesse che verranno sottoposte ai familiari, ai capi Montoneros, alle amiche ed amici; verificate nel confronto con gli articoli di stampa, con la letteratura che il periodo produce – le testimonianze.

L’analisi dei processi.
È il racconto di quanto accaduto nel 1976 ad una ragazza di venti anni e chi parla lo fa tra la Spagna e l’Argentina oltre quarant’anni dopo: Leila Guerriero diventa amica di Silvia Labaryu: ne descriverà le colloquialità affettuose e confidenziali, il vestiario, le quotidianità ordinarie dando l’idea che la tragedia abbia forgiato una donna dalla tempra forte abituata alle emozioni senza che la memoria delle sofferenze scalfiscano la sua esuberanza di vita.

Leggeremo che la ragazza – venti anni – viene sequestrata e portata all’ESMA (Escuela de Mecànica de la Armada, un istituto di addestramento e formazione della Marina militare) quando era incinta di cinque mesi e lì partorirà Vera, la sua bambina.

Una ragazza di assoluta bellezza proveniente da una famiglia di militari – il padre pilota della aviazione passerà ai ruoli civili e per i suoi spostamenti e presenza avrà una vita affettiva esuberante.

Così anche la madre, addirittura capace di provocare gli amici di Silvia. Che frequenterà il Colegio National Buenos Aires, la scuola della classe dirigente.

Dichiaratamente a sinistra, filo peronista – una selva di sigle politiche ideologicamente ispirate “la cui disorganizzazione, se le impedisce di compiere azioni rigorose, le permette anche di non essere sradicabile” (così Halperin Donghi Storia dell’America Latina, (Einaudi, 1972 a p. 482) – dacché, per orientarmi, ho dovuto riprendere il testo dell’esame di Storia America sostenuto col professor Raoul Ampuero esule cileno a Sassari per via del Golpe di Pinochet): il periodo quello è.

Insomma Silvia aderirà al movimento Montoneros e attraverserà Buenos Aires “Incinta di cinque mesi, con una pistola nei pantaloni e una capsula di cianuro nella borsa” (p.105), da ingerire nell’ipotesi che venisse sequestrata.




La frammentazione dei gruppi e le rigidità dell’organizzazione Montonera vedrà lei – dopo due anni di ESMA – doversi giustificarsi per essere libera e viva. “Sequestrata, Torturata. Rinchiusa. Obbligata a partorire su un tavolo. Violentata. Costretta a fingere. Finalmente, liberata. E di lì in poi, messa al bando, respinta, sospettata” (p.260).

Coglieremo la “dialettica” dello stupro ai danni di una donna che è prigioniera e ricattabile (è risaputo che i figli dei sequestrati venissero dati in adozione): “Noi donne eravamo il loro bottino di guerra” (p.14).

Leggeremo delle violenze del comandante dell’ESMA e delle perversioni della moglie che la violenterà anch’essa.

Sindrome di Stoccolma?
È la domanda esplicita che l’intervista evoca. “Mi sembra un’enorme stronzata (…) Una persona non si identifica con il nemico. Adotta momentaneamente dei comportamenti che le servono per sopravvivere” (p.209).

E per capire le dinamiche psicologiche attivate dai sequestrati, ricordo che Cuqui Carrazco, una comandante Montonera dirà, mentre la stavano spogliando per torturarla – “Oh, Dio mio, non sono depilata” (p.132)

Emerge la figura di una donna e dei suoi affetti – innumerevoli flirt e tre mariti, l’ultimo dei quali, passati quarant’anni, scopriremo essere stato il suo primo amore. Due figli, una doppia nazionalità: Spagnola e Argentina; tanti viaggi. “Cinque anni di psicologia all’Universidad Complutense, tre nella scuola di Psicologia Sociale di Pichon-Rivière… [eppure] A capire quello che era successo all’ESMA non mi ha aiutata neanche un po’” (p.291). Aggiungerà anche “Non è facile raccontarla. E lo faccio come se fosse un film che vedo dal di fuori, o la storia di altre persone, non la mia (pp.252-253).

Una frase mi ha particolarmente sorpreso: “Il principio su cui si basa la teoria quantistica indica che, quanto più precisamente si conosce una proprietà dell’oggetto analizzato, tanto meno precisamente se ne può conoscere un’altra. Funziona come consolazione” (p. 359)
Eppure porterà la figlia Vera all’ESMA e le dirà “Hai visto lo spazio dove sei nata?” (p.318)
Appunto perciò l’intervista assume un ruolo di rispetto salvaguardando la persona intervistata e le voci che insistono su di lei – “Il racconto … Adesso è l’autopsia di un cuore squartato” (p.282)

La storia tragica porta ad emersione il vissuto di una donna, la sua forte linea di galleggiamento e la capacità di resistere – nel tempo – anche alle ricostruzioni che la democrazia argentina cercherà di avviare superando una guerra civile atroce. Correggerà le guide dell’ESMA (che sotto il presidente Kirchner prenderà il nome di Espacio Memorya y Derechos Humanos), sul mancato riconoscimento dell’essere stata la prima donna a partorire lì. E troverà la meraviglia del gruppo in visita a chiederle conto.

Mi accompagnerà questa frase “Ci sono storie che non finiscono mai“, ripetuta due volte a pagina 341 e ripetuta a p.354.
Mi spaventa, sperando di non farmi sorprendere impreparato.

Ruggero Roggio

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