Premio Nobel 2025

Làszlò Krasznahorkai, l’ungherese con il nome che raschia la gola, ha vinto il premio Nobel per la letteratura.

Un autore tradotto da tempo in Italia, di cui io nulla avevo letto perciò – precipitandomi a colmare questa mia lacuna tra le tante, ho scelto a caso, tra i suoi titoli disponibili, Melancolia della resistenza(Bompiani, 2018), attratto dalla presenza di una misteriosa balena.

La sua lettura non è stata una passeggiata, ma un trekking impegnativo in un percorso impervio che ha richiesto attenzione, vista la forma narrativa: una prosa congetturale, riflessiva, ricca di incidentali, di virgolettati – nella stessa frase, da chi parla a se stesso rafforzando i concetti e dandosi convinto.
Moduli che, raddoppiando il discorso del personaggio che racconta, fanno emergere due livelli: congetturale, colloquiale e citazionistico: l’interpretazione autentica di quanto dice.

Per chi lo ha letto e per dare idea delle mie impressioni, ho trovato simmetrie con un libro di Ermanno Cavazzoni, “Il poema dei lunatici”, ripubblicato da La Nave di Teseo, da cui Fellini aveva tratto il film “La voce della Luna” (con un impareggiabile Benigni ed un ottimo Villaggio).
E a tratti, per lo stile narrativo descritto, Saramago, “Il Viaggio dell’elefante “(Einaudi). Ulteriore suggestione, cercando di collocare cronologicamente il romanzo, me la suggerisce Nanni Moretti con il Sol dell’avvenire dove – un contrappasso -: il circo Budavari, ungherese, resta bloccato a Roma durante la rivoluzione del 1956. Ma è solo una nota di colore.

Tre i tempi del romanzo.
Condizioni straordinarie: Introduzione; Armonie di Werckmeister: Svolgimento; Sermo super sepulchrum: Deduzione. Tempi musicali di una sinfonia; atti di un’opera teatrale: melodramma, opera buffa, commedia. Parrebbero.

La signora Pfaum rientra in treno da una visita ai parenti nella sua imprecisata città, di una indefinibile Ungheria. Ha un biglietto di prima classe ma, per un disservizio, deve salire su di un mezzo sostitutivo, sedendosi dove capita e condividendo il viaggio con una umanità variegata di educazione e modi approssimativi.

Trasuda disagio che esplode nel momento in cui lo guardo morboso del viaggiatore con il quale condivide lo scompartimento le fa scoprire di avere il reggiseno slacciato, lasciando la sua prorompente femminilità preda dei sobbalzi del treno.
Decide di recarsi nei servizi per sistemarsi, quando sente bussare ed un “Sono io” le fa intendere di essersi involontariamente dichiarata disponibile: insomma fraintesa. Urla per il panico riuscendo a far desistere il molestatore. Ha sventato la minaccia: non vede l’uomo nello scompartimento, ma nota il suo cappotto, che avrà parte nella narrazione.

La signora Pfaum, vedova, rientra a casa attraversando i viali gelidi di una città illividita e con segni di declino: l’interruzione dell’energia elettrica, un albero caduto, una rissa, una folla assiepata che l’uomo con il cappotto, il molestatore, sembrava capeggiare – segni negativi ed inequivocabili: “non erano un parto della sua fantasia sempre incline al peggio” (p.33).
Rincasando incrocia un convoglio lunghissimo, un automezzo condotto da un energumeno in canottiera che la saluta e scopre, leggendo una locandina, trattarsi di un circo il cui numero clou è la più grande balena imbalsamata del mondo. “Tutti segni di un’epidemia di paure immaginarie” (p.163), per lei – che “il mondo viaggiava ad anni luce dalle sue capacità di comprensione” (p. 41).

Rassicurante è aver guadagnato casa: l’apoteosi del kitsch.
Ma suonano alla porta. Teme che sia Valuska il figlio (il personaggio più bello del libro): irrompe la signora Eszter per chiederle collaborazione perché Valuska si adoperi verso suo marito – un accidioso direttore d’orchestra che ha abbandonato la vita attiva, “maestro della rinuncia ad agire” (p.115) -, convincendolo a “mettersi alla testa di un movimento per la pulizia” (p.139) che metta fine al degrado cittadino.

Solo Valuska può riuscire a convincerlo, dacché – per il maestro – è “una presenza angelica tra le forse distruttrici della decadenza” (p.123). La signora Pfaum trova la forza per declinare il compito richiesto, innescando nella signora Eszter altre strategie che porteranno ad evidenziare l’ambizione personale come motore degli avvenimenti.


È necessario un riferimento alla città ed alle sue contraddizioni per l’uso metaforico della toponomastica: a parte Via Calvino, l’Hotel del Luppolo e la Farmacia d’Oro, tutte le strade e piazze – Via dei Quarantottardi, piazza Kossuth, via Arpad, via Karàcsony (l’attuale sindaco di Budapest ed un musicista coetaneo dell’autore, seppure con nomi diversi) –, si riferiscono a personalità del basso medioevo ungherese, dei moti anti austriaci del 1848, della rivoluzione del 1956.

In queste strade ci sarà una rivolta brutale, una jacquerie di casseurs senza finalità.
La balena, il circo, il Principe (un potere occulto che nessuno vede, seppure taluni ne sentono la voce pigolante) sono – a posteriori – cause scatenanti di una rivolta, esterna alla città: l’uomo con il cappotto, infatti, comparirà trascinandovi Valuska. Sedata dall’esercito che mette in campo un carrarmato pur rivelandosi l’azione “di venti o trenta mascalzoni pronti a tutto che seguivano il circo di villaggio in villaggio” (p.299).

È la linea di faglia di una nazione dalla storia complessa. La sua allegoria. Una narrazione spesso in terza persona, plurale – solo la folla parla in prima persona. Lasciandoci testimoni dello snodarsi di immagini di un film in presa diretta – Larst Von Trier, potremmo dire.
La descrizione della rivolta è cruda, non fa sconti: violenza pura, immediata, gratuita, inspiegabile: che “ora, malgrado l’orrore, sembra quasi un messaggio istruttivo” (p.261). Quasi a chiedersi – purgata dalle fatiche del branco – come sia possibile che delle rivoluzioni esistano solo resoconti epici: dall’epopea al mito. Siamo rassegnati.

Valuska sarà uno degli incolpati della rivolta e la signora Pfaum una vittima. Il ragazzo è chiaramente un malato di mente, servizievole, buono, che vive tempi astronomici descrivendo, per un bicchiere di vino, con un improvvisato planetario di persone il giorno la notte le eclissi”.

Votato al servizio del signor Eszter, che – isolandosi dal mondo – aveva accordato il pianoforte col sistema musicale di Aristosseno per esplorare le latitudini della ricerca musicale, convincendosi che “Tutto è inutile” (p. 308).
Faccio mio il dubbio di Valuska che “non sapeva più distinguere se fossero più forti le catene che lo imprigionavano o la stretta convulsa con la quale vi si teneva aggrappato” (p. 244).


Mi incateno a questo libro bellissimo, di un autore eccelso: ve ne innamorerete se avrete la capacità di individuarne i pertugi di accesso.

Ruggero Roggio

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