Recensire libri di racconti pone il problema se siano una scorciatoia che bypassa il romanzo, una sua sottocategoria, una serie di appunti, di ipotesi narrative e, una volta pubblicati in volume, lasciano la sensazione di pulizie dei cassetti (virtuali).
Confesso che quest’idea mi perseguita da tempo: dall’avvio degli sms in particolare si era sparsa l’idea che – meno tempo per leggere – si dovesse accettare questo imperativo: abbreviare quanto più possibile le narrazioni e 120 battute imponeva la ferrea legge di twitter.
Ricordo anche un concorso di Einaudi sul racconto brevissimo, il cui record apparterrebbe ad uno scrittore Guatemalteco: “Cuando despertò, el dinosaurio todavia estaba allì” (Quando si svegliò il dinosauro comunque stava lì).
Ricordo anche un’intervista su Tuttolibri a Stephen King, se lui, autore prolisso, sapesse – nel suo genere, scrivere un romanzo breve; cito a memoria, perdonate l’imprecisione possibile: “L’ultimo uomo sulla terra era solo in una stanza; d’un tratto si aprì la porta”.
L’idea della brevità, e comunque del racconto, ritorna oggi dopo la lettura di due autori, uno adorato l’altro sconosciuto.
Il primo è Julio Cortazar, Animalia, (SUR 2025) – che raccoglie racconti dal 1951 al 1982 in questa nuova veste; l’altro è Ken Kalfus, Coup de foudre e altre storie, (Fandango Libri 2025).


L’idea di accomunarli è per due racconti brevissimi che, in qualche modo, autorizzano l’ipotesi di un paragone: Axolotl, di Cortazar e Corso autogestito di tsilanti: prefazione, di Kalfus.
Due racconti brevissimi, rispettivamente di sette e quattro pagine.
Entrambi inventano l’oggetto del racconto: l’axolotl è un animaletto scoperto casualmente della cui osservazione lo scopritore non può più fare a meno: “Non erano esseri umani, ma in nessun animale avevo mai trovato un rapporto così profondo con me stesso” (p.9).
Il racconto di Kalfus invece descrive una lingua – lo tsilanti: unico aspetto conosciuto di un popolo sconosciuto, che nella forma scritta è andata perduta. “Ci vuole coraggio per imparare una lingua nuova, soprattutto una lingua che parla soltanto un’altra persona vivente. Ci vuole anche fede: nella comunicabilità di pensieri e sentimenti elusivi e nella loro ricettività” (p.93).
In sostanza una narrazione che prescinde dai contenuti, dall’oggetto della narrazione, puro esercizio tecnico di scrittura, ma anche misura dell’esigenza assoluta di empatia.
Restando su questo autore segnalo il racconto invece iperrealista, verrebbe di definirlo, intitolato appunto Coup de foudre che ricalca la vicenda nota di Stauss-Kan, possibile candidato alle presidenziali in Francia contro Sarkozy – che per la denuncia della violenza sessuale su di una cameriera in un prestigioso hotel compromise la sua carriera politica e umana.
Anche qui c’è una transazione con l’accordo delle parti ed un congruo, imprecisato risarcimento gli evita la galera.
Il racconto è una sorta di confessione nella forma di una lettera alla vittima dell’aggressione sessuale, che – se spedita, gli costerebbe la violazione dell’accordo e la sicura carcerazione.
In queste pagine si declinano i tratti del predatore sessuale che coincidono con il corredo dell’uomo di successo sorpreso dalla cameriera nella stanza per le pulizie mentre lui esce dalla doccia pressato da un appuntamento con la figlia che gli deve presentare il fidanzato prima di imbarcarsi per l’Europa dove incontrerà la Merkel e cercherà di convincerla a le maggiori benevolenze possibili verso la Grecia durante la crisi dell’Unione europea e del maldestro utilizzo dei finanziamenti comunitari.
Il predatore scrive una lettera alla vittima, la offende dicendole che dovrebbe essere contenta delle sue attenzioni violente vista la sua poca avvenenza. Si mette a nudo: confessa, declinando il potere nelle sue sfaccettature, l’assenza di empatia senza che abbia un accenno di pentimento. Vive la sua egolatria sino a sfidare gli accordi raggiunti con il forte momento di tentazione di spedire la mail agli avvocati di parte avversa…
L’ha fatto? Leggete e saprete.
Ruggero Roggio






