Racconto lungo o romanzo breve?
Questa la domanda, la prima, che il libro di Isabella Manunta “La mangiatrice di libri” (Catartica, 2026) propone.
E poi altre, che ti sfuggono, ma queste dopo aver partecipato alla presentazione ed essere andato a leggerlo; avendo sentito affiorare tutta una serie di perplessità – perché quella precisione nei nomi e cognomi, negli orari e nelle date?
Ti dici, ad esempio, ma non appesantiscono il testo?
Poi la risposta ti arriva dalla riflessione d’assieme quando, ricordando le lacrime di Isabella a fine serata: no, né romanzo breve, né racconto lungo: vita.
Capisci che il pianto ha fatto saltare un tappo, un’occlusione, lasciando sgorgare quanto trattenuto. Ne sei lambito, e aspetti che si ripristino i livelli e gli equilibri – se tali erano – prima di scriverne. Allora capisci che parlarne è difficile, non ti basta dire di un libro, della sua lettura. Devi cercare di dire del libro e della lettura senza spoiler, spiegare l’impianto narrativo metaforico.
Quando scrivere, fare letteratura, è occasione di pensiero proiettivo – parlare di sé e del proprio mondo, prendersi la scena e attraverso le metafore dire che si accetta una vita non facile.
Isabella Manunta è una donna, perito tecnico ambientale e vive la sua differente abilità consapevolmente – “mai mi sono sentita esclusa” e mille sono i suoi interessi: il teatro, la lettura, il Centro Diurno “Il Granello di Senape” e la Cooperativa Sociale San Damiano, orgoglio di Sorso, sono assieme alla famiglia l’universo di riferimento.
Il libro.
È la storia di Betty, una ragazza ricca di passioni, le gare di spelling, il ballo – ha una discoteca la “Disco Hope”, locale dove prima il nonno aveva un ristorante di buona cucina e i clienti “non piangevano davanti allo specchio pentiti dei soldi spesi” (p.15).
Locale, altresì elemento di conflitto con la mamma. Poi la libreria dei genitori dove lavora, un tocco di autobiografismo ripreso nel titolo che proprio il nonno, quello vero, le affibbia come soprannome vista la sua passione per la lettura: mangiatrice di libri.
La lettura procede evocando immagini – ha la cadenza di uno sceneggiato televisivo, dove i colpi di scena vengono lasciati in sospeso dalle inserzioni pubblicitarie, per poi riprendere in un flusso narrativo che crea la gabbia dove lo spettatore (il lettore) resta imprigionato.
Assistiamo al litigio tra i due fidanzati – Betty e Alessandro -, il pentimento di lei per il peccato d’orgoglio che la porta ad equivocare il ruolo di promessa sposa, la corsa verso la stazione per chiarire l’equivoco cercando di fermarne la partenza, l’incidente d’auto, il corpo che viene estratto “dal pallone blu metallizzato che era la sua macchina” (p.47).
La diagnosi è impietosa. Sarà cieca.

“È buffo, tutti al lavoro dicevano che dovevo a imparare a non vedere soltanto me e ora è buio totale. Non mi vedo e non li vedrò più. Il destino ha bilanciato la situazione” (p.51).
Aggiungo una considerazione: punire Betty per il peccato d’orgoglio è nulla rispetto al privare lei, la mangiatrice di libri, della vista. Questa l’allegoria chiave che ci regala il romanzo.
Ma al di là dell’espediente narrativo della cecità, leggendo ne capiremo le finalità, rifletto su di un racconto breve di H.G.Wells “Nel Paese dei Ciechi”.
Qui il detto “il monocolo è re in un mondo di ciechi” viene smentito dai paradossi narrativi: è il vedente, sprovvisto delle abilità affinate negli anni da una comunità isolata dal mondo, ad essere giudicato disabile, al punto che per amore pensava di accecarsi.
Invogliato dall’amore e dagli anziani a dire: “È migliorato, Un giorno, molto probabilmente sarà assennato come noi” (p.42).
È il conoscere di Edipo, dove la cecità è la punizione dacchè la vista non lo aveva aiutato ad evitare gli errori.
È l’epidemia di cecità di Saramago (Cecità: capolavoro sublime – leggetelo, vi prego), dove un mondo speculare ribalta posizioni e ruoli, dando ai non vedenti, forti della loro disabilità, dominio sensoriale strategico.
Ecco la metafora del libro di Isabella Manunta: lei, come scrittrice riconduce la definizione di disabile a scorciatoia burocratica suggerendoci; suggerendoci sforzi concettuali e di fantasia: che so? capace di differenti abilità, meglio vero?
Ma anche scrittrice: perché scrivere, saperlo fare presuppone soprattutto di volerlo fare, di averlo voluto fare, di esserci riuscita.
Ci regala la sua gioia di vivere quando parlando del suo libro diceva con decisione “il primo” e noi aspettando gli altri.
Madrina e autrice della prefazione è Maria Daniela Carta, papessa di empatie, le era accanto a stimolare le risposte in un dialogo raffinato e ironico.
Scrive: “Isabella possiede un dono raro: sa raccontare la fragilità senza renderla debolezza, così come la forza d’animo senza trasformarla in eroismo” (p.7).
L’editore Giovanni Fara, scaricata un po’ di adrenalina, scriverà sui social:
“Un libro che, dietro un’apparente semplicità, racconta molto delle difficoltà che la vita può presentarci: una malattia, un incidente, un evento imprevisto… È proprio quello che accade alla protagonista, Betty, attraverso la cui storia Isabella ci parla di famiglia, amicizia, amore e fragilità, ma soprattutto di tutti quei meccanismi mentali che ci permettono di affrontare gli ostacoli trasformandoli in occasioni di riscatto e rinascita.
Ieri Isabella non ha fatto mistero del fatto che, in senso metaforico, nella storia ci sia anche tanto della sua esperienza personale.
Non per fare leva sulla malattia, quanto piuttosto per affrontare la sfida di raccontarsi, in qualche modo, al mondo.
Il valore di questo libro sta proprio nel suo simbolismo, nel continuo intreccio tra sogno e realtà e nella capacità di partire da situazioni semplici per arrivare a parlare di qualcosa di più intimo.”
Ho ritenuto essenziale accennare al libro e privilegiare il contesto perché, senza retorica, facciamo tesoro delle variabili che compongono la realtà, dandoci modo di giudizi più meditati.
Buona lettura.
Ruggero Roggio






