Leggo sul Venerdì di Repubblica del 16 ottobre 2026 che è nelle sale il film “La citta dei vivi” di Edoardo Gabriellini tratto dal libro omonimo – pluripremiato – scritto da Nicola Lagioia, mentre finisco di leggere il suo ultimo lavoro “Santa Barbara” (Einaudi, 2026).
Scrive Vittorio Lingiardi sul film che “La città dei vivi racconta una vita come tante quando incontra l’incomprensibilità del male”.
Io non ho visto il film ma ho letto il libro e di Lagioia ho anche apprezzato, e molto, “La ferocia” anch’esso uscito per Einaudi.

È scrittore affermato, giovane, altresì presidente del Salone del libro di Torino, attento a trarre ispirazione da fatti di cronaca o nella cronaca cercare fatti che lo aiutino a fare letteratura.
In “Santa Barbara” scava con respiro ampio nelle pieghe della storia per scansionare le vicissitudini di una comunità – Capurso, in Puglia -, seguendone l’evoluzione dal fascismo all’oggi, innanzitutto per restituire la cronaca paesana agli antefatti storici.
Leggeremo di Nunzia Battista, una ragazza di sedici anni resa madre da Nicola – quasi per improvvisi sopravvenuti doveri ormonali, un servo pastore inetto che – pur avendone diritto, non riuscirà ad essere esentato dall’andare in guerra e ritornerà scoprendosi padre di Domenico.
È storia di povertà, se non di miseria, di espedienti, di sotterfugi e disponibilità a qualsiasi eccesso pur di sopravvivere. Di emigrazione, vedremo. Di ricatti e di vendette, chieste come grazia a Santa Barbara.
Nunzia, ad esempio, “Camminò fino a Santa Barbara. Chiese la grazia di finire sotto un carro o di avere il coraggio per buttarsi in un pozzo” (p.15). È figura centrale, Nunzia – quasi un paradigma della matrilinearità della storia, nel dipanarsi degli eventi ed imparerà a vivere la vita con spregiudicatezza, consapevole che “Subito dopo il rischio di morire di fame, c’era il rischio di lavorare” (p.230).
Nicola rientrerà vivo dall’Africa e stenterà a trovare occupazione: emigrerà in Venezuela a costruire un’autostrada mandando i soldi a casa consentendo a Domenico di studiare spiccando per intelligenza, prefigurando un futuro da ingegnere.
Siamo nell’Italia del secondo dopoguerra dove le forti polarizzazioni politiche e ideologiche vengono descritte con Don Martino che fa valere il suo peso contro la sinistra socialista e comunista. La famiglia di Giovanni completa il paradigma – lui è un agricoltore che troverà nel suo terreno una cava di tufo, consentendogli una dignitosa agiatezza; sarà impegnato per l’istituzione di una cooperativa olearia, in attesa del miraggio dei finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno.
Si sposa con Cristina e avranno due figlie – Sonia e Anna, la prima, moglie di un militare, avrà due bambini che subiranno le vessazioni paterne; la seconda – bellissima, sarà il desiderio maschile in zona.
Che la carne sia debole ne avremo conferma da Nicola, che trova una compagna – gli darà un figlio e il rubinetto dei vaglia si interrompe: più nessuna notizia dal Venezuela. Domenico sarà costretto a lavorare e abbandonare scuola e sogni di promozione sociale.
La mamma lo manda in Sardegna da dei parenti.
E qua, leggendo, faccio una capriola perché “Zio Rocco e zia Rita abitavano fuori città, sulla strada vicinale per Sorso” (p.205).
Ehi, Lagioia, lo sai che qui gioco in casa? mi verrebbe di dirgli.
E capisci che un minimo di dimestichezza con il territorio lo ha, leggendo le descrizioni di spazi a me familiari: guardare verso San Lorenzo e Nulvi dalla campagna, sorridere a leggere di una località – Predda (di foggu? Niedda?) – sicuramente la prima perché fa riferimento al santuario di Serra Niedda -, che però è scoperta successiva al periodo con Domenico in Sardegna!

Insomma, impossibile non constatare questo errore di datazione.
Come impossibile rintuzzare la curiosità sulla scelta di Sorso, di un pugliese in Sardegna, a Sorso, che da Sassari farà scorribande per la bassa Gallura a vendere indumenti.
Zio Rocco non gli regalerà nulla, limitandosi a vendergli un campionario, che lui dovrà far fruttare. Del resto, cosa pretendere da chi ha fatto i campi di prigionia in guerra convincendosi che fosse finito tutto solo quando “Un giorno una farfalla si è posata sulla mano e non ho avuto la tentazione di mangiarla” (p.207).
Trasecolo: io, che gli antenati per parte di madre parrebbero essere arrivati in Sardegna dalla Campania a vendere stoffe! Io che in un mio romanzo ricordo Saber, un marocchino che vendeva tovaglierie e sfidava con i suoi pizzi la maestria delle donne di Sorso nell’arte del ricamo.
Perché Domenico di quella lezione si farà forte e con i suoi amici d’infanzia e le benevolenze dell’avvocato Cosentino creerà la Ricami del Sud, espandendosi gradualmente in tutt’Italia con corredi matrimoniali di alta qualità. Ricami del Sud: metafora di tessiture e tresche, di matrilinearità, di culture sapienziali diffuse, di operosità e di inghippi d’amore.
Insomma: tessere la rete degli affari. Domenico – imprenditore affermato, corteggerà la bellissima Anna, studentessa dell’ultimo anno magistrale, fidanzata di un professore (che comunque flirta anche con un coetaneo…) e la convincerà ad una fuga d’amore in Costa Azzurra. Sarà un matrimonio particolare. Avranno una coppia di gemelli, forse la parte più intensa del romanzo.
Giovanni, il babbo di Anna è molto comprensivo, attento alla felicità della figlia, mentre Nunzia sarà una suocera da luogo comune; invadente oltremisura, si rivela madre di un figlio egoista, succube e complice: comprensibilmente, per i tempi, maschilista; anzi: un puttaniere.
Che dalla moglie tradita sarà a sua volta tradito “Ma io sono l’uomo” dirà. “I maschi vanno a letto con altre donne per impulso. Non sanno resistere al richiamo” … “Mentre una donna che va a letto con qualcuno che non sia suo marito, invece, mette in pratica la volontà maligna di minare la famiglia, colpendola nel suo punto più fragile” (p.624).
Dicevamo all’inizio dell’incomprensibilità del male; ora – finita la guerra, risolti i problemi della povertà – compare, nella ricchezza, la volontà di farsi male tra chi si è amato. Leggeremo di un divorzio cruento, una guerra dei Roses in chiave pugliese. Ed una speranza all’orizzonte “Gli adulti sapevano far nascere pochi attimi di bene nell’abitudine al male … ma era a quel piccolo bene, a quella piccola attenzione che i bambini dovevano aggrapparsi per ribaltare la situazione” (p.630).
È un romanzo che parla dell’Italia a partire dai sentimenti: ne è storia particolare, un tentativo almeno.
Le donne ne sono la filigrana.
Descrive le sfaccettature della psicologia femminile: da una laboriosità inconsapevole a una sciatteria malata sino alla ribellione che si inizia a intravedersi, la si chiami rivendicazione sindacale o rifiuto della trascuratezza.
Il romanzo evolve per linearità con inserti di salti narrativi e alcuni paragrafi di scrittura corale e concitata, mischiando voci e tempi: l’idea è di un avanti veloce di un vhs. Poi brevi inserzioni farebbero ipotizzare ispezioni della guardia di finanza alla Ricami del Sud.
E anche un salto in avanti, con un figlio – Andrea, accanto ad una persona anziana.
Insomma: è una chiamata in causa del lettore a ipotizzare a breve gli sviluppi di una storia che ci lascia con il desiderio e la consapevolezza di altre pagine possibili.
Ruggero Roggio






