Franco Mannoni, grande vecchio della politica sarda, ieri leader del partito socialista con incarichi di rilievo nella amministrazione regionale, oggi inganna il tempo del meritato riposo scrivendo; dopo i tre romanzi pubblicati per Arkadia torna sugli scaffali con “La Luna e la torre” (Arkadia, 2026).
Di cui, avendolo letto, mi sa tanto che a breve avremo un sequel – e ciò mi solleva dai patemi di spoiler incombenti mentre mi accingo a parlarvene.
La luna e la torre, più meno, le abbiamo viste tutti passando per Santa Teresa, magari distratti da altro; io ci torno con la memoria, baro e costruisco l’immagine di una luna che sorge e illumina le Bocche, forsanche le falesie di Bonifacio.

Ma non basta perché dobbiamo fare un salto di 150 anni indietro e andare a Lungoni – quel borgo marinaro voluto dai Savoia per contrastare il contrabbando con la Corsica, facendone l’avamposto di una Sardegna stranamente centrifuga, cioè lontana dalla vulgata sardisteggiante di tante narrazioni, di un’Isola, cioè, che oppone l’identità etnica in alterità alla Penisola.
Qui a Lungoni, vent’anni dopo l’Unità, si guarda a Genova e Livorno piuttosto che a Cagliari, laddove i centri amministrativi sono La Maddalena (per gli imbarchi verso la Penisola) e Tempio, raggiungibile da Lungoni con un giorno di viaggio se si dispone di un calesse e di amici disposti ad accoglierti nello stazzo per trascorrervi una notte.
Vi si guarda, ovviamente con molti distinguo, ritenendo Francesco – il protagonista – il processo unitario estremamente parziale, incompiuto.
Tanto nella retorica del concetto di patria “che richiama una paternità che è estranea alla situazione di dominio di cui il popolo subisce il peso (…): la Gallura, che è Sardegna solo in quanto adagiata sulla sua superficie pietrosa, e che è Italia solo perché ai Savoia fu assegnata da un’assise di potenti alle soglie del secolo diciottesimo” (p.106).
Una comunità variegata – galluresi e sardi, corsi e ponzesi, genovesi: pescatori, artigiani, contadini. Non più di duemila.
Sullo sfondo della realtà tracciata dalle chiudende, l’ovvio notabilato. Preminente il Cavalier Serra, sindaco di nomina prefettizia, che assieme ad altri galantuomini è chiamato ad amministrare Lungoni per censo e livello di istruzione.
Un’economia di sussistenza: la pesca, la terra, lavori servili.
Miseria terribile di un territorio debole sferzato dal maestrale e dall’usura – iugulatorio è il termine che usa Mannoni a dire della tassa sul macinato.
Perché un mulino c’è – a vapore, e lo gestisce Jordi Cardona, un catalano dalle mille vite e mestieri nel cui passato annovera la gloriosa avventura della Comune di Parigi.
Povertà che Francesco sconta e constata sui suoi alunni “l’arretratezza, la miseria, lo sfruttamento dei ceti più deboli, la conflittualità sociale, il banditismo” (p.107), condizioni che fanno crescere in lui l’idea che solo i nascenti ideali socialisti di Andrea Costa e Anna Kulishoff possono contrastare: “È il socialismo il sentiero che ci può condurre fuori da questa società ingiusta (p.83).
Con tutti i rischi che si correvano a professare i propri ideali in un paese “teatro senza sipario, nel quale si era sempre esposti alla vista, alla curiosità e al controllo di tutti” (p.68).
È figlio di un combattente pluridecorato in battaglie delle guerre d’Indipendenza oltre che in Crimea, che fa valere le sue medaglie chiedendo d’autorevolezza il ruolo di insegnante elementare per il suo Francesco. Dirà con tono militaresco al sindaco “…nella vecchiaia tengo molto a essere rassicurato sul futuro di mio figlio”, e alle promesse di interessamento del cavaliere risponde “A me interessa la sua parola, non mi occupo delle procedure” (p.164).
Topos narrativo della narrativa ottocentesca è il matrimonio – ovviamente contrastato: Manzoni docet! -, con il dilemma, qui nella Luna e la Torre, se s’abbia da fare o no, in questo caso, lo sposalizio tra Francesco e Marianna.
Lui, che vuole conseguire la patente di maestro elementare a Genova, lei – che vorrebbe seguirne le orme e in attesa della maggior età per affrancarsi dalle spire di un matrimonio combinato cui il patrigno vuole destinarla.
Particolare rilievo il romanzo riserva al ruolo femminile nella società.
Le donne vi compaiono nella sottomissione di legge: Cristina la mamma di Francesco, la zia Bastiana donna senza legami e pertanto libera, ancora di salvezza del nipote; Eugenia la moglie del medico; la mamma di Marianna.

Ma saranno le donne del popolo a portare avanti le rivendicazioni sociali.
Diffuso è il compito di depositarie di pratiche di magia bianca o di saperi erboristici. “La donna nel cui seno cresceva la vita, era anche portatrice delle forze occulte che potevano proteggerla” (p. 127).
Marianna ha consapevolezza di sé stessa, del suo amore per Francesco, delle garanzie che lui le dà a fini emancipativi.
Ed alla madre, soccombente alla volontà del marito e patrigno che le propone un matrimonio di vantaggio (per lui, per i suoi interessi più che per lei), risponderà “Io non voglio cambiare la libertà altrui, ma esercitare la mia. L’essere donna e giovane non può voler dire essere sottoposta” (p.178).
Il libro, ben scritto, è strutturato in capitoli, brevi e di facile lettura. Nasconde un’aneddotica rilevabile con facilità nelle tradizioni galluresi ancor oggi presenti. Racconta di Garibaldi intenzionato all’acquisto di Capo Testa il cui proprietario si rifiutò, acconsentendo alla vendita dopo aver saputo che la proposta arrivava dall’Eroe dei due Mondi, che però si tirò indietro.
Rimase a Caprera con il letto orientato verso la Corsica, come mi sembra di ricordare.
Isola che Francesco ben conosce, addirittura recandosi in visita ai parenti, quasi a idealizzare un’unica famiglia etnica e linguistica, purtroppo divisa da confini invisibili comunque forti.
Sospetto infine che se vogliamo sapere di Francesco e Marianna dovremo aspettare un sequel, mentre io – bocca cucita, evito di spoilerare le vicissitudini d’amore dei due ragazzi.
Peccato per due refusi cronologici presenti nel libro, evitabilissimi: 1980 data di attivazione dei collegamenti marittimi con la penisola e 1971 data della Comune di Parigi – cento anni da sottrarre leggendo; per il resto buona lettura.
Ruggero Roggio






