Publio Dui, poeta di Lula

Capita che certi libri arrivino improvvisi richiamando memoria ed attenzione ad episodi lontani, dandoti soddisfazione del vissuto, dell’essere stato presente in momento determinato della vita, assistendo ad un premio, gioendo per un riconoscimento. È questo il caso del bel e ponderoso libro scritto da Dino Manca, Sas cantones de Publio Dui“. Edizione critica, (UNISS/ISRE/EU, Edes).

Dino Manca insegna Filologia della Letteratura Italiana e Letteratura e Filologia della Sardegna all’Università di Sassari.

Esce, ultimo di una corposa produzione scientifica, per la collana “Filologia della letteratura degli Italiani”, “come opera di recupero di una testualità plurilingue – leggiamo nella quarta di copertina – che ha concorso a costruire nei secoli il variegato sistema linguistico e letterario dei sardi e degli italiani”.

Pertanto libro tecnico, in parte per addetti ai lavori e per gli studenti ed anche – vista la ricca parte antologica – capace di soddisfare le attenzioni e curiosità degli amanti della poesia sarda e di Publio Dui nel caso di specie.

Publio Dui (Lula, 1930 – Nuoro, 1995) è poeta sardo che usa “il vocabolario della quotidianità”.
Ma attenzione: Dui, spiega Dino Manca, “pensava e parlava in poesia in modo chiaro, semplice, letterariamente comprensibile” (p.17), seppure cantasse in modo criptico, ermetico. “Comunicava in suspu, diceva senza dire” (ivi).


“Egli fu poeta della memoria e della vita” regalandoci con le sue poesie “le profondità del suo vissuto” (p.18).


Pastore in giovanissima età, le circostanze di famiglia gli imposero di lavorare come tagliapietre, mestiere appartenuto al padre ed al fratello maggiore: forse da qui nasce la definizione di “‘cantore delle pietre’, figlio a suo modo ed interprete del paesaggio litico sardo” (p. 19).

Ed è bellissimo lo scavo critico di Dino Manca quando coglie in Giuseppe Dessì questa citazione: “i sassi della Sardegna sono sassi parlanti” (p.21). Di rilievo, inoltre, il parallelismo con Costantino Nivola e Pinuccio Sciola, a loro vola interpreti della “pietra [che] trasmette vibrazioni, sonorità e vissuti” (ivi).

Pietra sonora, Museo Pinuccio Sciola


Parafrasando e limandola dei riferimenti diretti a Grazia Deledda, utilizzati da Dino Manca in una sua recente nota sulla Nuova Sardegna in occasione del Premio Letterario a lei intitolato, di Dui mi piacerebbe dire “La sua [poetica] è un serbatoio inesauribile di distillati sapienziali ed esistenziali che derivano dal sostrato culturale sardo e che hanno saputo trasmettere (…) orizzonti etici, paesaggi dell’anima, intelligenza della complessità”.

Con il dovuto rispetto e senso delle differenze ma con il piacere del furto di citazione.

Ma dicevo dell’emozione del ricordo.



Ho conosciuto tanti anni fa Publio Dui a Sorso, ad una premiazione del Premio Romangia, forse il secondo per importanza dopo l’Ozieri, figlio della fatica e dell’impegno di Nicola Tanda e Tonino Rubattu.
Era l’8 dicembre 1988 quando a Sorso, nella sala convegni del Palazzetto dello Sport, non ancora Biblioteca Salvatore Farina conobbi Publio Dui, premiato per la silloge “Granitos de ‘idda m” cui feci i miei complimenti per il premio e per la poesia che mi era piaciuta particolarmente – “Sos duos secapetreris” – e quella stretta di mano tra me trentaquatrenne e lui cinquantottenne durò l’intera recitazione bisbigliata in angolo della sala, solo per me, dell’intera poesia; alcune strofe:

Non s’intennet su piantu
non si bide su sorrisu
como sono in campusantu
como sono in paradisu
como sono in loco issoro…
…sor duos secapetreris…
…lavoranne puru inie
a puntu e mazzetta ‘e oro
e mi paret de intennere
su toccheddu intro e su coro
batti-batti notte ‘e die
chene mai s’istraccare
chene mai si virmare
secanne preta pro vennere …
sor duos secapetreris.

La poesia, nelle sue varie stesure, la trovate da pagina 292 a pagina 300.
L’emozione resta nella mia memoria e nel mio cuore, come il sorriso di quel grande uomo contento dell’apprezzamento sincero di un distratto bibliotecario, ai temi della cultura sarda.

Ricordo la schiettezza del suo sorriso, la capacità declamatoria, la memoria ed il ritmo, il suono evocato: l’onomatopeicità del verso valorizzato della sua lingua “barbarica”, fluente a trascinare gli echi di pietre che rotolavano tra di noi.

Ricordo la semplicità del suo vestire (…eppure lo premiavano!), il suo sorriso e la rasatura curata di una barba combattiva.
Ho nel cuore quel momento più di quanto ricordi il piacere della stretta di mano di Andrea Camilleri – allora eravamo in biblioteca – che firmava le copie dei suoi libri che gli porgevo: la “Mossa del cavallo” e la “Stagione della caccia”, facendoci divertire con l’aneddoto che vedeva questo libro beneficiato dalla Canottieri Lazio con l’acquisto di cinquecento copie per una strenna natalizia agli iscritti, soci cacciatori.
Avevano frainteso il titolo, attribuendogli significati venatori inesistenti.

Dico sempre che Sorso ha portato fortuna a Camilleri, perché dopo quel convegno sulle lingue minoritarie diventò il babbo di Montalbano come tutti lo conosciamo.

Ruggero Roggio

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