C’è un momento, nel film distopico Interstellar del regista Christopher Nolan, in cui il protagonista Cooper si ritrova sospeso nel Tesseratto: una struttura a cinque dimensioni nascosta dietro la libreria della camera di sua figlia.
Lì, lo spazio non è più un pavimento sotto i piedi o un muro che delimita una stanza, ma un groviglio di filamenti temporali.
Cooper non “possiede” quel luogo; lo abita attraverso il legame invisibile con sua figlia Murph.
Ma come si traduce questa visione cinematografica nella realtà delle nostre città?
L’esempio perfetto di come il design contemporaneo stia superando il concetto di “vetrina” per diventare “portale” è l’installazione curata da Max Falsetta Spina alla Rinascente di Milano per HBO. Qui, il lavoro del progettista agisce come un vero e proprio Wormhole (letteralmente “buco verme”).
In fisica e nel cinema, il Wormhole indica un passaggio che permette di andare da un punto A a un punto B saltando lo spazio intermedio. L’analogia è semplice e potente: immagina una mela. Un verme che vuole andare da un lato all’altro può percorrere tutta la circonferenza (lo spazio normale) o scavare un buco attraverso la polpa, creando una scorciatoia.
Falsetta Spina scava questo buco nel cuore di Milano.
L’uso di superfici riflettenti, specchi e schermi digitali non serve a mostrare un oggetto da possedere, ma a distorcere la percezione dello spazio urbano circostante. Il passante non guarda “dentro” un negozio, ma viene risucchiato in una dimensione altra.
È la “piegatura” dello spazio-tempo: la Rinascente smette di essere un immobile e diventa un nodo che collega la realtà fisica al mondo immaginario di House of the Dragon. Il compito del progettista è decidere dove quel varco debba condurre l’utente: sia che si tratti di un viaggio verso un nuovo acquisto o verso una nuova consapevolezza di sé nel cosmo.
Questa capacità di “piegare” lo spazio ci impone un cambio di paradigma.
Se il possesso pre-alessandrino (quello della Polis greca citato da Battiato nel testo di “Sentimento Nuevo“) era “orizzontale” — legato all’estensione di terra e ai confini — l’identità post-Interstellar è “verticale” o “dimensionale”.
Piegare lo spazio-tempo significa accettare che la “casa” non sia un luogo geografico, ma un punto di incontro tra le coscienze. L’umanità, che vive nelle stazioni cilindriche alla fine di “Interstellar”, è un’umanità “alessandrina”: non ha più una terra, abita lo spazio, e la sua identità è fondata sulla conoscenza e sul movimento, non più sulla stanzialità. Progettare oggi significa creare luoghi che non dicano all’utente “qui sei nel mio spazio”, ma che gli permettano di dire: “qui lo spazio si modella intorno a me”.
Uno spazio architettonico è capace di interpretare La Tradizione non come “Muro” (Polis) ma come “Wormhole” in cui la scelta dei materiali va oltre il “si è sempre fatto così” e si connota come “portale” verso un’emozione antica, che non si prepone di proteggere il passato dai cambiamenti ma lo trasporta nel futuro per trasformarlo, da Spazio statico, museale, intoccabile a spazio Dinamico, dove l’antico dialoga con il LED e il dato non necessariamente tecnologico.

Lo spazio, quello con la S maiuscola, non si possiede: si attraversa, si ricorda e si sogna.
Se Milano e la Rinascente rappresentano il varco tecnologico, esiste un esempio che incarna perfettamente la transizione dal possesso pre-alessandrino all’identità dimensionale nel cuore della Sardegna: Ulassai.
Qui, l’artista Maria Lai ha trasformato un intero paese in una stazione spaziale dell’anima. Prendiamo il celebre intervento “Legarsi alla montagna“: non si è trattato di possedere il suolo o delimitare confini, ma di usare un nastro di stoffa celeste per “piegare” lo spazio-tempo di una comunità.
In quel momento, il nastro non era un oggetto materiale, ma un filamento del Tesseratto: univa le case (le singole esistenze) alla montagna (l’eterno, l’ignoto), annullando le distanze fisiche e sociali. Un paese arroccato, simbolo della stanzialità e del limite, è diventato improvvisamente un luogo “alessandrino”, dove l’identità non era più definita dal possesso delle proprie mura, ma dal legame fluido con l’altro e con il cosmo.
Andare oltre significa, parafrasando Gustav Maler, smettere di conservare la cenere e iniziare a alimentare il fuoco.
Proporre un Wormhole architettonico in un piccolo paese della Sardegna significa oggi progettare inserti di futuro nel corpo del passato. Significa creare “scatole di connessione” dentro i ruderi, piazze che reagiscono alla presenza umana e reti invisibili che permettano di abitare il locale senza rinunciare al globale. Non è un sogno distopico, è la sfida di un’architettura che non vuole più recintare, ma connettere, trasformare un rudere in un nodo del Wormhole globale.
Quel luogo non è più una “casa diroccata”, ma un ufficio per nomadi digitali, un laboratorio di ricerca o una stanza per la telemedicina. È lo spazio che si modella intorno all’utente, permettendo a un cittadino di un piccolo paese di essere connesso con New York o Tokyo restando seduto tra mura di calcare.
La “vera” struttura in “pietra” resta all’esterno, a raccontare la storia. L’interno diventa un cuore iper-tecnologico (fibra ottica, sistemi di riscaldamento radiante, spazi flessibili).
In conclusione, smettere di “possedere” lo spazio in modo statico accettando che l’antico possa accogliere le funzioni contemporanee.
Il compito del progettista è fornire gli strumenti tecnici per questa transizione mentre il compito della comunità è quello di capire di avere in mano un capitale identitario unico che, messo a dialogare con le connessioni dei tempi che viviamo, arrivi a costituire un luogo di relazione vivo che non si misuri più in metri quadri, ma in profondità di tempo e velocità di connessione.
È proprio in questa sintesi tra la persistenza della “pietra” e il “flusso” dell’innovazione che risiede l’importanza di chiamarsi SPAZIO: non più un semplice limite geografico o un guscio vuoto da tutelare, ma una dimensione dinamica, l’unico “luogo” capace di connettere chi siamo stati con tutto ciò che possiamo ancora diventare.
Miriam Cossu
Architetta






