Scorre la vita vissuta

Matteo Porru. Editorialista de La Nuova Sardegna, scrittore premiato e tradotto, interprete di un documentario sulla sua vita, brevetto di pilota, affabulatore d’eccezione. In una presentazione a Sassari arrivò a dire che se non scrivesse, lo troveremmo fuori da un bar a raccontare storie. È nato nel 2001.

Vi invito a cercare il documentario Matte su RaiPlay per scoprire un ragazzo meraviglioso, di un’intelligenza sorprendente e, se riuscite, carpite la profonda luminosità del suo sorriso di predestinato a bella letteratura. È tutto grasso che cola: per noi.
Un destino costruito e voluto, si badi: pensando a quel ragazzino che stampava i suoi racconti nello studio del padre, andando a venderli sotto i portici di Via Roma a Cagliari.

Consiglio i suoi due libri.

Il dolore crea l’inverno”, (Garzanti, pp.159) dove il paesaggio bianco nevoso di una Russia lontana aspetta che una compagnia petrolifera estragga il nero petrolio.
Come riscatto: immettere quelle terre e le persone che le abitano, nella ricca contemporaneità. Dove c’è chi vi abita vivendo una sua latitanza. Sarà il disgelo a rivelare un omicidio e le indagini successive a spiegare il dolore. Spiega Matteo Porru, in una breve intervista a fine libro, che lo sorprese l’idea dell’Inferno di Dante come “luogo di ghiaccio e solitudine”.

Il volo sopra l’oceano”, (Garzanti, pp.138).
Un romanzo breve, in tre parti: Partenza, Crociera, Arrivo. E, di rilievo, ma è un mio dire, i ringraziamenti finali dell’autore: trasudano amicizia, amore, Una dedica che dà felicità a leggerla e chiavi interpretative importanti laddove rivela qualcosa “che non manca mai di ricordarmi quanto a fondo sia possibile nascondermi nelle trame che imbastisco”.

La storia.
Michele Prato è un vecchio ventriloquo, una carriera vissuta dentro il successo televisivo dello spettacolo Gran Canaria, di cui negli anni avverte la stanchezza, quanto ne subisce l’ingiallimento, il pubblico che si disaffeziona.
Vecchio decide di volare a Gran Canaria. Ancora celebre perché al taxista che lo accompagna all’aeroporto e lo riconosce cordiale, ordina “E in silenzio, per favore”. Scorbutico, asociale parrebbe.


Viaggerà a fianco di Jonathan, un ragazzo scostante, forse maleducato, riuscendo a costruire assieme un dialogo, una reciprocità, simmetrica al di là degli anni a dividerli. Il volo è l’occasione per parlare, ricomporre la distanza tra generazioni – aprirsi e confessarsi, scambiare esperienza e freschezza. Jonathan che l’ascolta consente a Michele Prato di mostrare le fantasmaticità della sua vita e gli ancoraggi più cari: i genitori – l’uomo pipa e Francesca -, e Clio.

Michele ricompone i frammenti della sua vita specularmente a Jonathan – “Tu mi ricordi me” (p.69).
E nel ricordo pensa a Clio: “Che Michele e Clio fossero indispensabili l’uno per l’altra si capì da come si intendevano e si sfioravano con gli occhi” (p.44). “Clio voleva un rapporto profondo, Michele ne voleva uno intimo. Lei non aveva mai voluto così tanto bene a una persona, lui non aveva mai amato nessuno così tanto” (p.51). E significative differenze: “Tu non pesi il mondo, Clio”. “Tu fai l’opposto: tu l’esageri”.

Scorrono i personaggi dei suoi spettacoli – Zio Carmelo, Giovunque Gaia. Scorre la vita vissuta in una rielaborazione dei lutti nei loro tanti aspetti. Il volo lo porterà a Gran Canaria, che è stato il titolo della sua trasmissione di ventriloquo irriverente.
“Ti piace fare le voci, Michele?” gli aveva chiesto la sua maestra Grazia. “No: parlano loro. Io ascolto”.

Il finale è di romanzo struggente.
Un grande romanzo.

Ruggero Roggio

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