Giacomo Sotgiu. Dall’artigianato all’arte

Un artista tra eclettismo e manualità

La memoria riporta a una mattina di tanti anni fa quando arrivò a casa nei soliti abiti dimessi di un colore grigio e con i capelli bianchi e incolti, magro e di media statura.

Era stato chiamato da mia madre per sistemare la vecchia Singer.
Creava pazientemente minuscoli pezzi di ricambio che poi sostituiva, permettendo alla macchina di proseguire il suo lavoro di cucitura tra rattoppi, orli e drappi di uso quotidiano; si evitavano così le faticose lungaggini per richiedere i ricambi dal continente.


Al termine del lavoro si sedeva in cucina per ricevere il compenso e raccontava affabilmente della sua vita quotidiana e del trascorrere del tempo.

Era nato il 28 dicembre 1908 a Siniscola. Qui frequentò le prime quattro classi della scuola elementare.

Dapprima contadino (massaieddu), poi andò a bottega da un fabbro di Siniscola (thiu Luisu Giorgi).

Tentò senza successo l’arruolamento in Aeronautica e dopo la guerra partì da emigrato in Francia come molti compaesani; ritornò in Italia e infine trovò impiego nei cantieri dell’Ansaldo di Genova, dove perfezionò le tecniche di saldatura e di lavorazione del ferro.

Dopo alcuni anni, rientrò infine a Siniscola, dove aprì un’officina da fabbro, unu fraìle, da maestro artigiano esperto anche di macchinari.



Intanto partecipava alle fiere locali dimostrando un’instancabile creatività e un sottile ingegno per la tecnologia applicata alla realtà del luogo: elaborò un sistema per la ferratura di cavalli e buoi senza l’impiego della forza fisica e un cambio a due velocità per biciclette di cui ottenne il brevetto.

La riscoperta della sua vena artistica è avvenuta nei primi anni ’90 dopo la morte con una mostra allestita nell’edificio del vecchio centro parrocchiale (ex POA) e replicata più recentemente1.

In una saletta al pianterreno furono esposte alcune sue opere: una minuscola mosca in metallo lucido (forse acciaio o ferro levigatissimo), una mitragliatrice, modellini in ferro, un ostensorio e altri oggetti di piccole dimensioni, serrature (criccas, serrazos), ma anche attrezzi agricoli (arches, pinnacos) che amava creare nel tempo libero, al di fuori dell’impegno ordinario sui pezzi di ricambio e sulle modeste ringhiere, che ancora oggi si possono osservare nei vecchi balconi in ferro battuto che si affacciano nel centro storico: alcuni recano la firma «G.Sotgiu».

Sulle pareti risaltavano una ventina di acquerelli e di tempere di piccolo formato che raffiguravano paesaggi dai colori intensi a tinte contrastanti, con montagne al tramonto appena delineate e marine dai colori accesi che rivelavano un’autentica vena artistica.

Nate nei ritagli di tempo, le sue opere sono ancora oggi in attesa di un inventario sistematico e di una collocazione dignitosa in un allestimento che ne esalti il valore.

Sempre negli anni ’90 fu organizzato un convegno da cui è emersa tutta la complessità del personaggio, l’eclettismo e l’abilità manuale e l’estro artistico di gusto naif (Fenu).

Tra gli altri aspetti si evidenziò l’importanza di quel drammatico crocifisso che ancora campeggia nel cimitero di Duai, pazientemente costruito con chiodi incrociati e saldati uno sull’altro.

Thiu Jacheddu Sozzu morì a Siniscola il 21 marzo 1981 in una modesta abitazione lungo una delle salite che portano a Monte Idda, dove, nel polveroso ambiente di quel laboratorio saturo di oggetti, aveva scritto, «sopra due grezzi tavoloni, “Mostra Permanente”»2.

Antonello Pipere

Note

1Si veda in Salvatore Martini, Siniscola riscopre l’arte di Sotgiu, in La Nuova Sardegna del 27 giugno 2014. La mostra era a cura dei giovanissimi Andrea Pau, Samuel Fronteddu, Massimiliano Orrù e Rachele Mele.

2Su Giacomo Sotgiu si può leggere utilmente una brevissima biografia, in Gente e luoghi di Siniscola, Grafiche Ghiani, Monastir 2003, p. 227 e gli atti del Convegno organizzato da Siniscola’90 nell’Istituto Tecnico Luigi Oggiano.

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