L’invasione del granchio blu


In questo caldo fine settembre mi trovavo a Graneri, in prossimità della foce del Rio Siniscola, per una passeggiata lungo le anse del fiume, quando in uno spazio veramente ridotto ho potuto osservare ben sette granchi blu.

Ero a conoscenza del fatto che purtroppo fossero presenti, ma il loro numero in uno spazio così ristretto mi ha sorpreso: una triste testimonianza del problema che affligge le nostre lagune.

Granchio blu a Graneri. Foto di Manuela Mulargia

Ma chi è il granchio blu?

Il granchio blu (Callinectes sapidus) è una specie che negli ultimi anni è balzata agli onori della cronaca per la rapidità con cui ha conquistato lagune, foci dei fiumi e coste della nostra penisola, con un impatto particolarmente rilevante in regioni come la Sardegna.

La prima segnalazione nella nostra isola risale al 2017 nello stagno di S’Ena Arrubia (Oristano). Da allora si è diffuso in tutte le coste sarde, pensate che è stato segnalato anche all’interno della grotta del Bue Marino.

Ma da dove viene questo crostaceo? Perché sta causando una vera e propria emergenza e qual è il ruolo dei cambiamenti climatici in questa espansione?

Il granchio blu è un crostaceo decapode nativo delle coste atlantiche del Nord America.
A differenza di molti granchi autoctoni del Mediterraneo, possiede l’ultimo paio di zampe natatorie a forma di remi, caratteristica che lo rende un nuotatore eccezionalmente agile e rapido. È una specie aggressiva, dotata di chele potenti e caratterizzata da un’elevata fecondità.

Come è arrivato da noi?

Per comprendere la sua presenza nei nostri mari occorre guardare alle dinamiche del commercio globale e ai vettori delle invasioni biologiche. Il granchio blu è giunto nel Mediterraneo principalmente come “autostoppista”: i suoi stadi larvali o giovani individui sono stati trasportati involontariamente all’interno delle acque di zavorra delle navi mercantili, imbarcate nei porti americani e scaricate nei nostri porti commerciali.

In biologia si parla di specie aliena (o alloctona) per indicare un organismo trasportato dall’uomo, intenzionalmente o accidentalmente, al di fuori del suo areale geografico naturale.

Non tutte le specie introdotte riescono a prosperare. Tuttavia, il granchio blu ha completato con straordinario successo tutte le fasi tipiche delle invasioni ecologiche: introduzione, insediamento, espansione e invasione vera e propria.

Il motivo di questa proliferazione incontrollata risiede in tre concetti ecologici fondamentali:
– Alta invasività: il granchio blu possiede un’ampia tolleranza alle variazioni di salinità e temperatura, un alto potenziale riproduttivo e spiccate doti competitive.
– Elevata pressione di introduzione: il continuo flusso marittimo ha garantito l’arrivo costante di un numero sufficiente di individui nel tempo, permettendo alla specie di superare i colli di bottiglia demografici iniziali e stabilirsi in modo permanente.
– Liberazione dai nemici naturali: nel suo habitat di origine, le popolazioni di granchio blu sono tenute sotto controllo da predatori specifici, parassiti e patogeni.

Nel Mediterraneo, non avendo co-evoluto con la fauna locale, si trova privo di efficaci regolatori naturali, condizione che gli permette di moltiplicarsi quasi indisturbato.

L’impatto del granchio blu si misura su due fronti strettamente connessi: quello ambientale e quello socio-economico.

A livello ecologico
Secondo la classificazione ufficiale dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN EICAT – Environmental Impact Classification for Alien Taxa), gli impatti delle specie aliene vengono valutati in base all’entità del danno arrecato alla biodiversità autoctona.

Il granchio blu agisce principalmente attraverso due meccanismi:

– Predazione ed eradicazione locale: devasta le popolazioni di bivalvi (cozze, vongole, ostriche), predando anche piccoli pesci, crostacei autoctoni e anfibi negli ambienti salmastri.
– Competizione per le risorse: riduce la disponibilità di cibo e rifugio per le specie native.
L’insieme di queste azioni causa l’alterazione delle reti trofiche e la potenziale estinzione locale di specie autoctone, portando a trasformazioni radicali degli ecosistemi costieri.


A livello economico e sociale
Gli impatti economici sulla filiera della pesca e dell’acquacoltura sono ingenti. Il granchio blu distrugge le reti e le attrezzature da pesca con le sue chele affilate e devasta gli impianti di mitilicoltura, azzerando in molte zone la produzione di vongole e cozze.

    In un’epoca di crisi climatica, è inevitabile chiedersi quale sia il legame con questo fenomeno.

    Questo legame è diretto e stringente:
    – Innalzamento delle temperature marine: il Mediterraneo sta subendo un processo di tropicalizzazione. Le estati sempre più calde e gli inverni miti creano le condizioni termiche ideali per il granchio blu, accelerandone i tassi riproduttivi e riducendo la mortalità invernale.
    – Aumento della vulnerabilità degli ecosistemi (invasibilità): gli eventi climatici estremi, la siccità che altera la salinità delle lagune e l’inquinamento costituiscono “disturbi” che indeboliscono le comunità biologiche autoctone. Un ecosistema disturbato perde la sua resistenza biotica naturale, lasciando spazi e risorse libere che vengono prontamente occupate da specie invasive e opportuniste come il granchio blu.


    La situazione in Sardegna

    In Sardegna, regione caratterizzata da un patrimonio lagunare e costiero di straordinario pregio, la presenza del granchio blu è passata in breve tempo da avvistamento sporadico a emergenza conclamata, diventando una seria minaccia per l’acquacoltura locale.

    Le lagune sarde rappresentano un punto di riferimento economico per la produzione di bivalvi e per la pesca artigianale del muggine; la proliferazione del granchio blu sta mettendo in ginocchio interi comparti produttivi e cooperative locali. Inoltre, l’invasione mette a rischio la biodiversità unica degli stagni e delle zone umide sarde (ambienti protetti di importanza internazionale), alterando gli equilibri ecologici delle specie ittiche e vegetali locali.

    Graneri, Foce del Rio Siniscola. Foto di Manuela Mulargia


    Quali prospettive per il futuro?

    Fermare un’invasione biologica una volta che la specie si è espansa è un’impresa pressoché impossibile. Le strategie attuali puntano quindi sulla mitigazione del danno e sul contenimento:
    – Pesca intensiva e valorizzazione gastronomica: trasformare una minaccia ecologica in una risorsa economica attraverso la creazione di una filiera alimentare dedicata al consumo del granchio blu.
    – Monitoraggio e protezione della biodiversità: rafforzare la resilienza degli ecosistemi sardi e mediterranei riducendo gli altri fattori di stress antropico e climatico, in modo da incrementare la “resistenza biotica” dei nostri mari e sistemi lagunari.

    Comprendere le invasioni biologiche non significa demonizzare singole specie, ma riconoscere la delicatezza degli equilibri naturali e l’urgenza di adottare politiche di gestione ambientale sostenibili a livello globale.

    E a te, cittadino, posso chiedere di dare una mano alla scienza e all’ambiente segnalando, durante le tue passeggiate, la presenza di specie animali e vegetali che non dovrebbero essere lì.
    Per farlo, hai a disposizione numerose applicazioni di citizen science (es. INaturalist o altre che trovi in rete), se preferisci puoi inviare una mail anche al centro di educazione ambientale locale (ceasantalucia@gmail.com)

    Manuela Mulargia

    Bibliografia:
    · Davis Mark A. (2009). Invasion biology. Oxford University press.
    · IUCN (2020). IUCN EICAT Categories and Criteria. The Environmental Impact Classification for Alien Taxa First edition. Gland, Switzerland and Cambridge, UK:IUCN. X + Xpp.
    · https://gillalab.it/granchio-blu/

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