Francesca Speranza è una giovane di Siniscola, mamma di una deliziosa bambina di tre anni.
Fin dalla nascita della figlia Aurora, Francesca ha iniziato a raccontare favole per vedere spuntare il sorriso sulle labbra della sua piccola e vederla serrare le palpebre all’arrivo del sonno conciliato dalla sua voce in dolce affettuosa cantilena.
Dalle prime poesie e filastrocche cantate alla bambina e raccolte in un piccolo volumetto per quando la bimba saprà leggere è nata la meravigliosa ispirazione di scrivere racconti per quando la figlia sarà più grande.
Ha iniziato a inviare, quasi per scherzo ma con la voglia di misurarsi con gli altri, i suoi racconti ai vari concorsi di letteratura per l’infanzia.
Ha accolto con particolare gioia la comunicazione di essere risultata vincitrice nella sezione “Racconti” del “Premio letterario Fratelli Grimm: un mondo di fantasia in fiabe e racconti brevi”.
Come potrete vedere, la scrittura di Francesca è asciutta, senza troppi orpelli, ma che arriva dritta alla mente del lettore.
Le frasi e i dialoghi, spesso molto brevi, sembrano fatti apposta per catturare l’interesse di ragazzi e adolescenti, spesso troppo distratti dal loro impegno nella vita fasulla dei social.
Francesca ci fa dono di questo racconto e noi siamo felici di pubblicare “Il bambino trasparente”, augurando buona lettura ai nostri amici e a Francesca successi sempre maggiori.
Antonio Murru
IL BAMBINO TRASPARENTE
C’era una volta un bambino trasparente.
Non perché fosse minuscolo o silenzioso.
E nemmeno perché amasse nascondersi.
No, lui era lì, in mezzo al mondo, ma era come se il mondo non si accorgesse di lui.
Era presente e invisibile, come un respiro in una stanza vuota.
Ogni mattina si svegliava comunque.
Si lavava, si vestiva, faceva tutto come sempre. Anche quella mattina, identica alle altre, si preparò senza fare rumore, pronto per un’altra giornata in cui sarebbe passato inosservato.
Attraversò il corridoio e sbirciò in cucina.
La mamma era piegata sul telefono, e dalle cuffiette uscivano risate e una canzoncina allegra, ma sul suo volto non c’era traccia di allegria.
Il papà, accanto al lavandino, scorreva il dito sullo schermo con la furia di chi rincorre qualcosa che sfugge sempre.
Ogni tanto sbuffava un “No, vabbè…” nel vuoto, come se parlasse a un fantasma.
Il bambino restò sulla soglia, fermo.
Gli venne da dire “Buongiorno”.
Ma nessuno alzò lo sguardo, così infilò le scarpe e chiuse piano la porta.
Il clic della serratura fu l’unico suono vero della mattina.
La strada per la scuola era lunga e color cenere.
L’aria pizzicava la pelle e il freddo si infilava sotto i vestiti, scivolando fino al cuore.
Camminava piano, con il cappuccio sugli occhi e le mani sepolte nelle tasche.
Ogni passo era leggero, come se i piedi non lasciassero traccia.
Entrò in classe.
La maestra stava facendo l’appello.
Nome dopo nome, con voce lenta e inesorabile.
Quando arrivò al suo, lui rispose.
Due volte.
Lei non alzò nemmeno la testa, scrisse “Assente” sul registro.
Il bambino si alzò. Nessuno lo fermò.
E uscì.
Uscì in cortile, per respirare un po’ di aria fresca.
Accanto agli alberi c’era la panchina su cui si sedeva di solito, ma, a differenza degli altri giorni, stavolta ci trovò una bambina.
Stava seduta con un’aria quieta, come se stesse ascoltando il battito segreto delle cose. Senza fare rumore, si sedette accanto a lei e si mise a guardare il vuoto.
«Ehi» disse lei, con voce lieve.
Lui si voltò.
«Parli con me?»
«Certo. Ci siamo solo io e te qui, no?»
Il cuore del bambino fece un balzo.
Era la prima volta da tanto tempo che qualcuno sembrava accorgersi di lui.
«Io… penso di sì» mormorò. «Beh, tu mi hai visto, quindi devo per forza esistere, giusto?»
Lei sorrise piano.
«Beh, tecnicamente non ti ho visto, ti ho sentito.»
Poi aggiunse, come se fosse la cosa più naturale:
«Io sono cieca. Non vedo con gli occhi, ma so sempre chi o cosa c’è intorno a me.
Lì c’è uno scivolo, lì un albero di gelso che d’estate profuma di more.
E proprio lì sotto, la mia maestra di sostegno sta parlando al telefono col fidanzato.»
Il bambino la guardò, come se fosse la prima persona viva che incontrava.
Poi prese coraggio.
«Io… penso di essere trasparente.»
«Trasparente?»
«Nessuno mi guarda. È come se non ci fossi.»
Lei rimase in silenzio, come se stesse ascoltando anche l’aria.
«Guarda nello specchio della maestra» disse infine. «Dimmi cosa vedi. Di che colore sono i tuoi occhi? E la maglia, o i capelli?»
Il bambino rovistò nella borsa lasciata sulla panchina e trovò lo specchietto.
Lo sollevò.
Niente.
Solo una macchia opaca, come un vetro appannato.
«Vedi?» sussurrò. «Sto sparendo.»
«No,» disse lei dolcemente. «Tu non puoi sparire, io ti sento. Forse sei solo… scolorito. Magari i tuoi colori sono andati a dormire. Ma forse si possono risvegliare.»
«E… come si fa?»
«Vuoi provarci con me?»
Lui annuì. Il pensiero di non essere più solo gli scaldò il cuore, come non succedeva ormai da troppo tempo. Le diede la mano e si affidò completamente alla sua guida.
«Cominciamo dal rosso» disse la bambina.
«Il rosso è coraggio. È quando il cuore batte forte perché decide di esserci.»
«Io non ne ho più.»
«Sì che ce l’hai. Gridalo!»
Il bambino inspirò forte.
«Io… sono qui!»
Non fu un urlo potente, ma dentro al petto fece tremare tutto.
Sentì il calore salire, le guance ardere.
«Questo è il rosso» sussurrò lei. «Lo senti?»
Il bambino annuì rubicondo e felice.
«Bene! Ora tocca al blu. Il blu è il cielo che porti dentro. È quando lasci andare le lacrime.»
«Io non piango mai.»
«Ci sarà qualcosa che ti fa piangere… prova a pensare a qualcosa che ti manca.»
Chiuse gli occhi.
Vide sé stesso, piccolo, stretto tra le braccia della mamma che ora non alzava nemmeno lo sguardo.
Una lacrima scese.
E subito un’altra.
Il mondo sembrò più leggero, come dopo un temporale.
«Ecco il blu» disse lei. “E ora, cerchiamo tutti gli altri.”
Il giallo arrivò con una risata.
«Il giallo è la luce che ti scalda, anche quando fuori fa freddo. »
La bambina raccontò una storia assurda, di un cane con le ali di farfalla che si tuffava nella marmellata.
Il bambino rise, dapprima piano, poi di cuore.
Era come se un sole gli fosse esploso dentro.
«Questo è il giallo» mormorò.
E uno dopo l’altro, tra un sorriso, una lacrima e una carezza gentile, il bambino cominciò a colorarsi di emozioni e sfumature che il tempo e l’indifferenza gli avevano portato via.
Ora quasi tutti erano al loro posto, tranne il verde, che non arrivava. Un tempo, era il colore dei suoi occhi, e lui desiderava ardentemente riaverlo indietro.
«Il verde è la speranza» disse lei. «Ed è il più difficile. Non si trova con un urlo o con una risata. »
«Non credo di averne più.»
La bambina si fece seria.
«Il verde nasce come un germoglio quando scegli di non arrenderti. Chiudi gli occhi e ascolta il mondo, come faccio io ogni giorno.»
Rimasero in silenzio.
Si sentiva solo il cigolio di un’altalena.
Dentro di lui c’era un vuoto, ma in quel vuoto, come un seme che rompe la terra, qualcosa si mosse. «Forse… lo sento» disse piano. « Ma è ancora troppo debole, non riesco a farlo mio!»
Lei sospirò, poi raccolse una foglia e gliela posò nel palmo.
«Ti regalo il mio verde. Sai, fino ad oggi mi sono seduta qui ogni giorno, colorandomi con la speranza di ritrovare la vista. Poi sei arrivato tu, e mi hai mostrato che il cuore riesce a vedere colori che gli occhi non possono ancora vedere. A me tutta questa speranza non serve più, puoi prendere la mia, amico mio, e farla brillare nella tua vita.»
E accadde.
Non tutto in una volta, ma come il sole che apre le nuvole.
Rosso, blu, giallo, verde.
E altri colori, tutti insieme.
Il bambino non era più trasparente.
Era un meraviglioso arcobaleno di emozioni.
«Ora mi vedi?» chiese.
«Ti vedo anche a occhi chiusi,» disse lei. «Brilli.»
La maestra di sostegno finì la sua telefonata e si diresse verso la panchina. Il bambino decise che era ora di andare. Abbracciò la bambina e corse in classe.
La maestra lo fissò sorpresa, quasi stordita dalla sua nuova luce.
«Ah, eccoti… Teodoro! Pensavo fossi assente.»
Lui sorrise.
Teodoro. Finalmente qualcuno lo vedeva, e lo chiamava. Ora, esisteva.
E quando quella sera tornò a casa, il cielo stava calando piano, con i colori che si scioglievano nel crepuscolo.
Teodoro si sedette accanto alla mamma e le diede la mano. Lei lasciò il telefono e gli sorrise.
Anche il papà quella sera era diverso, tutto il mondo era diverso.
O forse, era sempre uguale, ma lui era cambiato.
E dentro di lui c’era un bagliore nuovo, così vivo che, se ci si fosse avvicinati in silenzio, si sarebbe potuto quasi sentirlo cantare.
E questa era la storia di come un bambino trasparente imparò a mostrare al mondo quello che era in realtà: un bambino d’oro.
Francesca Speranza






