Un gigante della parola in musica.
Ma se lui avesse previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni, credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrebbe scritto canzoni?
Non so come la pensiate voi, ma io credo di sì.
Perché, diciamocelo, è andata piuttosto bene, da ogni punto di vista.
Dopo gli esordi non facili, sottolineati dalla severa critica di Bertoncelli, in risposta alla quale scrisse proprio l’Avvelenata, per Francesco Guccini sono arrivati brani indimenticabili, successo e innumerevoli riconoscimenti.
È andata bene, perché il cantautore è stato in grado di regalare emozioni forti, sogni, utopie, pensieri e storie, soprattutto storie, attraverso i suoi versi in musica.
Guccini è stato un gigante della parola cantata.
Non chiamatelo poeta o rivoluzionario, perché ne offendereste la memoria.
Pur essendo stato, senz’altro da giovane, un tipo “perso dietro le nuvole e la poesia”, in quella che è forse la sua canzone più schietta, ha espresso in modo inequivocabile una certa consapevolezza pratica: a canzoni non si fanno rivoluzioni né si può far poesia.
Un po’ come, al di là del diploma dell’istituto magistrale, provava imbarazzo nel sentirsi chiamare “maestro”, dato che in musica a questo appellativo corrisponde un percorso e un titolo ben preciso.
C’è poi dell’altro e lo dice, socraticamente, nel brano Addio: “io, Francesco Guccini, eterno studente, perché la materia sarebbe infinita e perché so di non sapere niente”. In questo c’è anche l’eredità che la figlia Teresa, durante le esequie, dichiara di aver ricevuto da suo padre: l’importanza delle domande.
Non bisogna smettere di farsi domande, perché le domande sono più importanti delle risposte, come pure la curiosità che le supporta, l’interesse per il mondo e per l’uomo.
Le canzoni di Francesco Guccini riflettono questa continua ricerca, che il cantautore e scrittore incarna, con la sua personalità plastica, duttile e malleabile, aperta al mondo e alla cultura nelle sue mille sfumature, eppure solida, radicata e coerente nella sua visione del mondo.
Chi lo ha frequentato, me lo ha raccontato come una persona divertente, ironica (del resto una certa, acuta, ironia emerge anche dalle sue canzoni), dalla battuta pronta.
Non avendo avuto l’onore di conoscerlo e, solendo distinguere l’artista dalla sua arte, mi soffermerei piuttosto su quanto ha rappresentato per noi Guccini con la sua produzione musicale e letteraria.
Un cantautore che ha fatto scuola, componendo brani di grande spessore culturale, nel suo essere un grande lettore e un appassionato cultore della musica e cultura popolare, oltre che dei dialetti, a partire da quello pavanese e modenese.
Francesco Guccini, infatti, aveva a cuore le radici, sapendo che l’originalità autentica di ogni popolo, il suo vero contributo all’umanità, è nella specificità e unicità della sua lingua e della sua cultura e musica (“io, figlio d’una casalinga e di un impiegato, cresciuto fra i saggi ignoranti di montagna che sapevano Dante a memoria e improvvisavano di poesia, […] io, sempre un momento fa, campagnolo inurbato, due soldi d’elementari ed uno d’università, ma sempre il pensiero a quel paese mai scordato dove ritrovo anche oggi quattro soldi di civiltà”).
La sua musica ci ha regalato grandi emozioni e importanti spunti di riflessione, insieme ai suoi musicisti (gli storici compositori, arrangiatori e strumentisti Biondini–Tavolazzi–Bandini–Tempera-Marangolo e tanti altri), perché nessuno fa tutto da solo, neppure Guccini, sebbene sia stato tra i pochi ad aver scritto personalmente quasi tutti i suoi brani (cosa non da poco, vista la qualità).
Tra gli ultimi lavori, a parte il libro inedito, ricordiamo Note di viaggio, in collaborazione con Mauro Pagani, e Canzoni da intorto, con 11 brani della canzone popolare e d’autore.
Francesco Guccini non era un artista autocentrato.
Sebbene, in alcune memorabili canzoni, abbia espresso i propri stati d’animo e sentimenti e abbia raccontato storie personali (penso ancora all’Avvelenata, a Canzone di Notte n°2 o alla bellissima Autogrill) , il cantautore modenese (pavanese, ormai) ha saputo rispecchiare, riassumere e rischiarare un’epoca, le ideologie, i gusti musicali, i costumi, le lotte e, in modo particolare, le belle illusioni di una generazione (“perché a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età”).
In realtà, ascoltare i suoi album è come leggere un compendio di storia contemporanea, ma si può andare a ritroso fino a Jan Hus, mentre ci si imbatte e ritrova in figure simbolo come quella di Amerigo Vespucci o di Che Guevara, oppure in quelle letterarie di Cyrano, Don Chisciotte e Sancho Panza. Su in collina, tra i partigiani, nel silenzio di morte di Auschwitz o tra i giovani che, nel ‘68, lanciavano una speranza nel cielo di Praga.
Sono canzoni da ascoltare, ma che, in un certo senso, ci ascoltano, perché sembrano parlare di noi. Di ciò che siamo stati e di ciò che potevamo essere. Ci interrogano su ciò che non siamo stati capaci di essere e su ciò che siamo diventati e questo nostro mondo moderno (“orizzonte di affaristi e d’imbroglioni, fatto di nebbia, pieno di sembrare, ricolmo di nani, ballerine e canzoni, di lotterie, l’unica fede il cui sperare”). Sempre con una vena di speranza, come è tipico dei sognatori con i piedi per terra (perché se in questo mondo dio è morto, risorgerà in quello che faremo).
Noi ipocriti uditori, suoi simili e amici, lo abbiamo amato fino a farne un tassello fondamentale del nostro puzzle esistenziale. Ognuno lo ha letto a suo modo, come forse è normale che sia. Un po’ per quell’incomunicabilità di pirandelliana memoria (“come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sé”), ma soprattutto perché, come ci ha ricordato Umberto Eco, ogni opera d’arte è sempre aperta. Essa è suscettibile di infinite letture, a un compimento che si avvale del contributo del fruitore, attraverso il suo vissuto, le sue emozioni, il percorso umano e culturale, il suo essere, pirandellianamente ancora, uno nessuno e centomila.
Sebbene un artista non debba avere come intento quello di compiacere il pubblico, chi ascolta ha un ruolo non secondario nella lettura e nel completamento, (nel compimento) di un brano musicale. Quando un artista dona al mondo le sue opere, queste nel contempo diventano un po’ anche nostre, evolvendosi nei significati che ognuno di noi ci trova e che spesso sfuggono anche all’artista. Qualcuno, dalla sua opera, ha pensato di poter dedurre l’uomo, con certezza quasi matematica, oscillando tra esaltazione e delusione, ma anche questo fa parte del gioco.
Cos’altro si può dire, dunque, di questo artista, che non sia già stato detto, senza scadere nella retorica, nella banalità, nell’idolatria o nella strumentalizzazione? Credo non molto, dalla nostra prospettiva di fruitori della sua arte, se non che vale la pena ascoltare le sue canzoni e prendere esempio dalla loro sostanzialità, dalla cura e cultura che le sostiene, frutto di letture, impegno e curiosità. Le sue canzoni (insieme ai libri) dicono tutto quello che se ne può dire.
Pertanto, mi affido a una passione che accomuna me e Guccini, quella per Orazio, il poeta del Carpe diem, i cui versi racchiudono l’immortalità dei grandi: Non omnis moriar.
Guccini vivrà sempre, dentro e fuori di noi, come la sua poesia in musica. La poesia è “forte come la morte”, come l’amore, altrettanto invincibile (monumentum aere perennius).
L’uomo però, insieme a quanto ancora avrebbe potuto raccontare, quello ci mancherà.
Pasqualina Traccis






