“Il mio sogno”

Era da un po’ di tempo che cercavo di poter fare una chiacchierata con una artigiana di Siniscola, Graziella Frau, perché mi avevano affascinato e incuriosito i suoi lavori con la pasta da pane e i dolcetti da lei creati così elaborati.
Sono riuscita pochi giorni fa a concordare con lei un incontro e, amabilmente, mi ha ricevuto a casa sua per poter parlare di come svolge la sua attività di “maestra”.

Devo dire che la mia curiosità è stata pienamente soddisfatta e con grande riconoscenza ho ottenuto e soddisfatto tutte le domande che mi ero predisposta di farle. Non c’è stato bisogno che io guidassi Graziella con una sequenza di interrogativi perché lei è stata la sapiente regista del colloquio che abbiamo avuto, anticipandomi in più occasioni.


Un fiume in piena si è rivelata nel volermi mettere in parte di ciò che lei “ama” (passatemi il verbo perché sento l’obbligo di doverlo usare!) in modo viscerale, cioè il suo lavoro di artigiana del “pane froritu“, pane realizzato assemblando una moltitudine di figurine, tutte create con le sue mani, vedi grappoli d’uva, uccellini, roselline, e dei suoi “preziosi”, dolcetti altrettanto impreziositi con figurine delicate

Non potevo non chiederle a chi deve questa sua passione, altro termine non dico utile, ma necessario quando lei si fa portavoce di ciò che è un traguardo anche a fatica, che ha raggiunto nel suo settore.



Cosa mi ha colpito maggiormente quando lei, parlando e partendo da due figure forti presenti nella sua infanzia, le hanno trasmesso la “magia” di creare tutte quelle figure che adornano sia il Pane Froritu che i suoi adorabili dolcetti?

Sentirla ricordare delle sue nonne, sia materna che paterna, in modo particolare nonna Pietrina che l’ha avviata in quest’arte iniziandola, con pezzetti di mollica di pane o di pasta da pane, e insegnandole gradatamente come si potevano creare con pochissimo materiale quelle magiche figurine che prendevano forme nelle sue manine.

È naturale che il discorso si sia sviluppato intorno alle diverse tradizioni che ruotano attorno al “pane froritu“, non ultima quella che Graziella ha sottolineato chiamandolo “PANE DE SAS TRES MARIAS“, il cui scopo della realizzazione era legato al giorno del matrimonio, come offertorio in seno alla messa matrimoniale, composto da un pesce di pasta, una “spianata” e un cuore, ogni elemento legato a una rappresentazione specifica nella simbologia del dono offerto dagli sposi.

Le “tre marie”, da cui il nome specifico di questo pane, erano le “sacerdotesse del pane”.
Quanta religiosità presente in un alimento base delle nostre tavole, quanto rispetto ci hanno inculcato i nostri avi per il pane, bene preziosissimo, “grassia ‘e Deus“, di cui non si sprecava e non si dovrebbe sprecare neanche oggi manco un pezzetto!

Questo Graziella me l’ha ribadito in più di un’occasione della nostra chiacchierata, è un punto su cui non ammette discussioni, compreso il pane che lei crea che andrebbe non tenuto come un oggetto “da museo”, ma consumato e soprattutto condiviso, ricordando che tale alimento, come tutto il cibo di cui oggi usufruiamo, è un bene da condividere con chi abbiamo vicino, con chi è meno fortunato di noi nelle basilari necessità quotidiane.

Vorrei che dalle mie impressioni legate a questo incontro con Graziella emergesse la forza che lei mette nell’esporre le sue vicissitudini con quest’arte del pane e dolciaria, la “passione” (ho già usato questo termine), ma, perdonatemi, l’ho scelto di proposito per dare ancora più vigore allo slancio con cui mi ha parlato di ciò che fa.

Inutile elencare tutti i riconoscimenti, innumerevoli, i premi ricevuti, come il primo posto nei vari concorsi a cui ha partecipato che la inorgogliscono.

Ho letto tra le sue parole una forma di riscatto per la sua vita di donna e artigiana, vita costellata anche di vari momenti “no”, ma che le hanno permesso di fortificarsi nelle scelte da lei fatte, soprattutto a livello umano e lavorativo.

Interessantissimo è stato il suo approfondimento sui grani antichi impiegati una volta per ottenere farine pregiate da utilizzare nella panificazione, di cui conserva ancora i semi.

Ora torno, però, al titolo dato a questo mio resoconto dell’incontro con Graziella Frau, ovverossia “il mio sogno”.

Graziella viene invitata a tenere corsi sulla sua arte a livello nazionale e internazionale, e soprattutto nella nostra isola di cui è portavoce autorevole nel suo campo ed è inutile dire che lei la sua terra ce l’ha nel cuore.

Basti pensare che partecipa ai vari concorsi indossando il nostro costume tradizionale, così come le altre donne che la seguono nei vari eventi a cui partecipa. Ha tenuto a precisare che le “sue ragazze”, cioè donne che la seguono e divulgano questa peculiarità nell’arte della panificazione, sono arrivate a 1700, eredi e sostenitrici di una tradizione che deve restare viva, ma soprattutto conosciuta.

Tornando al suo “sogno” sarebbe quello di creare a Siniscola un Museo del Pane in cui dare il giusto rilievo e riconoscimento a questo alimento e, perché no, coinvolgendo altri paesi nell’esposizione di questo prodotto.

Di pari passo si potrebbe celebrare il pane in una giornata a esso dedicata, “la Festa del Pane“, giornata che è stata stabilita, ma ancora non proclamata, anche in sede di riunione della Camera dei deputati, a cui Graziella Frau ha partecipato, legando tale festa ad una finalità molto importante che è la ricerca di evitare lo “Spreco alimentare“.

Inutile sottolineare il trasporto con cui Graziella ha accompagnato questo suo sogno, da realizzarsi a Siniscola, il grande desiderio di coinvolgere il suo paese in questo suo desiderio, la necessità però di essere supportata nello sforzo che obbligatoriamente c’è dietro il raggiungimento di un così sentito obiettivo.
Non ultimo la voglia di coinvolgere soprattutto la fascia dei più piccoli, i bambini, perché è didatticamente utile e necessario affidare alle nuove generazioni il compito di portare avanti queste nostre bellissime tradizioni che onorano e tramandano valori che noi adulti, per primi, vorremmo che non si perdessero.

Chiudo le mie impressioni dell’incontro con Graziella, da cui sono uscita più completa e maggiormente coinvolta in questo campo, visto l’aspetto istrionico che lei ha avuto su di me, il sentirla così partecipe del lavoro artigianale che lei svolge, del fascino che da sempre mi dà un simile lavoro, con una frase che, secondo me, racchiude tutta l’anima di Graziella: “Amare il proprio lavoro è la cosa che avvicina più concretamente alla felicità sulla terra” (Rita Levi Montalcini).

Giovanna Flori

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