Incuriosito dalla scoperta del Nobel all’ungherese Làszlò Krasznahorkai –, sorpreso dalla sincronicità del Booker Prize 2025 a David Szalay (dalla stampa frettolosamente ascritto all’Ungheria) – ho voluto verificare questo risveglio dell’Est Europa leggendo il suo “Nella carne“, (Adelphi 2025).
Scoprendo – su La Repubblica del 13 novembre 2025 – che Szalay è nato “a Montreal da madre canadese e padre ungherese, infanzia a Beirut, laurea a Oxford, anni tra Londra, Bruxelles”, una casa a Vienna ed una in Slovenia, concependo (così nell’intervista a Antonello Guerrero) “Nella carne” appunto dopo aver vissuto a Pécs in Ungheria, dove a suo dire “c’è un fermento storico unico””.
Un romanzo chiuso nel suo minimalismo narrativo, fatto di frasi brevi, di dialoghi con domande e parole ripetute, di silenzi, asciutto se non avaro nell’uso della lingua per descrivere l’arco di vita di un taciturno ed introverso ragazzo, caratteristiche che saranno la costante della storia.
Istvàn vivrà la storia europea recente – dopo lo sgretolamento dell’impero comunista con l’Ungheria che entra nell’Unione europea, la Guerra del Golfo (dove vivrà momenti forti) e la pandemia – trascinando i suoi tratti caratteriali ai limiti dell’autismo: empatia non pervenuta, ma vantando facilità di successo con l’universo femminile, tale che il sesso è la sua prerogativa, costante della narrazione.
Lo incontriamo, immerso nei suoi silenzi adolescenti, trasferito con la madre in una nuova città.
Spaesato. Più nella sua stanza che con gli amici. Ne ha uno e discutono di sesso.
Taciturno, viene invitato dalla madre ad accompagnare la vicina di pianerottolo – il marito è cardiopatico – al supermercato.
La donna lo circuisce, lei quarantun anni lui quindici, educandolo ad una sessualità da toy boy. Un imprinting.
Dagli indecifrabili sommovimenti emotivi di una condizione che lo sovrasta, non accetta il distacco che la donna gli impone e, con una reazione scomposta causa la caduta dalle scale del marito, uccidendolo: sconterà tre anni di carcere minorile.
Si arruolerà e farà parte del corpo internazionale della guerra in Iraq.
Vive il trauma della perdita di un amico e matura l’esigenza di sostegno psicologico.
Andrà in Inghilterra a tentare la fortuna, seppure non appaiano mai pulsioni o velleità mirate: parrebbe accontentarsi.

Lo aiuta il caso.
Da buttafuori buttadentro in un locale di spogliarelli, salva un uomo da un’aggressione in un vicolo di Londra, che lo prende a benvolere indirizzandolo verso il lavoro di autista di fiducia di un ricco industriale.
Della cui bellissima moglie, assai più giovane del ricco marito, rifiuta le iniziali avances. Ma per poco.
Accompagna il figlio Thomas a scuola e la donna per shopping e a qualche vernissage di una sua amica.
Il tempo libero è di attesa e, quasi a scandire la lentezza del tempo, leggiamo: “Ci sono anche quelle giornate londinesi in cui l’estate sembra farsi ovattata e nel parco, quando va a correre, aleggia umido e fresco.
Le statue resistono al loro posto” (p.155). Mentre la relazione tra l’autista e la donna diventa stabile l’industriale ha una ricaduta di un tumore.
Lei va a dirlo a Istvàn mentre sono in una delle bellissime ville ed il marito, disperato, è uscito incurante che stia piovendo. “La pioggia picchietta sui vetri. La collina sulla sponda opposta si vede solo a metà. «Ti faccio un pompino?». Lui traccheggia per un attimo, portandosi la sigaretta alla bocca. «Dici sul serio?». «Sì, fa lei». «Okay». (p.158).
Possiamo pensare a Lady Chatterlay, ad Emma Bovary, a Hemingway e Raymond Carver e alla corrente letteraria minimalista del secolo scorso delle scuole di scrittura, ma da un Book Prize ti aspetti di più di una consolazione pre vedovile – nella carne, ricordiamocelo – durante il decorso ospedaliero del marito. Che avverrà in Germania.
Si consolano condividendo la stanza del lussuoso hotel, fanno sesso, visitano il museo della BMV e guardano la tv in tedesco: l’edizione locale di Ballando con le stelle, e – a parte la lingua – “mentre tutto il resto è identico alla versione inglese gli sembra divertentissimo” (p.168).
i trattano bene – Helen, questo è il nome della donna- “ha ordinato un branzino alla griglia con burro alle alghe nori, gambero grigio e erbe aromatiche” (p. 231). Thomas, il figlio, cresce maturando l’avversione dell’indifferenza verso Istvàn.
“Il suo obiettivo non sembrava tanto vincere lui, quanto dimostrare che non gli importava se a vincere era Istvàn.
Come se con la sua indifferenza volesse minare alla base il valore della vittoria” (p.209). Sarà una lotta spietata, le dinamiche del cui esito saranno sconosciute a Thomas e lasceranno consuetamente indifferente l’emigrato ungherese.
Tranquilli. Con una prosa centellinata il romanzo continua secondo gli stilemi del feuilleton ipermoderno: con incidenti d’auto, overdose da eroina, alcolismo, una madre che viene in soccorso dall’Ungheria ed amministra un fondo fiduciario milionario che vuole favorire le speculazioni immobiliari di Istvàn.
E comunque allo spoiler non arrivo: è pur sempre un Book Prize, il libro che ho letto per presentarvelo.
Ruggero Roggio






