Non deve essere stato facile scrivere La frontiera ferita. Guerre, Fascismo, foibe, esodo (Marietti febbraio 2026).
Lo ha fatto Gianni Cuperlo, deputato triestino del PD, scegliendo di uscire con il libro il 10 febbraio, in coincidenza con la Giornata del Ricordo, istituita nel 2004.
Convincendomi da subito che “il bisogno di un paese maturo non è calendarizzare la storia, ma storicizzare le date” (p.142).
Col rischio, aggiungo, di lasciare la riflessione storica alla polemica politica, facendole compiere percorsi opportunistici che tacciono elementi e sollecitano giudizi suscitati da contesti emozionali.
Cuperlo non è uno storico, ma un politico dal forte senso morale e sconti non se ne fa: va dritto alla radice del problema cioè il nazionalismo e cosa ciò abbia implicato ed implichi. Non si perde in inutili debunking, a smontare tesi che piegano “un uso pubblico della storia ad alto tasso di tossicità ideologica che inquina il dibattito contemporaneo” (Carlo Greppi, Storie che non fanno la Storia, Editori Laterza, 2024 ).
Cerca di comunicarci il valore delle mani strette dal nostro Presidente della Repubblica e del Presidente Sloveno, raccolti, alla foiba di Basovizza nel Giorno del Ricordo. Accennando comunque, nelle dinamiche dei tempi, ad “una memoria dell’italianizzazione forzata e dei campi di concentramento dove veniva internato chi si opponeva al fascismo” (p.29).
Molta polemica politica, infatti, ha operato in questa direzione, agevolata e confidando sulle emozionalità piuttosto che su di un’opinione pubblica documentata e consapevole delle motivazioni complesse dei drammi vissuti con l’esodo. Abbiamo memoria di dibattiti televisivi dove echeggia la domanda “E allora le foibe?” al punto che lo storico Eric Gobetti ha scritto un libro con questo titolo “E allora le foibe?” per Laterza (2020, p.116), appunto nella collana intitolata “Fact Checking: la Storia alla prova dei fatti”.

Cuperlo non sfugge alla sofferta lettura del dramma delle foibe, e tiene a definire “irricevibile un paragone tra la tragedia in terra giuliana e i concetti di olocausto e genocidio” (p.70). Aggiunge “In sintesi, è ragionevole fissare le vittime delle foibe della primavera 1945 in una forbice tra le tre e quattromila. Una tragedia collocata dentro la cornice di una guerra sanguinosa e brutale” (p.72), dove l’occupazione italiana in Croazia e Slovenia – in linea di continuità con le vessazioni prebelliche – arrivò a momenti di ferocia. “Non si può capire quella storia, il suo intrico, senza provare a cogliere la quota di sofferenza vissuta dagli uni e dagli altri” (p.35).
Ad operare sul terreno non erano le idee dei partigiani comunisti titini, lo smarrimento ideologico di alcune componenti delle formazioni garibaldine (terribile l’aggressione della Brigata Garibaldi verso i fratelli della Osoppo) a riprova “della subalternità comunista alle disposizioni di Tito” (p.61).
Erano le volontà politiche delle forze vincitrici e la logica delle sfere di influenza a dettare gli indirizzi.
Certo, “Il movimento di liberazione jugoslavo non si pose il tema di moderare le violenze, al più scelse di organizzarle nel segno della lotta ai «nemici del popolo»” (p.51), cioè l’intera classe dirigente italiana.
Persistono distinguo stagnanti: il tentativo di mischiare il colore e l’appartenenza dei morti.
Tutto ciò non disinnesca la verità delle cause che quei morti hanno prodotto: il nazi fascismo. Semmai sfumano “ambiguità” di cui l’Italia dovrebbe essere più consapevole, non fare a meno. Ad esempio? “italiani brava gente”, Debre Libanos in Etiopia, la sistematica cruenza delle repressioni in Libia come nei Balcani, le leggi razziali.
La lettura del libro di Cuperlo colloca l’esodo nel portato storico dell’eredità di una Italia che si fa nazione e che nella Prima guerra cerca di darsi confini rigidi laddove il vissuto delle popolazioni evidenzia forti complessità etniche. La drammaticità degli esodi può essere misurata prendendo visione di questo dato: “Nel centro di Trieste a ridosso della Prima guerra mondiale tra gli iscritti al ginnasio con lingua d’insegnamento tedesca c’erano 212 tedeschi, 201 sloveni, 124 italiani, il resto degli allievi apparteneva a 11 nazionalità diverse, serbocroati, greci, cechi, francesi, ungheresi, russi, un inglese e un rumeno” (p.41). All’irredentismo risorgimentale, alla “vittoria mutilata” di Dannunzio e l’occupazione di Fiume, sarà il fascismo a raccogliere il testimone e lanciarsi dietro una scia di violenze.
Le nazioni vincitrici della guerra sanciranno la spartizione dell’Europa. Alle follie del nazismo e del fascismo sarebbe succeduto l’abbandono della parte centrale del Vecchio continente ad un destino oscuro. Che fare degli ebrei e del sionismo, di una Polonia lacerata, di una Cecoslovacchia da ricomporre, di un’Ucraina ambigua, di una Jugoslavia da inventare: nel caso di specie a noi vicino “…in fondo la Jugoslavia col suo profilo di «non allineata» era zona cuscinetto tra occidente e blocco sovietico” (p.14).
Linee di faglia, constateremo nel dopo Tito e la sanguinosa guerra che nell’implosione del sistema di potere sovietico devasterà i Balcani. Linee di faglia, esplose oggi negli oblast ucraini contesi da Putin.
I tempi lunghi della storia vedono imporsi una logica di stabilità che una classe di governo si trova a fronteggiare: la geopolitica ha regole particolari e le impone spesso nel silenzio obbligato delle parti.
“Quell’omertà accomunava la Democrazia Cristiana, il partito di maggioranza al governo, con un’opposizione comunista ancora imbevuta delle ambiguità e contraddizioni figlie di una storia lacerante” (p.15). Inoltre, la posizione di De Gasperi riguardo all’esodo era improntato ad “una cauta flessibilità sul fronte giuliano anche per non mettere a rischio le acquisizioni sul versante tirolese” (p. 104).
Realpolitik, si direbbe, laddove “Ci sono luoghi dove troppa storia ha avuto a disposizione troppa poca geografia” (p. 130) scrive Cuperlo per darci un’idea delle complessità delle vicende che porteranno a faticosi incontri bilaterali per definire i confini tra la zona A italiana e la zona B, ieri jugoslava oggi Croata e Slovenia.
Abbiamo avuto un esempio tragico della confusione tra nazione e nazionalismo:
“Chiunque manifestasse un’identità molteplice, arricchita di affluenti, l’opposto insomma di monolitica, diveniva avversario se silente, nemico da eliminare quando rivendicava la propria diversità. Ogni differenza inquietava, allarmava, sollecitava la repressione. Forse il confine vero, la sbarra, tra l’idea di nazione e nazionalismo è vissuta qui” (p.137).
Buon ricordo.
Ruggero Roggio






