Anda e torra

Matteo Porru, non finisce le sorprese.

Quando guardo l’agenda e vedo che è oggi la presentazione di “Andirivieni. Appunti veloci di un sardo in viaggio” (Il Maestrale, 2026), leggo sulla Nuova Sardegna un’intervista di Paolo Ardovino che racconta di “Chiuso per festa”, un suo monologo.

Che “parla di immaginazione ed è un flusso di personaggi e voci che animano la testa di uno scrittore”; e lui precisa “Non sono un attore, al massimo sono un narr-attore”. Tutto conferma delle sue pluralità.

E lo ascolto rispondere alle domande di Roberto Uzzau con il piglio e la tavolozza istrionica di un narr-attore dicendo di Andirivieni.

Leggendolo mi sono ricordato degli elzeviri che alcuni anni fa pubblicava sulla Nuova. La sua firma associava l’ingenuo disincanto di un ragazzo poco più che ventenne all’intelligenza visionaria di un prometeo.

È questa cadenza ho ritrovato nel suo Andirivieni. Un libro di riflessioni sulla Sardegna con i contributi di altri sardi che come lui spesso varcano o hanno varcato il mare: Moses Concas, Paolo Fresu, Antonio Marras, Virginia Saba, Alessandra Todde. Bachisio Bandinu: ho sovvertito l’ordine alfabetico per la scomparsa a giugno del grande antropologo, ricordandoci, qui nel suo intervento, che “le cose si dicono facendole e si fanno dicendole” …”tenendo con sé il distanziamento dello sguardo da lontano” (p.84).
Bandinu, sommo intellettuale glocal.

Se dovessimo googlare il titolo del suo libro per cercarne un abstract detteremo alla stringa la parola àndiri. e ad Uzzau – che chiedeva ad Aldo Addis se Andirivieni si può tradurre “anda e torra” – suggerirei una versione un po’ più sopra le righe: “culu di malu assentu”.

Al di là dell’irrequietezza, come idea. Ciò detto, mi chiedo cosa ricordi Matteo Porru di Renato Soru, Presidente della Regione nel 2004, lui – che allora aveva più o meno quattro anni.

Lo dico perché le sue riflessioni mi rimandano ad uno slogan di Soru – “esportiamoci, non emigriamo”, figlio di una campagna elettorale che includeva una sua visita ai fuorisede di Pisa, e successive politiche di master & back.

Insomma: opportunità visionarie e concrete; non tavoli dove barattare sottosviluppo e parità.

C’è la dimensione del viaggio – il volo: specificità, che Matteo Porru padroneggia – legata alla “emozione di prendere o perdere quota nel cielo dal quale ho imparato a capire me stesso – nel quale, da piccolo, inventavo le nuvole” (p.13): distanza come spazio creativo, anzi creante i pensieri dello scrittore, il suo brevetto di pilota. Ha una terra l’aviatore? L’atterraggio e decollo a parte…: Andiri

Nel libro parla di identità e dei complessi di inferiorità della politica sarda.
“È la tendenza a ragionare sul futuro della Sardegna non come un contenitore ma come un contenuto, un solido rigidissimo anziché una realtà espandibile, un’idea nata già satura e non da sviluppare” (p.17).

Ricordandomi il taoismo, ché l’importanza di un recipiente è nel vuoto che dà il significato. Dirà più avanti di un esperimento di filosofia morale (io ne ricordo uno simile come appartenente al pensiero buddista) per affermare che “Si chiede sempre a chi conduce, in un ambiente di estrema pressione, non di capire il processo che ha portato alla crisi, ma di risolverla e basta, e di farlo in fretta (p.24).

Poi la riflessione si apre e come un vino rilascia i retrogusti del dubbio, e lui – che ha casa a Novi Ligure – dice: “andar via potrebbe essere un obbligo. Che tu torni è un’altra storia” (p.35) e descrive “quattro grandi categorie di sardi: i fermi, gli andati, i tornati e gli àndiri (p.41): “chi va e chi viene, i pendolari del cielo e del mare o del cuore, tra spole, transiti, tempi e moti. L’esperienza del viaggio aiuta loro a capire l’assenza di confini” (p.42).

Ricorda solo a me la suddistinzione di Sciascia: uomini, mezzi uomini, uominicchi e quaqquaraqua? Un diario di bordo dove “È collocare la realtà la vera sfida dei nostri giorni” (p.47), dove la risorsa spazio va ad esaurimento o a deteriorarsi nello “scontro generazionale tra gli anziani che avevano più occasioni e i giovani che hanno più capacità” (pp.47-48).

Mi commuove leggere un ragazzo che scrive “non mi manca l’isola in sé ma l’isola in me, il modo in cui ho interagito con i suoi spazi e i suoi silenzi (pp.53-54).

No, non è il ritorno di Ulisse, l’eterno ritorno: è il vivere la globalità, il suo vivere le opportunità di scrittore, come rappresentarsi – da scrittore sardo – in un mondo globale.

Perché in questa delicatezza, in questa dichiarazione d’amore c’è il farsi carico del lavorio delle generazioni e l’idea che il tempo vada ad esaurimento per le sfide epocali dove i confini sono linee di faglia.

Quelle di Huntington del suo “Lo Scontro delle civiltà”.

Che non ci piacciono. Sono i luoghi di confine di Paolo Fresu dove “confine [sta] a significare il limite tra realtà e immaginazione” (p.95), per capire Moses Concas: “A Londra ho ritrovato ciò che avevo perso: i miei sogni più profondi, la mia identità, il mio bambino interiore. Quel bambino che forse, da sardo, aveva imparato troppo presto a resistere” (p.88).

Colgo il senso dell’intervento di Dino Manca, dove ci fa notare tanto la nostalgia in “assenza” (quella dei circoli dei sardi per il mondo, il cui numero è rilevante), quanto la nostalgia della presenza – di noi sardi residenti (àndiri e non solo), dacché è nel tempo ciclico della nostra cultura di sardi che il passato ha la sua realizzazione e non nel futuro.

Ecco, Matteo Porru declina la “costante resistenziale” sarda nelle forme più adeguate al contesto e ai tempi.

Con un ps, per sorridere, che uso per spiegare Sorso, il disincanto con il quale guardiamo ai fatti.
Di un ragazzo che rientra da un periodo all’estero e sceso dal treno, poggiata la valigia, le mani ai fianchi a stiracchiarsi dalle fatiche del viaggio guarda come un Ulisse il suo paese. Sopraggiunge un suo amico (vicino di casa, compagno di scuola) – pacca sulle spalle mentre salendo sul treno gli chiede “Ebbè?!! Partendo pure tu?”.

Ruggero Roggio

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