Ad agosto c’è una notte speciale, una notte in cui da secoli gli uomini tengono lo sguardo alzato verso il cielo.
Alcuni aspettano di vedere una stella cadente per poter esprimere un desiderio, altri conoscono a memoria il nome delle costellazioni e cercano di riconoscerle una dopo l’altra, altri ancora non sanno bene cosa stiano aspettando, ma rimangono comunque con il naso all’insù, sperando di vedere almeno una volta quella scia luminosa di cui tutti parlano.
Nella notte di San Lorenzo ogni sognatore cerca il suo posto.
C’è chi sale in montagna, lontano dalle luci delle città, chi raggiunge la riva di un lago e chi, invece, preferisce aspettare davanti al mare.
Pasquale aveva scelto quest’ultima possibilità.
Come aveva fatto negli ultimi cinquantadue anni, prese due seggioline pieghevoli, percorse la poca strada che separava casa sua dalla Spiaggia delle Barche e le sistemò sulla sabbia, una accanto all’altra. Poi si sedette, appoggiò le mani sulle ginocchia e guardò il cielo.
Quella tradizione era cominciata nell’estate in cui aveva sposato Antonietta.
Erano giovani, allora, e Pasquale trascorreva quasi più tempo in mare che sulla terraferma.
Aveva imparato presto a riconoscere il vento, a intuire il cambiamento del tempo dal colore dell’acqua e, soprattutto, a orientarsi guardando il cielo. Per lui le stelle non erano mai state soltanto qualcosa di bello da osservare: indicavano la strada e, nelle notti più buie, gli dicevano da che parte si trovava casa.
Antonietta, invece, delle stelle conosceva soprattutto le storie.
Ne aveva una per ogni occasione e sosteneva di averle imparate da sua madre, che a sua volta le aveva sentite dai propri genitori, i quali probabilmente le avevano ascoltate da qualcun altro ancora. Erano racconti di santi e di anime, di lune capricciose, di desideri che potevano avverarsi e di stelle che, certe notti, decidevano di avvicinarsi un po’ di più alla Terra.
Pasquale la prendeva in giro, ma poi finiva sempre per ascoltarla. In cambio le raccontava le storie che aveva sentito dai pescatori più anziani: tempeste arrivate quando il cielo sembrava ancora sereno, uomini riusciti a tornare a riva seguendo una costellazione e strane luci apparse sopra il mare in quelle notti in cui, dicevano i vecchi, era meglio vedere e non fare troppe domande.
Così avevano iniziato ad andare alla Spiaggia delle Barche ogni 10 agosto.
Due seggiole sulla sabbia, il rumore del mare davanti e tutto il tempo necessario per aspettare.
Un anno, però, la sedia di Antonietta era diventata più faticosa da trasportare. La sua pancia era ormai troppo grande e Pasquale aveva dovuto aiutarla persino a sedersi, mentre lei continuava a ripetergli che era incinta, non malata.

L’estate successiva, tra le loro due seggiole, c’era un asciugamano. Sopra, un bambino di pochi mesi muoveva mani e piedi e guardava il cielo senza sapere ancora che quelle piccole luci avevano un nome.
Quando Antonio fu abbastanza grande da protestare perché non voleva più stare sulla sabbia, anche lui conquistò una seggiolina.
Per molti anni, quindi, le sedie furono tre.
Poi Antonio compì vent’anni e partì per la Germania. Doveva rimanerci il tempo necessario per mettere da parte qualche soldo, o almeno questo era quello che aveva detto prima di partire. All’inizio tornava spesso, poi il lavoro, gli impegni e la vita che nel frattempo aveva cominciato a costruirsi resero i ritorni sempre più distanti.
Dieci anni dopo si presentò a casa con una ragazza tedesca che sarebbe diventata sua moglie e, qualche anno più tardi, arrivò Daniel.
Il bambino aveva i capelli scuri di suo padre e gli occhi che Antonietta sosteneva fossero identici a quelli di Pasquale. Era nato e cresciuto in Germania e della Sardegna conosceva soprattutto le estati, il mare e quella casa in cui sembrava che tutti aspettassero il suo arrivo per ricominciare a respirare.
Antonietta, in particolare, aveva perso la testa per lui.
Daniel ricambiava quell’amore con la naturalezza con cui amano i bambini. Durante le vacanze la seguiva dappertutto, faceva domande su qualsiasi cosa e, soprattutto, pretendeva una storia prima di andare a dormire. Antonietta non si faceva certo pregare: ne conosceva abbastanza da poter andare avanti per tutta l’estate senza raccontare due volte la stessa.
Una sera, quando Daniel aveva cinque anni, un blackout aveva lasciato la casa completamente al buio. Il bambino era corso a cercare la nonna e le aveva afferrato una mano.
«Nonna, non si vede niente.»
Antonietta, invece di cercare una torcia, lo aveva portato fuori.
«Guarda meglio.»
Daniel aveva fissato il cortile davanti a sé.
«Ma è tutto buio.»
«Non lì. Su.»
Aveva alzato gli occhi e, per qualche secondo, non aveva detto più niente.
Non aveva mai visto tante stelle tutte insieme.
In città il cielo non era così. C’erano i lampioni, le insegne, le finestre dei palazzi e le luci delle automobili, e le poche stelle abbastanza luminose da resistere a tutto quel chiarore sembravano lontanissime.
Lì, invece, erano ovunque.
«Da noi non ci sono» aveva detto.
Antonietta aveva sorriso.
«Ci sono anche da voi. Solo perché non riesci a vedere una cosa non significa che non esista.»
Poi gli aveva raccontato una delle sue storie. Diceva che quando qualcuno che ci ama deve andare molto lontano può scegliere una stella e affidarle un compito: rimanere lassù, abbastanza luminosa da ricordarci la strada quando ne avremo bisogno.
Daniel le aveva creduto senza fare domande.
A cinque anni era ancora facile credere alle storie della nonna.
Negli anni successivi aveva continuato ad ascoltarle, anche se crescendo aveva iniziato a sorridere quando Antonietta parlava di stelle e leggende. Erano arrivati gli amici, i videogiochi, i messaggi, i video da guardare e mille altre cose decisamente più interessanti delle vecchie storie che conosceva quasi a memoria.
Poi Antonietta si era ammalata.
Anche durante la sua ultima estate aveva voluto rispettare l’appuntamento del 10 agosto. Era già molto debole e Pasquale aveva provato a convincerla a rimanere a casa.
«Quest’anno le stelle possiamo guardarle dalla finestra.»
Antonietta lo aveva fissato come se avesse appena proposto la cosa più assurda del mondo.
«Dalla finestra non è la stessa cosa.»
«Sei stanca.»
«Allora portami una sedia più comoda.»
Pasquale aveva capito che la discussione era finita lì.
Quella sera erano rimasti sulla spiaggia più del solito, con Antonietta avvolta in uno scialle nonostante il caldo di agosto. Avevano visto una stella attraversare il cielo e Pasquale si era voltato verso di lei.
«Che desiderio hai espresso?»
Antonietta aveva sorriso.
«Se te lo dico non si avvera.»
Pasquale aveva insistito, naturalmente, ma lei non aveva ceduto.
Era stato il loro ultimo San Lorenzo insieme.
Ora, a distanza di un anno, Pasquale era di nuovo sulla stessa spiaggia e accanto a lui c’era la seconda seggiolina, vuota.
Non aveva pensato neppure per un momento di portarne una sola. Aveva preso entrambe come aveva sempre fatto e soltanto adesso, guardandola, si sentiva un po’ stupido.
Antonio era tornato dalla Germania con la famiglia, ma quella sera aveva programmato di andare ad un evento insieme alla moglie e a Daniel. Pasquale non aveva detto niente. In fondo era giusto così. Erano in vacanza e il ragazzo aveva undici anni, non cinque: non poteva certo aspettarsi che volesse trascorrere la serata seduto sulla sabbia a guardare il cielo con suo nonno.
Stava pensando che forse avrebbe fatto meglio a richiudere le sedie e tornare a casa quando sentì dei passi.
«Nonno.»
Si voltò.
Daniel camminava verso di lui con un’espressione che non lasciava presagire niente di buono.
«Che ci fai qui?»
Il bambino indicò la sedia vuota.
«Posso sedermi?»
«È lì apposta.»
Daniel si lasciò cadere sulla seggiolina e sbuffò.
«Sono in punizione.»
Pasquale lo guardò di lato.
«Cos’hai combinato?»
«Niente.»
«Allora sarà sicuramente una punizione ingiustissima.»
Daniel capì l’ironia e fece una smorfia.
«Mi hanno tolto il telefono. Anche il tablet. E sono andati all’evento senza di me.»
«Una tragedia.»
«Nonno, sul serio. Mi hanno lasciato qui.»
Pasquale girò lentamente la testa verso di lui.
«Qui dove?»
Daniel esitò.
«Con te.»
«Ah.»
Solo allora il bambino si rese conto di come doveva essere suonata quella frase.
«Non intendevo dire che…»
«Una punizione.» Pasquale lo guardò negli occhi. «È questo che sono, quindi. La pensi anche tu così?»
«No, nonno, io…»
Proprio in quel momento un bagliore attraversò il cielo alle spalle di Pasquale.
Nessuno dei due riuscì a vederlo per intero.
Subito dopo sentirono un rumore sordo provenire da dietro una delle barche tirate a secco sul bagnasciuga.
Daniel si voltò di scatto.
«Cos’è stato?»
Pasquale era già in piedi.
Aggirarono la barca e trovarono una bambina stesa sulla sabbia.
Avrà avuto più o meno l’età di Daniel.
Aveva lunghi capelli biondi, un vestito chiarissimo e la faccia di qualcuno che, oltre ad essersi appena fatto male, era anche molto arrabbiato.
Si alzò, si scrollò la sabbia dalle ginocchia e, appena li vide, spalancò le braccia.
«Non ci credo!»
Pasquale si avvicinò.
«Ti sei fatta male?»
«Stavate guardando il cielo! Vi avevo visti! Perché avete smesso proprio quando sono caduta?»
Daniel guardò suo nonno, poi la bambina.
«Secondo me ha battuto la testa.»
«Ti ho sentito.»
Pasquale cercò di mantenere un tono tranquillo.
«Come ti chiami?»
«Sono una stella.»
«Va bene, Stella. Dove sono i tuoi genitori? Non dovresti essere da sola sulla spiaggia a quest’ora.»
La bambina sbuffò.
«Non mi chiamo Stella. Sono una stella.»
Daniel si portò una mano alla bocca per nascondere una risata.
Lei lo fulminò con lo sguardo.
«Ogni anno, la notte di San Lorenzo, una stella viene scelta per scendere sulla Terra.»
«Da chi?» domandò Daniel.
«Da San Lorenzo, naturalmente.»

Pasquale decise che avrebbero ascoltato la storia mentre cercavano i genitori. Cominciarono a camminare lungo la spiaggia e la bambina li seguì.
«E perché dovresti scendere sulla Terra?» chiese Daniel.
«Per trovare un tesoro.»
«Quale?»
La bambina si strinse nelle spalle.
«Non lo so. Se lo sapessi, lo avrei già trovato. So soltanto che quando lo vedrò lo riconoscerò e potrò riportarlo in cielo. È ciò che permette alle stelle di continuare a brillare fino all’anno successivo.»
«E se non lo trovi?»
Per la prima volta la bambina non rispose subito.
«Ci spegniamo.»
Daniel smise di sorridere.
Lei continuò a camminare.
«Una volta era molto più semplice. Gli esseri umani guardavano spesso il cielo. I pescatori cercavano la strada, i contadini osservavano le stagioni, i viaggiatori si orientavano. E poi c’erano quelli che guardavano soltanto perché gli piaceva farlo.»
«Adesso c’è l’inquinamento luminoso» disse Daniel.
«Anche.»
«Anche?»
«Avete riempito le città di così tante luci che non riuscite più a vedere il cielo. Ma non è soltanto quello. Anche quando potreste vederlo, spesso non lo guardate.»
Daniel infilò per abitudine una mano nella tasca dove teneva il telefono e la ritirò subito.
«Ho attraversato città intere prima di arrivare qui. C’era chi guardava uno schermo, chi cercava di farsi una fotografia, chi osservava quello che avevano gli altri e chi era troppo impegnato ad andare da qualche parte per accorgersi di ciò che aveva intorno. Poi ho visto voi due seduti al buio, con il viso rivolto proprio dalla mia parte. Credevo finalmente di aver trovato quello che cercavo.»
Indicò entrambi con aria accusatoria.
«E invece avete cominciato a pensare a voi stessi proprio mentre stavo cadendo.»
Pasquale non rispose.
Continuarono a cercare per un po’, ma sulla spiaggia non c’era nessuno che sembrasse cercare una bambina. Pasquale iniziò a preoccuparsi seriamente e stava pensando di chiamare Antonio quando Daniel gli afferrò il braccio.
«Nonno, guardala.»
La bambina era diventata pallidissima.
Non il pallore di chi sta male. Sembrava piuttosto che qualcuno avesse cominciato a cancellarne i colori. Persino i capelli, prima quasi dorati, stavano diventando bianchi.
Pasquale le posò una mano sulla fronte.
«Ti senti male?»
Lei scosse piano la testa.
«È troppo tardi.»
«Dobbiamo portarti da un medico.»
«No.»
Alzò gli occhi.
«Riportatemi dove sono caduta. Se devo spegnermi, voglio almeno guardare il cielo un’ultima volta.»
Pasquale rimase immobile.
Una frase pronunciata molti anni prima gli attraversò improvvisamente la memoria.
È proprio quando è buio che si vedono certe cose.
Senza sapere bene perché, prese la bambina in braccio e tornò verso la barca.
La sistemarono sulla sabbia. Daniel si sedette accanto a lei e le prese la mano.
Pasquale li guardò e pensò ad Antonietta.
Poi cominciò a raccontare.
«Avevi cinque anni quando una sera saltò la corrente.»
Daniel alzò lo sguardo.
«Me lo ricordo.»
«Avevi paura.»
«Non avevo paura.»
«Certo. Eri venuto a cercare tua nonna perché volevi assicurarti che non avesse paura lei.»
Daniel sorrise appena.
Pasquale gli raccontò di nuovo quella sera, anche se ormai Daniel aveva cominciato a ricordarla da solo: la mano di Antonietta, il cortile completamente buio, il cielo che improvvisamente sembrava enorme.
Ricordò anche la storia.
Quella della stella scelta da chi deve andare lontano.
«La nonna diceva che serviva per ritrovare la strada» mormorò.
«Sì.»
Daniel abbassò gli occhi sulla bambina.
Gli tornò in mente la voce di Antonietta, il modo in cui pronunciava il suo nome, le mani sempre calde e il profumo della crema che usava d’estate. Ricordò le storie che negli ultimi anni aveva cominciato ad ascoltare distrattamente, convinto che ci sarebbe stata sempre un’altra sera per sentirle.
Una lacrima gli scese lungo la guancia e cadde sulla mano della bambina.
La goccia rimase ferma sulla sua pelle e cominciò a brillare.
Una piccola luce si allargò dalla mano alle dita, risalì lungo il braccio e raggiunse il viso della bambina. Poco alla volta il colore tornò sulle sue guance e i capelli ripresero i riflessi dorati che avevano quando l’avevano trovata.
Poi accadde qualcosa anche sopra di loro.
Il cielo sembrò diventare più profondo e la Via Lattea apparve così nitida che Daniel ebbe l’impressione che una parte fosse scesa verso il mare, formando un sentiero luminoso che arrivava quasi fino alla spiaggia.
La bambina guardò la propria mano.
«Era questo.»
Daniel fissò la piccola goccia di luce.
«Una lacrima?»
«No. Quello che c’era dentro.»
La bambina si alzò e fece qualche passo verso il mare. Il suo corpo era diventato così luminoso da rischiarare la sabbia sotto i piedi.
Poi si fermò e tornò indietro di qualche passo.
«Stavo dimenticando una cosa.»
Guardò Pasquale.
«Devo ringraziare qualcuno.»
«Chi?»
Lei indicò il cielo.
«Una luce lassù. È stata lei a dirmi di cercare da questa parte.»
Pasquale sentì qualcosa stringergli la gola.
«Una luce?»
«Sì. Diceva che qui avrei trovato qualcuno che avrebbe guardato il cielo anche quest’anno.»
La bambina sorrise.
«Era molto sicura di te.»
Pasquale cercò quella luce tra migliaia di stelle, pur sapendo che sarebbe stato impossibile riconoscerla.
Poi pensò all’ultimo San Lorenzo di Antonietta, alla stella che avevano visto attraversare il cielo e alla domanda che le aveva fatto.
Che desiderio hai espresso?
Se te lo dico non si avvera.
Abbassò il capo e sorrise.
«Testarda fino alla fine.»
Daniel lo sentì, ma non gli domandò cosa volesse dire.
La bambina si incamminò lungo quella strana scia luminosa e, passo dopo passo, diventò sempre più difficile distinguerla dalle stelle. Prima di scomparire si voltò un’ultima volta verso di loro, sollevò una mano e salutò.
Poi rimase soltanto il cielo.
Pasquale tornò verso le seggiole e si sedette.
Daniel occupò quella accanto a lui.
Quella di Antonietta.
Rimasero in silenzio per qualche minuto, con gli occhi rivolti verso l’alto.
«Nonno?»
«Dimmi.»
«L’anno prossimo possiamo tornare?»
Pasquale lo guardò.
«Se vuoi.»
Daniel annuì, poi sembrò pensarci.
«Però dobbiamo portare tre sedie.»
«Tre?»
«Una per papà.»
Pasquale sorrise e tornò a guardare il cielo.
Non seppe dire quanto tempo trascorse prima che una stella attraversasse il buio. Questa volta entrambi la videro dall’inizio alla fine.
«Nonno! Esprimi un desiderio!»
Pasquale chiuse gli occhi per un istante.
Poi li riaprì.
«Non serve.»
«Perché?»
Guardò suo nipote, seduto sulla sedia che per cinquantadue estati aveva custodito la storia della sua famiglia, e poi cercò nuovamente quella luce tra le stelle.
«Perché credo che si sia già avverato.»
Daniel non domandò quale fosse.
Quella notte aveva imparato che non tutte le cose hanno bisogno di essere spiegate per essere vere.
E mentre tornavano verso casa, con le seggiole sotto il braccio e il rumore del mare alle spalle, alzò ancora una volta gli occhi.
Le stelle erano sempre state lì.
Anche quando dalla sua finestra in città non riusciva a vederle.
Anche quando aveva smesso di cercarle.
Forse sua nonna aveva ragione: ci sono cose che diventano visibili soltanto quando intorno si fa abbastanza buio.
E altre che, per ritrovarle, chiedono soltanto di smettere per un momento di guardare verso il basso e ricordarsi che esiste ancora un cielo sopra di noi.
Francesca Speranza







