Sogno è realtà

Per cambiare bisogna saper sognare…

In un mondo che preme l’acceleratore dello sviluppo tecnologico, mentre rallenta sul cammino della pace, della solidarietà e della piena realizzazione dell’umano, nuove e vecchie crudeltà riempiono le cronache nazionali e internazionali.

Bisognerebbe ritrovare il coraggio di immaginare una realtà diversa e un uomo più fedele alla propria essenza, alla bellezza di cui siamo capaci e degni. “Fate largo ai sognatori’, che, se questa umanità, capace di ricamare sogni “a punto di neve”, si astenesse dal farlo, sarebbe quantomeno folle.

Giacché i sognatori sono gli unici desti, in un mondo anestetizzato che vive uno stato di preoccupante dormiveglia.

Per questo ho trovato particolarmente interessante la scelta del tema dei sognatori per la rassegna culturale della Pastorale del turismo 2026, diretta da Monsignor Antonello Mura, vescovo delle diocesi di Nuoro e Lanusei.

Da sx Filippo Graziani, Mons. Antonello Mura e Giacomo Serreli. Foto di Pasqualina Traccis

Chi sogna, vede la realtà non per come è, ma per come dovrebbe essere o per come vorrebbe che fosse. Il sogno non è fuga dalla realtà, ma desiderio di cambiamento e slancio verso un mondo migliore, sempre possibile, nell’umana perfettibilità.

E così, la serata del 30 luglio, a La Caletta di Siniscola, è stata dedicata a due artisti nelle cui vene scorre il sogno di “un altro mondo possibile”: Alberto Bertoli e Filippo Graziani, figli degli indimenticabili cantautori Pierangelo e Ivan, artefici di pagine tra le più significative della nostra storia musicale.

Un patrimonio che gli ospiti dell’evento si impegnano a custodire e proiettare in avanti, “con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro” (ci sono canzoni, come “A muso duro” di Bertoli, che nella loro perfezione sono fonte perenne di ispirazione).

Il tempo del dialogo tra gli artisti e il Vescovo, con la partecipazione del giornalista Giacomo Serreli, è trascorso piacevolmente, in un’alternanza di ricordi, riflessioni, musica e sorrisi, regalando al pubblico input preziosi e palpabili emozioni. Alberto e Filippo hanno toccato temi diversi, rispondendo alle domande dei moderatori e del pubblico.

Innanzitutto, hanno chiarito il rapporto di Pierangelo Bertoli e Ivan Graziani con la nostra terra, attraverso la frequentazione della musica e della lingua sarda da parte del primo e le radici in parte algheresi del secondo.

Non a caso, l’intervento di Alberto Bertoli è stato introdotto dal video della canzone “Spunta la luna dal monte”, che Pierangelo aveva presentato a Sanremo insieme ai Tazenda dell’altrettanto indimenticabile Andrea Parodi.

In modo analogo, Filippo Graziani ha esordito con “Taglia la testa al gallo”, brano che suo padre aveva dedicato alla sua (nostra) isola.

Entrambi hanno poi precisato il contenuto sociale, più che politico, di tante opere dei rispettivi padri, sottolineando il comune interesse per l’umanità.

Interesse che si è tradotto in comprensione e vicinanza attiva, nel volgere lo sguardo soprattutto verso coloro da cui il mondo spesso lo distoglie, raccontando persone comuni, marginali o eccentriche, con un approccio e un linguaggio differente, nella rispettiva cifra poetica: più diretto e civile in un caso, metaforico e armato di dissacrante ironia, quasi fumettistico, nell’altro.

Durante l’incontro, Alberto e Filippo hanno eseguito, accompagnandosi con la chitarra acustica, alcuni pezzi tra i più rappresentativi del vasto repertorio di Pierangelo Bertoli e Ivan Graziani, coinvolgendo il pubblico in un turbinio di emozioni e ricordi vivi.

Personalmente, seguo i due artisti da anni e ne apprezzo il talento e il lavoro, sia come valorizzazione dell’eredità paterna, sia come ricerca di una propria originale dimensione espressiva, essendo del resto le due cose inevitabilmente interconnesse.

Per quanto concerne il primo aspetto, non si tratta solo di ciò che fanno, ma di come lo fanno. Nel restaurare o rivisitare, con nuovi arrangiamenti, i brani dei rispettivi padri, Alberto e Filippo conservano nel superare e superano nel conservare, ciò che Pierangelo Bertoli e Ivan Graziani hanno donato all’umanità intera.

In questo rapporto dialettico, mai interrotto, tra padre e figlio, la musica e il messaggio dell’uno continua a vivere e si arricchisce nell’opera dell’altro, a vantaggio di tutti.

Tra i progetti dedicati ai due cantautori, si possono menzionare il “Premio Bertoli”, diretto da Alberto, che dà spazio ai giovani cantautori nel solco di un grande maestro (sempre con quel piede nel passato e lo sguardo nel futuro) e il recente viaggio musicale di Filippo attraverso i brani di suo padre a ottant’anni dalla sua nascita, intitolato proprio “Ottanta. Buon compleanno Ivan”.

A questo lavoro, hanno affiancato una produzione personale, che ne riflette lo sguardo sul presente, la sensibilità e l’indiscutibile talento. Un saggio di questa produzione ci è stato regalato attraverso l’esecuzione di un loro brano che ha impreziosito ulteriormente la serata all’Arena Fraterna.

Alberto Bertoli e Filippo Graziani emozionano (e tanto) perché sono bravi e perché sono figli di un sogno. Un sogno che Pierangelo e Ivan non si sono limitati a cantare, esprimendolo in musica, ma che hanno incarnato nella loro stessa persona.

Con i suoi dischi, Graziani ha creato un mondo immaginifico e profondamente umano, a metà strada tra realtà e fantasia. Filippo ci ricorda che suo padre amava raccontare storie di persone comuni, imperfette, attingendo spesso alla realtà provinciale, dove la libertà convive con il giudizio sociale, e ci conferma l’immagine di un artista che non aveva pretese e distanze da divo.

La semplicità (geniale) delle sue opere rifletteva una personalità genuina e goliardica, oltre che l’amore viscerale per la chitarra e per la musica scritta, suonata e vissuta con passione autentica e “artigianale” (quando gli artifici erano di supporto alla musica e non si sostituivano a essa).

Filippo Graziani sembra aver ereditato appieno l’autenticità e l’umanità del padre.
Colpiscono, infatti, i modi diretti, l’ironia e la disponibilità spontanea che l’artista dimostra dal primo minuto all’ultimo, sopra e sotto il palco.
Anche i protagonisti delle canzoni di Pierangelo Bertoli non sono individui eccezionali, ma persone concrete, dalle quali partire per interrogarsi sul mondo: operai, contadini, migranti, donne e uomini che affrontano la fatica quotidiana e persone che resistono, senza clamore, tenaci nella lotta contro i soprusi dei potenti, a cui il cantautore emiliano non fa sconti.


Bertoli esprimeva una profonda fiducia nella dignità della gente semplice e nel celebrava la bellezza.
Mi è rimasto particolarmente impresso il ricordo di uno storico evento musicale a Nuoro, durante il quale ho avuto occasione di osservarlo da vicino. I suoi modi schietti e genuini, la sua umanità, mi hanno impressionata non meno della professionalità, della potenza della voce e di quelle canzoni che ho amato profondamente e che in qualche modo hanno contribuito ad allevarmi.
Era palese il motivo per il quale gli organizzatori dell’evento lo considerassero “uno di loro”.
Alberto non è da meno. È noto, infatti, il suo impegno sul fronte della solidarietà e della disabilità.

Tuttavia, voglio raccontarvi un aneddoto che sottende una percezione del tutto personale.
Tempo addietro ho avuto modo di condividere con lui una riflessione su un brano sanremese. L’ho fatto da fan, vale a dire da sconosciuta, senza particolari aspettative. Anche in questo caso, a colpirmi non è stato tanto ciò che ha fatto, quanto il modo in cui lo ha fatto: Alberto si è confrontato con me, dialogando con la naturalezza disarmante di un conoscente di lunga data.

La spontaneità genuina di questo artista comunica ben oltre le cose dette o la disponibilità verso i fan che rientra tra le “incombenze del mestiere”.

Al punto che, per la prima volta in vita mia, ho sentito il bisogno di ringraziare personalmente un artista dopo un concerto (addurrei come prova il classico selfie, ma detesto farmi fotografare, per cui dovete credermi sulla parola).

Perché insisto su questo aspetto? Perché tanti artisti sono stati capaci di parole belle, bellissime, sull’amore per l’umanità e per gli ultimi, trasponendo in musica il sogno di un mondo più umano e più giusto, tanto che questo tema è diventato quasi un topos, da manuale del perfetto cantautore.

Alcuni, come Bertoli e Graziani, hanno incarnato nella loro stessa persona quel sogno, le parole e le note con cui hanno ricamato preziose trame d’emozione.

Costoro, erano già il cambiamento che immaginavano e che avrebbero voluto realizzare, che lo sapessero o no. Un sogno che si è trasmesso di padre in figlio, con la stessa evidente sostanzialità.

Quando le parole si fanno carne e la carne viene assorbita dalle parole, il sogno diventa realtà, alimentando la speranza di un mondo altro.
“Per cambiare bisogna saper sognare”, cantava il mio amico poeta Oliviero Malaspina.

Il sogno a volte racchiude già il cambiamento atteso, nella semplicità tutta umana dei sognatori. Sembra poco, ma è quasi tutto.


Pasqualina Traccis

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