Mi ha incuriosito il lancio promozionale del libro di Nelio Biedermann, Lazar (Guanda 2026).
È un ragazzo di 23 anni, svizzero che studia letteratura tedesca e che è stato a Pordenonelegge questo 19 settembre.
Tre anni prima – dice al Venerdì di Repubblica, che lo intervista a firma di Zita Dazzi – “volevo fare una scuola di scrittura ma non ho passato i test di ammissione”.
Ora spopola con una saga familiare, a prima vista lo è, raccontandoci dei capostipiti Sandor e la moglie Maria, i loro figli Lajos e Ilona, i nipoti Pista ed Eva, alcuni prozii che sorprenderanno nel corso della narrazione.
Ma, al di là delle vicende familiari la storia è fortemente mirata a cercare di capire la dissoluzione dell’impero austro ungarico (qui è l’origine familiare), gli squilibri successivi e le due guerre vissute dall’Europa, dove l’Est precipita nelle spire delle dittature comuniste.
Leggendolo, non mi hanno convinto i paralleli e gli ispiratori – Garcia Marquez, Thomas Mann – cui lui aggiunge (citandolo spesso nel romanzo) Sandor Marai e Joseph Roth per lo spirito dell’epoca; e qui gli dò ragione.

A tratti pensavo di essere caduto dentro una “camera dell’Eco”, quelle che gli algoritmi costruiscono attraverso le bolle di filtraggio cercando di aggregare emozioni standardizzate, compatibilità insomma.
Perplesso da metafore da picco glicemico: “Sopra la città pascolava un gregge di nuvolette bianche, che per ragioni non chiare lo rendevano malinconico” (p.100), anzi irritato dall’illeggibile “Quell’anno i meli erano carichi di pere come non mai” (p.156), la cui spiegazione non è nel refuso ipotizzato, quanto nel modo di dire che troverà senso più avanti “Non aveva più senso farsi domande quando bastavano tre parole a trasformare le mele in pere” (p.198) cioè, un modo di dire – comunque criptico, dove il vivere alla giornata ne resta la spiegazione più accettabile.
Il racconto ha toni gotici – castelli e residenze sfarzose – e descrive una aristocrazia, i Lazar appunto, con le stravaganze di una nonna che “ovunque andasse, si portava appresso sul treno la sua mucca da latte personale” (p.96).
Ha anche momenti poetici: “si domandò che cosa succedeva al silenzio quando qualcuno parlava” (p.117) – è Pista che parla, figlio di Lajos e Lilly, una sorella: Eva. Una famiglia al limite della disfunzionalità, chiusa agli affetti – “Sai quante volte nella vita mio padre mi ha abbracciato? Mai! Non una sola vola” (p.190), si sarebbe sentito dire Pista.
Il contesto è quello di un’Europa che deflagra.
Ai nazisti che aggrediscono l’URSS subentreranno le divisioni dell’Armata Rossa: se nello stupro praticato dei militari tedeschi nel castello dei Lazar – la scelta della vittima è lasciata alla matriarca della famiglia: una “complicità” diabolica -, i russi lo praticheranno sistematicamente. Complici di violenza o vittime di un sistema repressivo: è questo il destino sfiorato dalla aristocrazia ungherese che sarà umiliata dal nuovo regime.
Forse qui – essendo nel tempo più vicini i ricordi – la narrazione ha i suoi elementi di forza.
Come ad esempio quando Eva e Pista andranno a trovare lo zio Imre rinchiuso in un manicomio dopo che gli uomini dai lunghi cappotti neri (la polizia politica) aveva diviso la famiglia assegnandone i componenti a lavori “rieducativi”. I
Il silenzio aveva scandito il tempo della visita mentre Imre ruotava la mano lungo il tavolino sino a che i due ragazzi si alzarono per andare via e solo allora il degente disse con loro sorpresa “Non potete stare qui a lungo. Dovete andare prima che vengano e che cali il buio” (p.288), lasciandoli sbalorditi a pensare che la sua “fuga nella follia era stata forse l’unica cosa sensata” (p.289).
Mi stupisce che non sia stato citato Milan Kundera tra gli autori ispiratori di Nelio Biedermann.
La critica ha più volte sottolineato come il sesso lungo tutto il libro sia una delle costanti.
In Kundera, questo un mio ricordo, la sessualità era una delle forme espressive della vitalità. Qua invece cambia. Sia il tradimento di Lajos con la bambinaia Bertha, sia lo stupro dei tedeschi o la brutalità di quello praticato sistematicamente dai russi, sembrano espletare un’esigenza fisiologica.
Come anche Eva, che assegnata ad una fattoria si concederà a Milan in rapporto scevro da corteggiamenti o innamoramento. Adolescenziale quello di Pista per una compagna di scuola, poi impedito dalle vicissitudini storiche, ma qua devo tacere.
Ecco, Eva cercherà di invaghirsi di un poeta – Akos, amico di Pista e animatore di una dissidenza presto soffocata dai carri armati sovietici.
Non troverà l’amore ma risposta al significato dello stupro cui si interrogava.
Ed è questa parola l’allegoria che spiega cosa ha vissuto l’Europa, la mittel Europa, colta e florida sino alle due guerre mondiali, prima di vivere l’orrore senza fine di una violenza sospesa e sopraffattrice.
Buona lettura
Ruggero Roggio






