Non chiamatele “aree fragili”: i paesi sardi diventano laboratori di futuro
Non è una novità che le aree interne della Sardegna stiano lottando per non scomparire dalla mappa demografica.
I dati Istat dipingono da anni lo stesso scenario: culle vuote, scuole che chiudono, paesi che si trasformano in silenti dormitori per anziani.
Eppure, negli ultimi tempi, si è fatta strada una narrazione quasi idilliaca, rilanciata dai social media e dalle testate internazionali: quella dell’isola come paradiso incontaminato del southworking e della “vita lenta”.
Ma basta grattare la superficie della retorica dei borghi da cartolina per scoprire che il destino del cuore profondo dell’isola si gioca su un crinale ben più complesso.
La partita contro lo spopolamento non si vince con gli slogan commerciali, ma decodificando dinamiche sociali globali e viscerali, oggi riassunte in due acronimi speculari: FOMO (Fear Of Missing Out) e JOMO (Joy Of Missing Out).
Per decenni lo spopolamento delle zone interne è stato alimentato da una forma di FOMO sociale e culturale subita dai giovani residenti.
La percezione, amplificata a dismisura dall’iper-connessione digitale, che le opportunità lavorative, il fermento culturale, il successo e la “vita vera” si trovassero esclusivamente altrove, ha generato il timore cronico di restare tagliati fuori dal progresso.
Questa spinta emotiva ha trasformato i paesi dell’interno in “vuoti” da cui fuggire il prima possibile per inseguire il rumore delle metropoli.
Oggi, per invertire questa rotta, la politica e il marketing territoriale spesso propongono una soluzione apparentemente semplice: estendere la banda larga nei borghi e attrarre chi lavora da remoto.

Tuttavia, se non governata, questa strategia introduce una nuova criticità: il turismo estrattivo.
Si tratta del rischio di ospitare professionisti che scelgono la Barbagia, il Mandrolisai o il Goceano come suggestivo sfondo estetico per le proprie videochiamate, rimanendo per due o tre settimane senza mai interagire con il tessuto sociale locale.
Si creano così delle “bolle artificiali” che rischiano di importare una nuova forma di FOMO nei residenti storici, i quali si scoprono spettatori di stili di vita ad alta capacità di spesa, ma totalmente alieni rispetto alla quotidianità del paese.
Da qui nasce lo spettro della gentrificazione rurale, con l’innalzamento dei costi degli affitti a scapito delle giovani coppie locali.
Senza contare la piaga mai risolta delle infrastrutture: in assenza di presidi sanitari di prossimità e di trasporti efficienti, l’attrattività digitale rimane un fuoco di paglia.
Tuttavia, laddove la sociologia accademica vede solo “territori fragili”, un’avanguardia silenziosa sta ribaltando il paradigma.
La vera potenzialità delle zone interne risiede nella transizione consapevole verso la JOMO, la gioia di perdersi le cose, di disconnettersi dal superfluo.
Il silenzio, la lentezza e l’assenza della frenesia urbana non sono più interpretati come “mancanza di servizi”, ma come beni di lusso, risorse rare e spendibili sul mercato globale.
Il borgo rurale non isola dal mondo (grazie alla tecnologia), ma isola dal rumore di fondo, permettendo di riscoprire la concentrazione e relazioni umane autentiche.
Il cambio di rotta decisivo si chiama co-progettazione. Esperienze pionieristiche radicate nell’isola — come il co-living Treballu a Laconi, in dialogo con reti che includono Cocò Coworking ad Aggius, Absentia a Stintino, Aurora a Iglesias e RioAccoro a Samugheo — dimostrano che il nomadismo digitale funziona solo se si trasforma in stanzialità temporanea (permanenze di almeno un mese) e se si creano infrastrutture ibride.
L’idea di portare i lavoratori da remoto all’interno dei mercati civici o di spazi comunitari storici risponde esattamente a questa visione: forzare l’incontro.
Il nomade porta competenze digitali, visioni internazionali e stimoli culturali; la comunità locale offre memoria, identità e accoglienza integrata.
Inoltre, l’interno sardo dimostra di poter essere un laboratorio di innovazione straordinario: progetti legati alla bio-economia, come la coltivazione di boschi vocati alla tartuficoltura rurale, dimostrano che, parafrasando gli attivisti del territorio, “dove non c’è nulla, si può fare tutto”.
La Sardegna interna non ha bisogno di essere musealizzata per scopi turistici, né di essere trasformata in un resort diffuso per smart worker nostalgici.
La sfida odierna è comprendere che lo spopolamento si combatte restituendo centralità e dignità civica a chi abita i territori 365 giorni all’anno.
I flussi globali attratti dalla JOMO possono essere una formidabile ventata d’aria fresca, ma solo se innestati su radici culturali ben salde e consapevoli.
La rinascita delle aree interne non sarà una questione di algoritmi o di flussi turistici stagionali, ma di relazioni: la capacità di curare la FOMO di chi parte e accogliere il desiderio di JOMO di chi arriva, trasformando la memoria storica e l’identità comunitaria in una progettualità economica aperta al mondo.
Cristina Oggiano






