Una madre nella storia

Ho atteso l’uscita in Italia dell’ultimo di libro di Emmanuel Carrère, “Kolchoz” (Adelphi, 2026) con tale impazienza che per errore – la traduzione italiana era in fieri – ho acquistato l’edizione in lingua francese.

Poco male: merita l’attesa e veramente tanto la lettura, che è piacevole e conferma nella sua scorrevolezza la collauda capacità narrativa di questo autore, maestro in una prosa che ha il piglio giornalistico del reportage ed il fascino del romanzo.

Kolchoz è più di una biografia familiare laddove la prospettiva genealogica si fa storia.

Il ramo materno della sua famiglia emerge, prende il sopravvento – sorprendendoci nella complessità generazionale: esuli della Rivoluzione di Ottobre saranno accolti in Francia per integrarsi – come possiamo leggere – sino all’apice di quella società e vita culturale.

Ma non solo: una cugina materna, con importanti ruoli nella repubblica francese, sarà “prestata” alla Georgia per divenire il presidente della Repubblica nascente dopo il crollo sovietico.

Leggeremo anche, nelle pagine conclusive, lui raccontando gli ultimi giorni ed ore di vita della mamma: “mi è capitato di pensare che di questa lunghissima storia mia madre è stata la protagonista, ma ad avermela dettata, in segreto dal fondo del suo studio scuro tappezzato di iuta verde bottiglia, è stato lui” (p.406), riferendosi al padre, che sopravvivrà alla moglie 147 giorni.


L’ambizione di scrittura era di arrivare alla “sorgente di questo libro: lo sconfinato amore che ci ha uniti nella mia infanzia” (p.111).

Fare Kolchoz ha un significato preciso: assente per lavoro il padre, la madre consentiva ad Emmanuel e le due sorelle più piccole di lui, di portare nella stanza dei genitori materassi e cuscini e dormire assieme.

Hélène Zourabichvili, esule, figlia di una nobiltà sconfitta nella Rivoluzione e imparentata con gli Zar, apolide, povera, orgogliosa, determinata – imparerà il francese a cinque anni, diventerà Segretaria perpetua dell’Académie française e la più influente storica francese dell’Unione sovietica; anzi: “Hélène non è solo una storica dell’Unione sovietica: è una storica sovietica” (p.110), sicché “la Russia – dirà Emmanuel – è per me una questione di famiglia: il nostro asse di famiglia” (p. 29).

Una donna che grazie alla famiglia Carrére Dencausse “entrerà a far parte di una Francia antica, profonda, immutabile, essere accolta con tanta naturalezza in un paesino di mille abitanti (…) nel quale tutti si conoscono e si salutano” (p.160).

Sino ad avere celebrate dal Presidente Macron esequie di Stato, con un discorso ufficiale e solenne.

Sarà la storia di una famiglia policentrica: sua madre e il fratello, lo zio Nicolas, i loro dissidi e il fascino di questi nei confronti di Emmanuel.

Confesserà che “la mia visione del mondo si è interamente formata in questo conflitto tra la versione di mia madre e quella di mio zio” (p.109). Specificando che “Cercare la verità, per me come per lui, significava opporsi, lui a sua sorella, io a mia madre” (ivi).

Saranno le relazioni extraconiugali sia del padre che della madre a costruire un ménage di vita familiare dove la figura paterna emergerà con lentezza, prendendosi gli spazi che la memoria narrativa ricompone via via.

Avvalendosi appunto di una passione paterna inattesa: saccheggerà svariati faldoni di appunti sulla ricostruzione genealogica di due famiglie, così distanti che nel matrimonio troveranno una sintesi speciale.

Sino a chiedersi se “la passione di mio padre per il dettaglio minimo, per gli archivi e i parroci di campagna non era, a suo modo e senza che lui ne avesse la minima consapevolezza, più moderna di quella di mia madre per le sintesi perentorie e le figure storiche maestose?” (p.127)

Quanto Carrère bordeggi la storia di famiglia, attento tanto alla cronaca quanto alla storia, lo possiamo percepire meglio riflettendo su un suo libro, “Ucronia (Adelphi, 2024)” – la sua tesi di laurea – quando scrive che voleva prendere le distanze dagli ambiti di competenza della madre: “A mia madre la storia reale, a me la storia immaginaria. A lei la realtà, a me la finzione: a ciascuno il suo. Ma è stata lei farmi capire che l’immaginazione al potere, come si diceva nel 1968, era anche il trionfo, assoluto della tirannide” (p.245).

Fake in anteprima, essendo d’obbligo la contestualizzazione quando, nell’epoca post staliniana, il criminale Berja viene sostituito d’imperio, tagliate le pagine che lo riguardavano nella Grande enciclopedia sovietica, dalla voce Bering. – damnatio memoriae.

Al di là della narrazione, ci alziamo in piedi per rendere omaggio ad una grande donna magistralmente raccontata dal figlio, scrittore eccelso.

Con curiosità assistiamo all’impossibilità di riscoprire per intero – pur rileggendone attentamente i passi – la sua vita.

Lo fa regalandoci delle citazioni bellissime: la prima è di Orson Welles: «Il lieto fine dipende dal punto in cui si interrompe la storia» (p. 383); l’altra, molto toccante, è la riflessione di una famiglia al capezzale di una madre morente, constatando che “nessuno sa ciò che accade nella coscienza di un morente” (p. 401); del resto, neppure sarebbe importante dacché ha anche ammesso che «Mia madre ti mente anche quando le chiedi l’ora» (p.110)

Un grande libro, Kolchoz mai schiacciato sulla figura materna, perché – come già detto – scritto sotto “dettatura” paterna.

Emergono gli scenari di contesto assieme al passato e presente, storia e politica, cronaca e memorie di famiglia, – le singole autonome componenti familiari: il padre, la madre, il figlio: le vere voci narranti di un romanzo corale che ripete le eco della storia europea.

Aiutandoci a capirne un po’di più.

Buona lettura

Ruggero Roggio

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